NON È “IPOCRISIA”, È “PROTERVIA”! da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
16376
post-template-default,single,single-post,postid-16376,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

NON È “IPOCRISIA”, È “PROTERVIA”! da IL MANIFESTO

Sulle tende di Rafah bombe da 2 tonnellate. Poi il rogo: 45 uccisi

DAVANTI AGLI OCCHI. Il bilancio potrebbe salire: sono decine i feriti con gravi ustioni. L’attacco avvenuto di notte. Netanyahu: «Un tragico errore».

Michele Giorgio, GERUSALEMME  28/05/2024

Quando le luci del giorno ieri hanno illuminato Rafah, i roghi non erano ancora tutti spenti. La scena davanti agli occhi di tutti è stata raccapricciante. L’accampamento di Tel al Sultan, dove migliaia di sfollati avevano trovato un rifugio per mesi, è apparso come un terreno annerito ricoperto di tende bruciate, lamiere contorte e oggetti carbonizzati. E su di esso madri in lacrime accanto ai corpi senza vita dei figli e uomini impegnati ad avvolgere i morti nei kafan, i teli bianchi diventati il simbolo dei civili innocenti uccisi dai bombardamenti israeliani. Khaled Yazji, uno sfollato, domenica sera ha visto il campo di tende trasformarsi in pochi attimi in un cerchio di fuoco e fiamme.

«C’è stata prima un’esplosione» ricordava ieri Yazji parlando con giornalisti locali, «poi è arrivato l’incendio, con fiamme alte. Ero lontano, ma sentivo lo stesso le urla strazianti di chi era rimasto intrappolato». Abed Al-Attar, è rimasto seduto in silenzio per ore accanto ai corpi del fratello, della cognata e di altri parenti uccisi dall’incendio. Intervistato dall’agenzia Reuters, non ha trattenuto la rabbia contro il governo Netanyahu e i comandi militari che per settimane hanno ripetuto che i civili palestinesi non sarebbero stati toccati dall’avanzata su Rafah. «Israele è bugiardo. Non c’è sicurezza a Gaza, né per un bambino, né per un uomo anziano, né per una donna» ha commentato Al-Attar. «Cosa hanno fatto per meritarsi questo? I loro figli sono rimasti orfani», ha aggiunto indicando i corpi intorno a lui nella desolazione di una tendopoli che si è trasformata in un cimitero.

Non era ancora definitivo ieri sera il bilancio dell’attacco aereo israeliano. 45 i morti e circa 250 i feriti, secondo i dati ufficiali del ministero della sanità. 23 delle vittime erano donne, bambini e anziani. Ufficiosamente si parla di almeno 50 morti, un numero destinato a crescere per le condizioni critiche di tanti feriti. Alcuni hanno subito ustioni su gran parte del corpo e nell’unico centro sanitario di Tel el Sultan e nell’ospedale da campo della Croce Rossa non si può fare molto per aiutarli. Alcuni sono stati trasferiti negli ospedali Nasser e Amal di Khan Younis che soffrono ancora dei danni riportati durante il lungo assedio che hanno subito dalle forze israeliane nei mesi scorsi.

«È stato un tragico incidente di cui rammaricarsi». Così Netanyahu alla Knesset ha definito i fatti di Rafah durante un incontro con le famiglie degli ostaggi israeliani a Gaza che lo hanno contestato perché la leadership di Hamas, dopo questo ennesimo massacro, dice di non essere disposta a riprendere le trattative per la liberazione dei sequestrati. «Un tragico incidente», tutto qui. Netanyahu ha sorvolato sul fatto che ad innescare i roghi sono state le bombe sganciate dai jet israeliani contro una presunta postazione di Hamas dove si trovavano due dirigenti del movimento islamico, Yassin Rabia e Khaled Najar, responsabili, sempre secondo il portavoce militare, delle operazioni in Cisgiordania.

