NETANYAHU SCATENA L’INFERNO: C’ERA UNA VOLTA GAZA da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NETANYAHU SCATENA L’INFERNO: C’ERA UNA VOLTA GAZA da IL MANIFESTO e IL FATTO

A Gaza si scatena l’inferno: centinaia di raid, 178 uccisi

SECONDO ATTO. Tregua finita, bombardamenti senza sosta nel sud. Spari sulle bandiere bianche. Israele vuole una zona cuscinetto

Michele Giorgio, GERUSALEMME   02/12/2023

«Mia madre mi sta dicendo che ci resta un’unica opzione, accettare la morte. Non importa se ci muoviamo o no, ogni minuto sarà l’ultimo. (Gli israeliani) ci dicono di lasciare Khan Younis per Rafah e poi colpiscono Rafah. Non abbiamo dove andare. Se moriamo almeno moriamo in casa e non per strada». Questo post di Jehan Al Farra, una giovane di Gaza, letto ovunque, è stato rilanciato migliaia di volte. È un grido di aiuto, e purtroppo una sorta di addio, che la ragazza ha mandato al mondo ieri mattina poco dopo la fine della tregua tra Israele e Hamas. Avrebbero potuto scriverlo tutti i palestinesi tornati sotto le bombe a Gaza, anche a sud dove, nelle scorse settimane, in cerca di scampo, sono arrivati centinaia di migliaia di sfollati dal nord. Dopo sette giorni di cessate il fuoco su tutta Gaza si è semplicemente scatenato l’inferno. 200 raid aerei dalle 7 fino al primo pomeriggio – il ministro della difesa israeliano Gallant lo ha osservati dall’alto, a bordo di un elicottero Apache – oltre a decine di colpi di artiglieria. Alle 20 i morti erano 178, 589 i feriti, secondo i dati riferiti dal ministero della salute: tante le donne e i bambini.

Sono arrivate notizie di case colpite a Khan Yunis, Rafah, Sheikh Radwan, Al Maghazi, Jabaliya, di bombe e missili caduti a pochi metri da scuole e altre strutture pubbliche dove si trovano migliaia di sfollati. Di famiglie decimate, come la Qandil (7 morti) e la Idwan (9 morti). Due infermieri sono stati uccisi da una bomba mentre evacuavano feriti nei pressi dell’ospedale Shifa di Gaza city, di fatto non più operativo. Israele, ha denunciato il portavoce della Protezione civile, Mahmoud Basal, ha commesso «una vera carneficina a Shujaiya causando la morte di circa dieci persone, cinque cittadini sono stati uccisi in un raid lungo la via Salah al Din (la superstrada di Gaza, ndr) nonostante avessero una bandiera bianca. Ha mirato a case e mezzi di trasporto». In serata la Mezzaluna rossa ha comunicato che Israele ha deciso di bloccare l’ingresso a Gaza attraverso il valico di Rafah di qualsiasi aiuto umanitario fino a nuova disposizione. Una decisione che, se confermata ufficialmente da Israele, rappresenterà un colpo durissimo per il soccorso ai quasi due milioni di palestinesi che, come sfollati o residenti, si trovano nel sud di Gaza. A nulla sono valsi gli appelli a fermare la guerra e a tornare al cessate il fuoco per rifornire e assistere i civili, lanciati dai funzionari delle più importanti ong e agenzie umanitarie e dallo stesso segretario generale dell’Onu Guterres. Philippe Lazzarini, commissario generale dell’Unrwa (profughi), in una intervista ha avvertito che «presto i palestinesi cominceranno a morire per le malattie» e non solo per la guerra.

Hamas, che secondo Israele ha subito colpi devastanti prima del cessate il fuoco e la perdita di centinaia di comandanti e di migliaia di uomini, ieri non è rimasto a guardare. In vari punti del nord e a Gaza city, nei pressi dell’ospedale Rantisi, i suoi militanti si sono scontrati con le forze israeliane. E ha lanciato decine di razzi verso il sud e il centro di Israele, inclusa Tel Aviv. Ai combattimenti hanno partecipato altri gruppi armati come il Jihad islamico e le Brigate dei Martiri di Al Aqsa (Fatah). Colpi di mortaio hanno ferito cinque soldati israeliani. Tensione e scontri a fuoco tra Israele e Hezbollah, con due morti, sono avvenuti di nuovo anche al confine nord tra Libano e Stato ebraico.

