PALESTINESI E ISRAELIANI COMBATTENTI: PER LA PACE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PALESTINESI E ISRAELIANI COMBATTENTI: PER LA PACE da IL MANIFESTO

Palestinesi e israeliani combattenti: per la pace

PAGINE. «Palestinesi e israeliani insieme per la liberazione collettiva», iniziative e testimonianze a cura di Daniela Bezzi, Multimage edizioni

Marinella Correggia  29/06/2024

E se un premio internazionale per la pace fosse assegnato, in questo 2024, all’unico movimento al mondo che vede impegnati ex combattenti e obiettori di coscienza da entrambi in fronti di un conflitto ancora in corso? Intanto, ai «Combatants for Peace», associazione bi-nazionale di israeliani e palestinesi che dal 2006 porta avanti una storia di pacifica resistenza, è dedicato il libro Combattenti per la pace. Palestinesi e israeliani insieme per la liberazione collettiva, curato da Daniela Bezzi (con contributi di Ilaria Olimpico, Luisa Morgantini e Sergio Sinigaglia), per Multimage edizioni. E un campo per la pace si svolgerà in Israele il 1 luglio a opera di Combatants e di altre organizzazioni (fra cui Standing Together, Ir Amim, Peace Now).

La speranza attiva è sopravvissuta anche al 7 ottobre e a quel che ne è seguito a Gaza, confermano le due direttrici dell’associazione, Rana Salma e Eszter Koranyi. I militanti auspicano una soluzione di «mutuo rispetto e riconoscimento, che possa restituire ai cittadini israeliani e palestinesi una vita di libertà, sicurezza, democrazia e dignità in entrambe le loro patrie». Fin dagli incontri segreti durante la seconda Intifada fra alcuni palestinesi che stavano combattendo o erano stati in carcere, e alcuni israeliani che erano nell’esercito, «si era arrivati alla conclusione che non esistono soluzioni militari» spiega Sulaiman Khatib, uno dei fondatori. Via via si sono aggiunte persone che non avevano partecipato ad attività militari.

Il lavoro comune dei Combatants si svolge anche sul terreno, nella cosiddetta area C della Cisgiordania, per aiutare le comunità palestinesi durante i raccolti e mitigare le aggressioni dei coloni. E poi sostegni economici alle vittime, visite organizzate, seminari formativi come le Freedom Schools, tentativi diplomatici… Il perno sono due annuali, solenni commemorazioni, capaci di radunare decine di migliaia di persone: la Joint Memorial Ceremony che, alla vigilia della celebrazione ufficiale della nascita dello Stato di Israele, introduce il concetto di un memoriale dedicato ai caduti di entrambi i fronti; e il ricordo della Nakba palestinese, perché pace e riconciliazione implicano un confronto con la storia. Nel 2024, per ragioni di sicurezza, le due cerimonie sono state pre-registrate e seguite in streaming in tutto il mondo.

Le storie personali di quindici fra i membri dell’associazione si intrecciano con le tormentate vicende israelo-palestinesi nei decenni. Maia Hascal non approvava l’obiezione di coscienza dei soldati israeliani finché non ha trascorso settimane nel territori occupati. Galia Galil, la cui nonna nata a Jaffa era ebrea ma si definiva palestinese, si arruola a 18 anni ma davanti alla violenza cerca un’altra via e un cartello pacifista per strada le fa capire «il momento per fermare la guerra è durante la guerra stessa». Jamil Qassas ha partecipato all’Intifada e ha perso un fratello per mano dell’esercito occupante, ma un giorno vede sua madre piangere davanti alla notizia di bambini israeliani uccisi in un attentato, e da allora lotta «per la libertà per il mio popolo, ma in modo pacifico». Sulaiman Khatib negli anni trascorsi nelle carceri israeliane capisce che esistono narrazioni opposte del conflitto (e questa è una presa di coscienza comune a molti membri) ma che «apparteniamo alla stessa terra» e «abbiamo nemici comuni: odio, paura, trauma collettivo».

Chen Alon, diventato negli anni da soldato un «esperto militare dei territori occupati», alla fine firma la petizione dei refusenik (soldati che rifiutano di servire nel territori) e inizia il cammino che fonda i Combatants. Nathan Landau, arruolato nell’esercito israeliano, capisce che la guerra non è affatto romantica, è paura e disagio psico-fisico; al funerale di un amico riflette: «1948, 1967, 1973, prima Intifada, seconda Intifada, la guerra sarà sempre il nostro orizzonte se non fermiamo la spirale». Per Bassam Aramin, militante fin da piccolo, il confronto con una guardia carceraria è l’inizio di una scoperta che lo porta a incontrarsi con ex soldati israeliani. Nel 2007 sua figlia di 10 anni viene uccisa fuori dalla scuola. Bassam lotta per la giustizia, ma continua il dialogo perché «è stato un soldato israeliano a sparare ad Abir, ma cento ex soldati hanno costruito un giardino a lei dedicato».

