NAZIONI UNITE, IN TRINCEA CONTRO LA DIPLOMAZIA da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NAZIONI UNITE, IN TRINCEA CONTRO LA DIPLOMAZIA da IL MANIFESTO e IL FATTO

Nazioni Unite, in trincea contro la diplomazia

ISRAELE/PALESTINA. Chi non vuol sentire neppure parlare di un cessate il fuoco a Gaza ha individuato nel segretario generale, António Guterres, un bersaglio da colpire

Mario Ricciardi  26/10/2023

La guerra moderna si combatte non solo con le armi, ma anche attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica. Chi non vuol sentire neppure parlare di un cessate il fuoco a Gaza ha individuato nel segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, un bersaglio da colpire allo scopo di indebolire il suo impegno per una tregua che interrompa lo spargimento di sangue e crei lo spazio per una trattativa per ottenere da Hamas la liberazione degli ostaggi.

Una dichiarazione chiara, e priva di ambiguità riguardo alla responsabilità dell’attacco del 7 ottobre, è stata distorta per farla sembrare una giustificazione delle violenze compiute dai miliziani palestinesi.

A dare l’avvio alla mistificazione è stato l’ambasciatore di Israele all’Onu, che su twitter ha chiesto le dimissioni di Guterres.

Dai social la distorsione delle parole del segretario generale si è rapidamente diffusa ai media tradizionali. Nelle ultime ore abbiamo visto all’opera quella che Harold Wilson chiamava la diplomazia degli «altoparlanti» e degli «insulti» che si è rivelata ancora una volta un potente fattore di destabilizzazione più che di controllo dei conflitti, capace di diffondere nelle opinioni pubbliche di tutto il mondo un senso di sfiducia nei confronti del lavoro che (anche mentre un conflitto è in corso) viene svolto dai rappresentanti delle potenze globali e dei diversi paesi i cui interessi sono coinvolti.

Nicolson era un difensore del modello tradizionale di diplomazia, che si basava sull’assunto che la pubblicità è un fattore di disturbo per un’attività che deve essere lasciata nelle mani di esperti che agiscono al riparo dal controllo da parte del pubblico.

L’ambizione della carta costitutiva delle Nazioni unite di introdurre un elemento di trasparenza nella politica internazionale era vista da Nicolson come un difetto, e non invece un progresso nella direzione di una democrazia globale. Un giudizio sui limiti delle Nazioni unite per certi versi simile a quello di Harold Nicolson è stato formulato di recente da Michael Walzer, in un libro in cui il filosofo politico statunitense ha cercato di articolare i principi di una «politica estera per la sinistra».

Walzer sostiene, infatti, che il modo in cui funziona questo organismo internazionale si basi su una finzione, che nasconde in realtà procedure di decisione che sono di fatto prigioniere degli interessi nazionali, e dominate dai poteri di veto all’interno del consiglio di sicurezza (come abbiamo visto già, del resto, nel corso della crisi attuale).

La reazione della sinistra a questa situazione non dovrebbe essere per Walzer la nostalgia per un passato di cui i conservatori come Nicolson sminuivano i troppi lati oscuri (sia dal punto di vista della giustizia sociale, sia da quello del rispetto dei diritti umani) e neppure cedere alla tentazione di un realismo politico che rigetta del tutto il ruolo della moralità nella politica internazionale.
Per Walzer un modello sbilanciato e parzialmente inefficace di gestione dei conflitti non richiede di essere smantellato, ma al contrario dovrebbe essere integrato da un grado sempre maggiore di cooperazione sia al livello dei rapporti tra gli Stati sia a quello delle relazioni transnazionali.

Un lavoro lungo, difficile, e probabilmente esposto al rischio del fallimento nel breve periodo, ma che rappresenta la migliore strategia per una sinistra che non voglia abdicare all’internazionalismo che è uno dei valori che ne giustificano ancora l’esistenza.

Ecco perché oggi la sinistra dovrebbe essere al fianco di Guterres e di chi difende le Nazioni unite da un attacco strumentale che può fare soltanto il gioco di chi vuole che le armi siano l’unica risposta a una crisi che richiederebbe invece un impegno per una soluzione stabile che altrimenti corre il rischio di aprire la strada a un’estensione del conflitto.

Anche se la diplomazia pubblica non può sostituire quella «vecchio stile» che, sebbene depotenziata, ancora oggi ha un ruolo (e probabilmente ha contribuito a ritardare l’invasione di terra di Israele nella Striscia di Gaza, che potrebbe peggiorare una situazione già tragica), essa dovrebbe essere sostenuta in ogni modo.