Israele accusa il movimento islamico palestinese di aver violato i termini della tregua non fornendo entro le 7 di ieri mattina l’elenco con i nomi di altre 10 donne e minori israeliani tenuti in ostaggio a Gaza dal 7 ottobre – inclusa la famiglia Bibas: madre e due figli (uno di 10 mesi) – che si era detto pronto a liberare in aggiunta agli 81 rilasciati nei giorni precedenti (a questi si aggiungono oltre 20 stranieri) in cambio della scarcerazione di prigionieri politici palestinesi. Sempre secondo quanto afferma Israele, Hamas avrebbe nelle sue mani ancora 17 donne e minori, ma ora vorrebbe inserire nel negoziato mediato dal Qatar anche il rilascio di soldati e di adulti maschi in cambio di un numero maggiore di prigionieri palestinesi inclusi quelli noti. Così facendo Hamas, dice il gabinetto di guerra israeliano, ha causato la fine della tregua. Di quattro ostaggi, del Kibbutz Nir Oz, inoltre è stato accertato il decesso.

Hamas ha una spiegazione diversa. Un suo leader, Osama Hamdan, ha detto alla tv Al Arabiya che Israele è responsabile del crollo della tregua perché avrebbe cercato di includere donne soldato nella lista dei civili, rifiutando poi ogni altra proposta. Difficile verificare le versioni delle due parti. Tuttavia, il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, ha detto di aver dato giovedì sera e non ieri mattina il via libera al proseguimento dell’offensiva a Gaza. E con ogni probabilità la ripresa della guerra aveva ottenuto la benedizione già al mattino quando il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha ribadito che l’Amministrazione Biden continua a sostenere il «diritto di Israele a difendersi» da Hamas proteggendo però di più i civili, gli ospedali, le scuole, le strutture civili ed evitando lo sfollamento dei cittadini di Gaza. Gli israeliani, ha aggiunto, dovranno designare più zone sicure nel nord e nel centro di Gaza per i civili. I fatti l’hanno smentito.

Ieri mentre su Gaza cadevano bombe mietendo vittime, Israele ha lanciato alla popolazione palestinese volantini in cui intima agli abitanti di varie località ad Est di abbandonare subito le loro case e di andare ad ovest. Lo stesso vale per i 400mila palestinesi che vivono a Khan Yunis, proclamata «zona di guerra». Nei volantini Gaza appare suddivisa in centinaia di minuscoli quadrati indicati da un numero: i civili dovrebbero recarsi nei settori che di volta in volta saranno indicati dall’esercito israeliano prima di incursioni militari. In quei volantini è segnata una «zona cuscinetto» che arriva fino al confine con l’Egitto. A sera si è saputo che Israele ha informato Egitto, Giordania, Emirati, Turchia e Arabia saudita che vuole ritagliare una fascia di sicurezza sul lato palestinese del confine di Gaza. Un consigliere del premier Netanyahu ha spiegato che si tratta di un piano «la smilitarizzazione di Gaza e la deradicalizzazione» del piccolo territorio palestinese. Israele prima del ritiro di coloni e soldati da Gaza nel 2005, aveva dato priorità al controllo del cosiddetto «Corridoio Filadelfia», la quindicina di chilometri che segnano il confine tra la Striscia e l’Egitto, per monitorare qualsiasi movimento da e per Gaza, anche sotterraneo. La «zona cuscinetto» è un salto all’indietro di 18 anni.

Netanyahu non si ferma: c’era una volta Gaza

SECONDO ATTO. Deve finire presto, con un cessate il fuoco permanente, ma i nostri governi qui in Italia e in Europa (e tanto meno gli Usa) non hanno il coraggio di chiederlo

Alberto Negri  02/12/2023

Ma che sorpresa… Alla fine spunta il documento che aspettavamo: come riportava ieri il New York Times il governo israeliano da oltre un anno sapeva dei piani di Hamas persino nei dettagli (40 pagine esaustive denominate “Muro di Gerico”). Ma li hanno ignorati.
È così particolareggiato da sembrare fabbricato ex post. In sintesi: la guerra ad Hamas Netanyahu poteva farla prima ma hanno lasciato che cominciassero gli altri. E ora, come ci informa il Wall Street Journal, inizierà anche la campagna all’estero per uccidere i leader di Hamas ospitati in Qatar, Libano, Turchia, così come sono stati eliminati in questi decenni leader dei palestinesi, dei libanesi Hezbollah e ufficiali dei pasdaran iraniani. Useranno tutti i mezzi, da quelli più sofisticati ad altri tradizionalmente insidiosi: nel 1997 il Mossad, ad Amman, tentò di far fuori con il veleno il capo Hamas Khaled Meshal. «Hanno i giorni contati», aveva avvisato il premier Netanyahu il 22 novembre riferendosi a loro e anche ai tre capi di Hamas a Gaza (Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwari Issa).

