NETANYAHU È UN CRIMINALE E BIDEN È SUO COMPLICE da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NETANYAHU È UN CRIMINALE E BIDEN È SUO COMPLICE da IL FATTO e IL MANIFESTO

Netanyahu è un criminale e Biden è suo complice

 

 ELENA BASILE  26 MAGGIO 2024

Il procuratore della Corte Penale Karim Khan ha chiesto l’arresto di Netanyahu e del suo ministro della Difesa Gallant per crimini di guerra. La stessa accusa è stata indirizzata ai tre leader di Hamas: Sinwar, Al-Masri e Hanyeh. Finalmente un passo è stato compiuto contro gli odiosi doppi standard che prevalgono nello spazio politico-mediatico. I crimini di guerra perpetrati da Hamas il 7 ottobre contro la gioventù ebraica sono stati giustamente messi sullo stesso piano dei crimini di guerra perpetrati a Gaza dal governo israeliano.

Molti Paesi europei come Francia, Spagna, Irlanda, Belgio e Norvegia hanno colto l’opportunità per prendere le distanze da Netanyahu e sostenere l’operato del tribunale internazionale, alla cui creazione nel 2002 tanto collaborò la nostra migliore diplomazia. Purtroppo il governo di destra di Giorgia Meloni, come l’Ungheria, ha sporcato ancora una volta l’immagine del Paese e non ha rispettato la nostra Costituzione che tutela i diritti umani, rimanendo silente e complice del governo di Israele, delle sue stragi a Gaza, dell’occupazione in Cisgiordania. Biden, sempre più ondivago, si è rimangiato le esigue critiche a Netanyahu e ha espresso indignazione contro il procuratore, reo di aver accusato l’unica democrazia del Medio Oriente, che ha ucciso in sette mesi di bombardamenti contro una popolazione inerme almeno 35.000 civili.

Stimati editorialisti dei principali giornali ed ex ambasciatori sono venuti in soccorso di Israele esprimendo sorpresa per l’equiparazione tra un governo democraticamente eletto e Hamas. In effetti il paragone va a svantaggio di Israele. Uno Stato è depositario di doveri maggiori nell’osservanza delle regole del diritto internazionale, dei diritti umani e della democrazia, rispetto a una organizzazione terroristica. Ripetiamo ancora una volta, perché purtroppo osservazioni di questo genere non si leggono sui media italiani, che Hamas in quanto organizzazione per la liberazione di un popolo sotto occupazione ha la tutela del diritto onusiano qualora utilizzi la violenza armata contro l’esercito di Israele. Invece è ovviamente condannabile se usa metodi terroristi contro i civili. La potenza occupante, nelle sue spedizioni punitive contro i palestinesi di Gaza che si ripetono ciclicamente e hanno oggi raggiunto una barbarie senza precedenti, non è giustificata da alcuna normativa onusiana per i suoi evidenti crimini contro l’umanità.

Direi quindi che le responsabilità dello Stato di Israele sono particolarmente gravi. Mi dispiace dovere leggere Paolo Mieli sul Corriere della sera che tenta di difendere un criminale di guerra, Netanyahu, quasi che la chiusura dei valichi per far passare gli aiuti umanitari verso la popolazione civile a Gaza in preda alla fame e alla carestia, la distruzione di ospedali, scuole, moschee, l’uccisione di giornalisti e operatori umanitari, lo sterminio di 35.000 civili, la maggior parte donne e bambini, possano essere considerati danni collaterali di una guerra equilibrata tra due eserciti, in cui Israele esercita il suo diritto di difesa da attacchi di un altro Stato o di un’organizzazione terroristica. Non è possibile accettare la complicità istituzionale e politica e men che meno quella culturale, mediatica con lo Stato di Israele, che pratica una illegalità diffusa, non applica le risoluzioni dell’Onu, insulta tramite i suoi ambasciatori Guterres e straccia la carta delle Nazioni Unite.