«Ai primi incontri segreti c’ero anche io», scrive Luisa Morgantini. Era l’epoca in cui le manifestazioni pacifiche palestinesi venivano represse e Hamas colpiva i civili con le azioni suicide. Il risultato della violenza era devastante; e Israele continuava a espandere le proprie colonie (illegali). Proprio in quel contesto, fiori sbocciano. Familiari delle vittime israeliane e palestinesi si uniscono nel dolore. Nel 2004 nasce Breaking the Silence, soldati che escono dall’omertà. Si mobilitano politici delle due parti, viene anche presentato un Piano di pace. Certo sui Combatants come sulle altre forze pacifiche – minoritarie – piovono le accuse, sia in Israele («traditori») che in Palestina («normalizzatori»). Ma «oggi più che mai c’è bisogno di chi si oppone alla violenza, per una pace giusta e l’autodeterminazione del popolo palestinese, libero da apartheid, colonizzazione e occupazione militare».

Ricostruire la storia travagliata di quei popoli, per superare la quale occorrono i «costruttori di ponti» capaci nelle loro comunità di «tradire la compattezza etnica» mettendo tutto in discussione (anche se stessi): ecco il compito che nel libro spetta a Sergio Sinigaglia. Il conflitto non inizia con la creazione dello Stato di Israele nel 1948 ma è secolare. Negli ultimi anni, poi, «si sono viste tutte e due le società subire un processo di involuzione: una sempre più avvolta in una logica militarista e oscurantista; l’altra, un tempo laica, ormai egemonizzata dall’integralismo islamista». Ma i Combatants sono un seme per la futura realtà. Sarebbe piaciuto ad Hannah Arendt il cartello che compare nella foto che chiude il libro: «Nei tempi più bui, dobbiamo rifiutare di perdere la nostra umanità – altrimenti che senso ha vivere?».

L’orrore di Gaza: rifiuti, macerie e raid senza sosta

266 GIORNI. La denuncia di Unrwa: 100 tonnellate di spazzatura tra le tende degli sfollati. Nel centro si intensifica l’offensiva israeliana, civili e paramedici tra gli uccisi. E Gallant a Washington parla di un dopoguerra che Netanyahu ha già rifiutato

Chiara Cruciati  29/06/2024

«È in mezzo alla popolazione e cresce, senza un posto dove andare». Quello a cui si riferisce Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, è una montagna di rifiuti, 100mila tonnellate, tra le tendopoli degli sfollati nel centro di Gaza.

Una metafora dell’orrore della guerra, che sta lì e non se ne va, incombe sulla popolazione «aggiungendo miseria alle condizioni di vita», ha detto da Deir al-Balah Louise Wateridge, responsabile della comunicazione di Unrwa. Rifiuti significa malattie che le temperature di inizio estate non fanno che peggiorare. Intaccare quella montagna, aggiunge Unrwa, è pressoché impossibile: senza carburante, bloccato ai valichi chiusi da Israele, i camion della spazzatura sono fermi.

«NON HO dubbi che domani sarà ancora peggio – ha aggiunto – Solo macerie, eppure le persone ci vivono ancora». Qualche numero lo dà il Norwegian Refugee Council, dopo aver intervistato oltre mille famiglie palestinesi scappate da Rafah: l’83% non ha accesso costante al cibo, il 52% a un rifugio decente, il 57% all’acqua.

E poi i raid dell’esercito israeliano che in queste settimane sono potenti come quelli di inizio offensiva. Ieri a Deir al-Balah hanno centrato una casa. Un bambino di dieci anni, Belal Abu Hassanein, ha raccontato ai giornalisti l’agonia: «Mio nonno ha iniziato a urlare. Ho trovato mia madre e mio fratello uccisi».

Il centro è tra le zone più colpite, come nei primi mesi: «L’esercito israeliano sta aumentando gli attacchi – racconta il reporter di al Jazeera Tareq Abu Azzoum da Deir al-Balah – Cinque palestinesi, compresa una ragazza, sono stati uccisi nei raid su due case, non avevano ricevuto avvertimenti». Nel campo di Bureji colpita la sede della protezione civile, tre paramedici uccisi. Ad al-Mawasi, diventata enorme tendopoli, 11 uccisi e 40 feriti. A Rafah i carri armati si sono mossi ancora verso ovest con i bulldozer. Ci sarebbero famiglie intrappolate nel quartiere di Shakoush.

CONTINUA anche l’assedio di Shujayea, a Gaza City, da due giorni nella morsa di una nuova offensiva terrestre. Ieri sono stati recuperati sette corpi. Un’operazione che ieri l’esercito israeliano ha rivendicato sulla base di informazioni di intelligence che ritengono che lì si nascondano cellule di Hamas. Lo confermano le Brigate al Qassam che si dicono impegnate in «duri scontri» con le truppe israeliane a Shujayea. Il gruppo – con gli altri movimenti palestinesi – è presente in quasi tutta Gaza, mai decimato.

Sul tema si è espresso il ministro della difesa Gallant, in visita negli Stati uniti: secondo il Washington Post, avrebbe discusso con la Casa bianca di un piano per il dopoguerra, una forza internazionale a cui parteciperebbero diversi paesi arabi. Titolari della sicurezza con gli Usa, in un futuro non definito la cederebbero all’Autorità nazionale palestinese, opzione che il premier Netanyahu ha sempre rigettato.

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