Cosa significa questo? Che il futuro di Gaza e del Medio Oriente potrebbe essere ancora peggiore di questo tragico presente.
In mezzo alle tregue, l’offensiva israeliana ora riprende – « la guerra deve continuare», insiste il gabinetto di guerra a Tel Aviv – puntando decisamente su Gaza Sud dove sono affluiti capi e militanti di Hamas insieme a oltre un milione e mezzo di profughi dal Nord della Striscia.
Significa, scrive il Financial Times, citando fonti israeliane, che continueranno le operazioni militari – un eufemismo per dire i bombardamenti – almeno fino all’inizio del 2024, se non oltre.
Sarà una strategia «flessibile», sostengono i vertici militari di Tel Aviv, dettata da molteplici condizionamenti: l’andamento delle operazioni sul terreno, i negoziati per la liberazione degli ostaggi, le pressioni internazionali, soprattutto americane perché le altre contano ben poco.
E anche le pressioni di Washington sono accompagnate dalla usuale e mortale ambiguità: nelle ultime settimane il Pentagono ha inviato un flusso costante di armi e munizioni a Israele, cui la Casa Bianca ha promesso 14 miliardi di dollari di aiuti.

Insomma siamo alle solite: qui si prendono lupi per agnelli. «Niente ci fermerà», ha detto il premier Netanyahu, alle prese con i suoi guai giudiziari, nel suo ultimo incontro con il segretario di stato Usa Antony Blinken.
La guerra sarà lunga, secondo i generali israeliani, perché non sono stati raggiunti «neppure la metà degli obiettivi». Ma alla fine, tentano di rassicurare, arriverà una fase di «transizione e stabilizzazione» i cui obiettivi non sono ben chiari ma tra questi ci potrebbe essere anche una pulizia etnica di Gaza su larga scala, oltre allo sbandierato «sradicamento» di Hamas, un piano che l’ex capo del Mossad Efraim Halevy ha definito «mal consigliato» e che potrebbe ulteriormente radicalizzare Gaza e la Cisgiordania con scenari ancora peggiori degli attuali.
Mentre a Gaza Nord si prevede nei documenti israeliani una sorta di «fascia di sicurezza» senza entrate e uscite, lo «svuotamento» del sud della Striscia, almeno dei militanti e delle famiglie, dipende dai negoziati dietro le quinte con l’Egitto che finora ha respinto ufficialmente e con forza l’insediamento di una parte dei gazawi in Sinai.

Ma dopo le elezioni presidenziali egiziane (10-12 dicembre) qualcosa potrebbe cambiare. All’Egitto sono già arrivati dalle istituzioni internazionali (Fmi, Banca Mondiale, Ue, Afriexibank) impegni per prestiti da 26 miliardi di dollari che potrebbero servire nel tempo come un incoraggiamento a ricollocare una parte dei palestinesi in Sinai.
Strozzato da un debito estero di 165 miliardi di dollari, l’Egitto potrebbe considerare anche l’offerta israeliana di abbonare 20 miliardi di indebitamento. Sulla stampa araba se ne parla, i governi occidentali e del Medio Oriente per ora stanno zitti perché quando verrà il momento diranno che non lo sapevano.

Certo sulla guerra di Gaza pesano le divisioni interne a Israele, la mobilitazione di 360mila riservisti che sta azzoppando l’economia, e soprattutto i rapporti tra Tel Aviv e Washington. Gli Stati uniti fanno già i conti con il conflitto in Ucraina, dove per un altro anno non ci sarà una fine secondo le previsioni della Nato, e forse non posso permettersi, con l’avvicinarsi dell’appuntamento cruciale delle presidenziali, che in Medio Oriente scorra un altro fiume di sangue. Sono americane le bombe da 900 chili che stanno spianando Gaza, quattro volte più potenti di quelle sganciate da Washington e dai loro alleati su Mosul assediata contro l’Isis.