Ex ambasciatori si affrettano anche loro a diffondere il verbo statunitense con argomentazioni un po’ più sottili. Dicono che l’azione della Corte penale internazionale, moralmente valida, ci allontanerebbe dalla pace. Infatti Biden sarebbe stato costretto dalla richiesta di mandato di arresto di Netanyahu a dimenticare le sue critiche e la sua politica volta a temperare la brutalità dell’esercito di Tel Aviv e l’azione a Rafah. Sarebbe forzato fare quadrato intorno all’oltraggiato premier. Poveri noi. L’Occidente crea il mondo e poi ci racconta di dover realisticamente fare i conti col mondo così come l’ha creato.

Gli Usa hanno enormemente contribuito all’involuzione democratica di Israele assicurandogli impunità. Hanno concorso alla nascita e alla crescita di Netanyahu, criminale di guerra, e hanno determinato la nuova postura bellicosa e minacciosa della Russia. L’Occidente sta cercando di porre fine alla globalizzazione dividendo il mondo in blocchi l’un contro l’altro armati. Alcuni analisti vorrebbero farci credere che questa è la realtà con cui fare i conti, come se ci trovassimo di fronte a catastrofi naturali e non a giochi internazionali sostenuti da Washington.

La richiesta di mandato di arresto della Cpi per Netanyahu potrebbe contribuire alla caduta del suo governo criminale e a un cambiamento di policy, se l’Occidente odierno non fosse malato.

Le truppe israeliane avanzano su Rafah. L’ospedale nel mirino

LA SENTENZA. Raid sulla città, ma anche a Deir al-Balah e Jabaliya: decine di uccisi. A 24 ore dalla decisione dell’Aja, colpita anche una scuola. Poi Tel Aviv apre al dialogo «la prossima settimana»

Chiara Cruciati  26/05/2024

La nuova farmacia di Mohammad Sehveil a Khan Younis è un tavolino, tre pareti di stoffa, mensoline in legno e un cartello con una scritta in vernice rossa: «Farmacia al Shifa». Sopra le mensole, ci sono scatole di medicine. Davanti a Sehveil, una piccola fila di sfollati. La sua farmacia non c’è più, ha raccolto quel che restava e ora lo distribuisce a una popolazione rimasta senza ospedali.

INTORNO alla farmacia, Khan Younis è irriconoscibile. Insieme alle case e alle strade, è scomparso anche il tessuto sociale che c’era prima. Negozianti, vicini di casa, familiari. Tra Khan Younis, Deir al Balah e Rafah si è materializzato una sorta di triangolo della fuga senza senso: si va su e giù, su carretti tirati dagli asini, auto e camioncini con i materassi sopra il tettuccio.

Ahmed Abu al Enein è al suo quinto sfollamento, a Middle East Eye racconta di essere rimasto a Rafah per «quattro miserabili mesi, con pochi aiuti e niente acqua corrente». Viveva a Jabaliya, ora è risalito verso il centro, verso Deir al-Balah. Ha poggiato la tenda, dice, lungo il mare.

Come si scelga il prossimo posto dove andare, da qui, non lo si può comprendere. Sembra una roulette russa. Rafah non va più bene sebbene sia lì che agenzie Onu e ong si siano riorganizzate per la distribuzione degli aiuti e abbiano messo in piedi cliniche da campo e cucine.

Con l’intensificarsi dell’operazione israeliana, Rafah si è svuotata dopo mesi a fare da città-rifugio a quasi l’intera popolazione della Striscia. Ma al centro e al nord non va meglio: da due settimane Jabaliya, Nuseirat, Deir al-Balah sono sotto feroci bombardamenti e nuove incursioni via terra dell’esercito israeliano.