Un attacco «basato su informazioni di intelligence precise» ha sottolineato il portavoce. Ma le conseguenze maggiori le hanno subite civili innocenti come è quasi sempre accaduto in otto mesi di offensiva contro Hamas, in realtà contro tutta Gaza. Ieri il bilancio totale dei morti palestinesi ha superato 36.000. Mai come in queste ore appare improrogabile l’esecuzione dell’ordine dato a Israele dalla Corte internazionale di Giustizia dell’Aia di fermare subito l’offensiva contro Rafah, l’unico modo per proteggere la vita dei civili palestinesi. Gli Usa invece no hanno saputo dire altro che Israele «deve prendere ogni precauzione possibile per proteggere i civili».

Le cause dell’accaduto a Tel al Sultan sono chiare a tutti. Le esplosioni delle bombe, di grande potenza – Israele invece afferma di aver impiegato due missili con piccole testate – hanno proiettato schegge nel raggio di centinaia di metri provocando l’incendio. «Stavamo pregando… e preparando i giacigli dove dormono i nostri bambini. Non c’era niente di insolito, poi abbiamo sentito un forte boato. I bambini hanno cominciato a urlare, siamo stati circondati dal fuoco e ci siamo salvati per un miracolo», ha riferito una donna, Umm Mohammad.

Parole confermate dai video che circolano in rete che mostrano un incendio furioso nell’oscurità, persone che urlano in preda al panico, giovani che cercano di rimuovere lamiere e pochi pompieri che provano a spegnere le fiamme. In precedenza, Hamas, per la prima volta da gennaio, aveva lanciato otto razzi (quasi tutti abbattuti) verso Tel Aviv e il centro di Israele. Per i palestinesi la potenza dell’attacco «mirato» israeliano a Rafah sarebbe stata una ritorsione indiscriminata ai razzi di Hamas.

«Gaza è l’inferno sulla terra. Le immagini di ieri sera (domenica, ndr) ne sono l’ennesima testimonianza», ha scritto l’Unrwa (Onu) su X. Tante vittime civili non hanno fermato gli attacchi israeliani. Ieri i carri armati hanno continuato a martellare le aree centrali e orientali di Rafah uccidendo otto persone, secondo fonti locali. Nel campo di Nuseirat, nel centro di Gaza, un raid aereo ha ucciso tre agenti di polizia.

Messo sotto pressione della Corte di Giustizia e dall’altra Corte dell’Aia, quella penale che potrebbe emettere mandati di arresto per crimini di guerra contro il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Gallant (e per tre leader di Hamas), Israele adesso pone in primo piano la sua giustizia militare, per accreditarne la presunta indipendenza nel giudicare abusi e crimini commessi da soldati e ufficiali. L’attacco a Tel al Sultan, è stato comunicato ieri, sarà indagato dal cosiddetto «meccanismo indipendente» dello stato maggiore. L’avvocato generale militare Yifat Tomer-Yerushalmi ha detto che sono in corso indagini sulla morte di palestinesi arrestati a Gaza nel campo di detenzione di Sde Teiman. Tomer-Yerushalmi ha descritto la guerra in corso come «insolita».

I razzi di Hamas smentiscono l’esercito. Ma Bibi ne approfitta: «Si va avanti»

ISRAELE/PALESTINA. Otto mesi dopo, con Gaza in macerie, il gruppo ha ancora capacità militari e la stampa israeliana si chiede che strategia abbia il governo. Che bombarda le tende di Rafah raccogliendo il consenso di volti noti del giornalismo e canali Telegram che festeggiano la strage

Chiara Cruciati  28/05/2024

Tra domenica notte e lunedì mattina in Israele c’è chi ha festeggiato l’attacco su una tendopoli di Rafah che ha ucciso almeno 45 palestinesi. Su canali Telegram con centinaia di migliaia di iscritti, sono apparse false réclame di shawarma sull’immagine del papà che tiene in braccio il corpo del figlioletto, ustionato e decapitato.