Il numero di donne e bambini uccisi a Gaza dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre ha superato quello di qualunque altra guerra recente: in 20 anni di conflitto in Afghanistan americani e Paesi Nato non hanno ammazzato in proporzione così tanti civili come in questi due mesi nella Striscia. Gaza è diventata un poligono di tiro per la vendetta israeliana.
Deve finire presto, con un cessate il fuoco permanente, ma i nostri governi qui in Italia e in Europa (e tanto meno gli Usa) non hanno il coraggio di chiederlo. Un giorno non potremo raccontare senza rimorsi: c’era una volta Gaza…

Tomà Berlanda: “Radere al suolo tutta la Striscia di Gaza ne cancella anche la memoria”

L’ESPERTO – “Eliminando i luoghi simbolo Tel Aviv frena il riconoscimento internazionale della Palestina”

FILIPPOMARIA PONTANI   2 DICEMBRE 2023

Ordinario di Tecnologia dell’Architettura al Politecnico di Torino, il veneziano Tomà Berlanda ha insegnato per anni a Città del Capo, e ha uno studio a Kigali (Rwanda). Nel recente Landwalks (2022) ha parlato di terra e apartheid tra il Sudafrica e la Palestina, che conosce intimamente.

Perché l’esercito israeliano ha attaccato di recente università palestinesi a Gaza e in Cisgiordania (tra le altre l’antica e prestigiosa Birzeit, poco fuori Ramallah)?

La delegittimazione del sapere e della cultura palestinesi è funzionale all’obiettivo di impedirne il riconoscimento in sedi internazionali (si pensi alle pressioni di Israele e dei suoi alleati occidentali contro la rappresentanza dello stato Palestinese all’Unesco). Tale battaglia si avvale di strumenti giuridici unilaterali che permettono a Israele di tenere in stato di fermo cittadini palestinesi senza fornire prove. Molti studenti e docenti vengono così accusati di sedizione e terrorismo.

Vari atenei hanno ideato progetti di recupero di villaggi svuotati con la forza dagli israeliani nel 1948. Un gruppo come lo Yalla Project (di Alessandra Gola, docente a Birzeit) vuole rigenerare la splendida Città Vecchia di Nablus. Qual è la plausibilità di queste iniziative dopo il 7 ottobre?

Il 7 ottobre non deve diventare uno spartiacque nella maniera in cui si conserva la memoria della Palestina prima del 1948. La storia è fatta di tagli e cicatrici, e di progressivi adattamenti nel tessuto fisico e sociale che gli abitanti pazientemente difendono. La dimensione agricola, la coltivazione intesa come seme di resistenza, offre nei giardini sui tetti della città vecchia di Nablus un tenue germoglio di speranza. Proprio in città come Nablus, per anni sotto assedio già durante la seconda intifada, la presenza di sistemi di agricoltura urbana ha consentito a molti la sopravvivenza che altrimenti non sarebbe stata possibile.

In che senso definisci quanto sta accadendo in Palestina una ‘morte per paesaggio’?

Visto dall’esterno, il progetto dello stato di Israele è orientato verso una conquista totale del territorio Palestinese. Vale la pena ricordare lo slogan sionista ‘una terra senza popolo per un popolo senza terra’, che ha ispirato ondate successive di occupazione illegale da parte dei coloni sia prima che dopo il 1967. In questo gli abitanti palestinesi sono visti come un ostacolo, e vengono progressivamente spostati con forza, ed eliminati. Quanto sta succedendo a Gaza, dove assistiamo a una punizione collettiva inflitta a milioni di cittadini inermi, ne è una ulteriore prova. Un elemento chiave dell’inesorabile rimozione di tutte le fonti di sopravvivenza è quello delle fonti acquifere, che nell’area C definita dagli accordi di Oslo (il 60% della Cisgiordania), sono rimaste sotto controllo dello stato e dell’esercito Israeliani: i palestinesi sono obbligati a comprare l’acqua, razionata, dal potere occupante.

“Uno ieri frantumato su piastrelle in mille schegge / che altri hanno ricomposto in specchi / per riflettere la loro immagine sulla nostra” (M. Darwish). Cos’è il Museo Palestinese di Birzeit?

Concepito da Taawon, una delle più grandi associazioni non profit palestinesi, come strumento per la documentazione, la conservazione e la promozione del patrimonio storico palestinese, è stato inaugurato nel 2016. Nella sua configurazione di insieme topografico di edificio e giardino, il museo manifesta l’intrinseco rapporto della cultura palestinese con il suo territorio. Le sue piattaforme digitali servono a preservare e condividere una memoria e un archivio diffuso.

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