A DEIR AL BALAH, Abu al Enein ha scoperto che l’ospedale Martiri di Al-Aqsa, è sì ancora aperto, ma di fatto è un guscio vuoto. Manca carburante, mancano le medicine, non sono in grado di fare test medici e analisi. Ieri la direzione ha fatto sapere che sta finendo anche il poco carburante che era riuscito ad arrivare, altri due giorni e terminerà. Abu al Eneim se lo chiede: «Cosa dovremmo fare se veniamo feriti? Dopo aver visto le condizioni dell’ospedale ho pregato Dio: se ci colpiscono, meglio morire subito che soffrire e morire lentamente perché non ci sono le cure».

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, tra ottobre e inizio aprile a Gaza si sono registrati almeno 644mila casi di infezioni polmonari, 345mila di diarrea, 83mila di scabbia, tra le altre. In tutta Gaza gli ospedali ancora funzionanti sono quattro. È qui che arrivano i feriti dei bombardamenti che stanno colpendo da nord a sud. Ieri il campo profughi di Jabaliya è stato teatro di una nuova violenta offensiva, nell’area di al-Faluja.

Secondo quanto riportato dalla giornalista Hind Khoudary di al Jazeera, un raid ha centrato la scuola Al-Nazla, casa per centinaia di sfollati. Ci sarebbero dieci uccisi e 17 feriti, anche bambini, «stavano giocando nel cortile e all’improvviso ci hanno bombardato», racconta una donna. «L’intera popolazione del campo è stata spinta verso ovest, ma tanti sono intrappolati nei centri di evacuazione circondati dalle truppe israeliane – riporta il giornalista Hani Mahmoud – Nel campo non sono arrivati cibo e acqua per 17 giorni».

Vittime anche a Beit Hanoun nel bombardamento di una casa (dieci uccisi, tra cui cinque bambini) e a Wadi Gaza (tre uccisi). I dati aggiornati a ieri parlano di 35.900 palestinesi uccisi dal 7 ottobre, senza contare almeno 10mila dispersi e un numero imprecisato di morti per fame e malattie.

E MENTRE quattro pezzi del porto temporaneo statunitense (quello che, secondo Washington, dovrebbe sostituire i valichi di terra che Israele tiene chiusi) si sono staccati e hanno navigato in mare fino ad arrivare davanti alla costa di Ashdod, ieri l’Onu ha di nuovo fatto appello all’apertura di Rafah e Kerem Shalom, così come da ordine della Corte internazionale di Giustizia.
A 24 ore dopo dalla nuova decisione, non si intravedono cambiamenti. Rafah è sotto le bombe e ieri le truppe israeliane si sono avvicinate al Kuwaiti Hospital, facendo temere l’ennesimo assedio di una clinica dopo quelli allo Shifa, al Nasser, all’al-Awda che hanno lasciato dietro di sé fosse comuni con centinaia di corpi.

Tel Aviv ha già detto che non intende fermarsi, Aja o meno, ed è difficile che lo faccia senza un intervento esterno. Sanzioni, embargo, qualcosa di più concreto delle critiche a parole espresse dagli alleati (ieri la Germania ha di nuovo chiesto a Israele di non proseguire nell’attacco contro Rafah, e lo stesso ha fatto l’Unione europea, mentre Londra se l’è presa con la Corte).

UN PICCOLO EFFETTO della doppia sentenza di Corte penale e Corte internazionale, però, c’è stato: Israele, riportava ieri l’Afp, è intenzionato a riaprire il negoziato «questa settimana» per giungere a uno scambio di prigionieri e a una tregua. La volontà è stata espressa a Parigi, dopo un incontro con gli Stati uniti e il Qatar.

Secondo la stampa israeliana, nella capitale francese il capo del Mossad, David Barnea, si è accordato con il direttore della Cia Burns e il primo ministro qatariota per rilanciare il dialogo «sulla base delle nuove proposte promosse dai mediatori, Egitto e Qatar, con una partecipazione attiva degli stati uniti», dice una fonte israeliana alla Reuters.

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