ALTRI UTENTI l’hanno rilanciata definendo il bambino l’agnello sacrificale di Yom Kippur. Le celebrazioni non sono rimaste confinate su Telegram. Due noti giornalisti israeliani, volti di Channel 12 e 14, si sono fatti gioco del rogo a Rafah paragonandolo al tradizionale falò per la festività di Lag Ba’Omer, che cadeva proprio domenica sera.

«Il falò principale quest’anno è a Rafah», ha scritto Yinon Magal, conduttore del programma The Patriots, sui propri account social sopra all’immagine delle tende in fiamme. Naveh Dromi ci ha scritto su: «Buone feste». I due giornalisti hanno poi rimosso i post.

C’è chi lega simili reazioni agli eventi accaduti qualche ora prima dell’attacco su Rafah: gli otto razzi lanciati da Hamas verso Tel Aviv. Domenica sui media israeliani emergeva tutto il disappunto, se non la critica aperta all’esercito e al governo che da mesi dicono – giustificando così il prosieguo dell’offensiva contro la popolazione di Gaza – di aver smantellato l’infrastruttura missilistica di Hamas. E invece. Hamas non lanciava razzi da quattro mesi, nonostante la classe dirigente politica e militare e i servizi dicessero il contrario.

Domenica non solo ne ha lanciati otto, ma li ha fatti arrivare a nord di Tel Aviv. Il problema, scrivevano ieri le cronache israeliane, non è tanto la dimensione del danno provocato (tre sono stati abbattuti da Iron Dome, quattro sono caduti in aree aperte e uno ha provocato due feriti lievi a Herziliya) ma l’elemento simbolico.

Otto mesi dopo, Hamas non è stata smantellata: opera da Rafah ormai circondata dall’esercito e sotto bombardamenti continui ed è riapparsa a nord e nel centro, dove Tel Aviv diceva di averla completamente eliminata lo scorso gennaio dopo un’invasione via terra che ha lasciato mezza Gaza in macerie. «Vediamo parti di Gaza che Israele aveva ripulito da Hamas e dove Hamas sta tornando – aveva detto in un’intervista alla Cbs di metà maggio il segretario di Stato statunitense Antony Blinken – (Un’offensiva su Rafah) lascerà a Israele il peso di una guerriglia duratura perché tanti uomini di Hamas resteranno a prescindere da cosa (Israele) farà a Rafah».

NON LO DICE solo Blinken, tra gli analisti israeliani sono in tanti ad accusare Netanyahu di non avere né una strategia militare né un’idea di dopoguerra. Il lancio di razzi di domenica sembra confermare le loro analisi. Se il governo israeliano ha utilizzato quel lancio per rimandare al mittente le richieste di interrompere l’offensiva, l’opinione pubblica non la vede esattamente allo stesso modo. Almeno non tutta.

La strategia militare non sta producendo gli effetti dichiarati, liberare gli ostaggi ancora in mano ad Hamas o distruggere il gruppo islamico. Così, la strage di Rafah ha spostato di nuovo l’attenzione e acceso quel pezzo di società che vuole proseguire la guerra a tutti i costi, che invita al massacro di massa, che festeggia lo stop agli aiuti. E che indossa anche le uniformi dell’esercito.

Venerdì è diventato virale il video di un riservista di stanza a Gaza che, mascherato, minaccia il ministro della difesa Yoav Gallant per le pressioni mosse a Netanyahu sulla strategia post-guerra. Non obbediremo ai tuoi ordini, è il messaggio del soldato che dice di rappresentare 100mila riservisti contrari a consegnare Gaza all’Autorità palestinese o a un’entità araba. «Gallant, dimettiti. Non ci può dare ordini. (Netanyahu), i riservisti ti appoggiano, vogliamo vincere. È l’opportunità di una vita». L’esercito ha aperto un’inchiesta sul video, mentre Netanyahu e suo figlio Yair lo hanno rilanciato.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.