NELLA PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA CI SONO “IL PANE E LE ROSE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NELLA PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA CI SONO “IL PANE E LE ROSE” da IL FATTO

Nella pastasciutta antifascista ci sono “il pane e le rose”

 Mirco Zanoni*  23 Luglio 2025

È raro che il senso di un momento storico venga riassunto in un unico gesto, elementare e dunque fortissimo. Ma ogni tanto capita. La pastasciutta antifascista del 25 luglio è uno di quei casi. Un fatto semplice, pensato da uomini e donne comuni in un tempo eccezionale, quello del fascismo, quello della guerra più grande.

Ogni anno questa festa, che si diffonde sempre di più nella sua genuinità morale, genera un’ondata di reazioni ostili, variamente scomposte e malamente informate. Vale la pena offrire insieme al piatto (rigorosamente donato) un paio di pensieri, nello spirito della pastasciutta dei Cervi, davvero universale perché ne mangiarono tutti quel giorno in piazza. Li offriamo soprattutto a chi non si sente parte di quella festa, guardandola con sospetto, ritenendola una manifestazione settaria, anacronistica, addirittura una appropriazione indebita di un piatto popolare.

Vorremmo che tutti si fermassero sulla data e il suo significato: nei nostri manuali il 25 luglio 1943, quando il regime implose sfiduciando Mussolini, è la “caduta del fascismo”. Non era vero: il fascismo non finì quella notte, e doveva ancora dare il peggio di sé. Ma quella data continuiamo a raccontarla così, a viverla come fecero tanti italiani. Come fecero i Cervi insieme a tanti loro compaesani. Si presero una festa, dal cavo oscuro della guerra e della storia, anche quelli che sapevano che non era finita. Furono moltissime in tutta la penisola le manifestazioni di tripudio, sincero e istintuale, per la fine di un incubo a cui avevano partecipato quasi tutti, per molto tempo. Solo il dilaniare della guerra aveva portato la consapevolezza di una distanza incolmabile tra la realtà e la propaganda, tra le verità e l’ideologia. Insomma, tra gli italiani e il fascismo. Non ci fu nemmeno il tempo per farne gesto politico, perché la guerra incombeva ancora, e la storia precipitava. Nei gesti iconoclasti e liberatori di quelle ore da parte delle folle c’era la catarsi per il grande inganno e le sue molte complicità, e soprattutto l’esasperazione per il conflitto. C’era la fame vera, e non di sola libertà. Donare un piatto di pasta ai concittadini per festeggiare la caduta del Duce è stato un atto politico unito alla solidarietà commestibile, un pasto caldo offerto a tutti, nel cuore del conflitto. Probabilmente è questo, ancora oggi, il motivo di tanta popolarità e di genuino successo della pastasciutta antifascista, della sua idea essenziale: un piatto donato con tutti i suoi significati storici e ideali che sia anche una condivisione materiale con un sapore, un colore, una consistenza. L’ideale insieme all’edibile. Il pane e le rose direbbe Ken Loach: il nutrimento dentro il pensiero, la memoria condita di speranza, la pasta con l’anima.

I commensali che si uniranno anche quest’anno alla pastasciutta antifascista sono un popolo pacificato con la storia nella fratellanza. Quest’anno, poi, è stato immediato tracciare un filo di attualità nel significato dell’evento. Al di là della guerra e della pace, esiste un principio di umanità e di difesa della vita che passa attraverso il cibo. Mai come ora la fame di un popolo è diventata il simbolo stesso di una tecnologia di annientamento, ordigno non convenzionale di un conflitto sfuggito ad ogni argine morale. Accade a Gaza, adesso. E allora, anche se non potremo dare il nostro contributo diretto in cibo alla popolazione gazawi perché questo è impedito dal governo israeliano, faremo l’unica cosa possibile: trasformeremo il cibo in cure. Porteremo, grazie a Emergency, più vicino possibile il nostro contributo, donando le offerte della serata di Casa Cervi per gli ospedali nella Striscia. La speranza è che il medesimo gesto venga preso in considerazione dalle oltre 300 pastasciutte gemelle, perché ogni piatto servito diventi un medicamento per l’umanità. C’è un’altra anima dentro la pasta, ed è questa.

* Coordinatore Culturale dell’Istituto Cervi

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