Se non si riesce a far sentire la propria voce per via del clamore delle armi, anche un gesto, come quello fatto dall’attivista per la pace Yocheved Lifshitz al momento della sua liberazione da parte di Hamas, può tenere viva la speranza di un mondo migliore.

L’Onu “Filo araba” e i veti usa salva-Israele

DOPO IL CASO GUTERRES – Palazzo di vetro. Per 53 volte Washington ha bloccato le risoluzioni contro Tel Aviv Anche quella anti-espansione in Cisgiordania

 FABIO SCUTO  26 OTTOBRE 2023

L’attitudine di Israele nei confronti delle Nazioni Unite nell’arco degli anni non è cambiata, da quando nel 1948 una banda di estremisti – il gruppo Stern, che da poco era stato integrato nelle Forze di Difesa israeliane – assassinò il conte Folke Bernardotte, nipote di Re Gustavo di Svezia, inviato speciale dell’Onu per mediare nella guerra fra il neonato Stato di Israele e gli arabi, che pretendevano di combattere per i palestinesi. Allora come oggi la presenza delle Nazioni Unite è considerata da molti israeliani un insopportabile impaccio, testimonianza scomoda di una realtà in rapido cambiamento e che disattende le risoluzioni Onu e moltiplica la presenza degli insediamenti colonici in Cisgiordania, rendendo di fatto impossibile la soluzione dei “due Stati”. “L’Onu – mi spiegò un consigliere dell’attuale premier Benjamin Netanyahu – è sempre stata una organizzazione della sinistra internazionale e filo-araba”.

Secondo la IV Convenzione di Ginevra, il Paese occupante deve farsi carico della popolazione occupata ma non in questo braccio del Medio Oriente. È la comunità internazionale, quindi l’Onu, che assiste i milioni di rifugiati palestinesi. Vista l’enormità del ruolo da svolgere con le centinaia di migliaia di profughi palestinesi in fuga per la guerra del 1948, nacque un’apposita agenzia, l’Unrwa (United Nations Relief and Working Agency for Palestinians Refugees). Per far fronte alla crescente complessità delle crisi umanitarie ci sono le agenzie “sorelle” della famiglia delle Nazioni Unite, Programma Alimentare Mondiale (Fao/Wfp), il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), l’Ufficio dell’Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr). La maggior parte dei dipendenti è nella Striscia – staff locale – che fino al 7 ottobre faceva funzionare quasi 300 scuole e 22 cliniche e distribuiva cibo per 1,4 milioni di persone. Di queste strutture con la bandiera blu 18 hanno subito danni collaterali e diretti dagli attacchi aerei, con feriti e morti.

Secondo il suo ultimo rapporto (24 ottobre), Unrwa accoglie 137.500 sfollati in 83 delle sue 288 scuole. In Cisgiordania l’impegno assistenziale è minore per il numero di profughi, ma è maggiore quello di assistere i nuovi sfollati. Da quando è entrato in carica il nuovo governo Netanyahu – ci informa l’Onu – 1.156 palestinesi in Cisgiordania hanno lasciato le loro case per le violenze dei coloni. Sono 18 i villaggi abbandonati, decine le fattorie bruciate e i campi di ulivi tagliati con la sega elettrica. Gesta filmate, denunciate dalla popolazione che finiscono nel report settimanale di Tor Wennesland, inviato speciale del Palazzo di Vetro per il processo di pace in Medio Oriente, al Consiglio di Sicurezza Onu. Una risoluzione di condanna non arriva mai.

Cinquantaquattro volte dal 1972 gli Usa hanno posto il veto al Consiglio di Sicurezza per bloccare le risoluzioni o le condanne contro Israele. Il presidente sotto il quale gli americani hanno posto il maggior numero di veti è stato Barack Obama: 21. Colpisce che in gran parte dei casi la risoluzione fosse del tutto coerente, a volte alla lettera, con la politica dichiarata dagli Usa, ma gli americani hanno posto il veto: come per la fondazione di nuovi insediamenti in Cisgiordania. “Profondamente costernati” è uno dei luoghi comuni innocui più usati dagli Usa come “profondamente turbati” e “fortemente contrari” o la richiesta di “moderazione e stabilità”.

Espressioni che non comportano conseguenze. Molte delle 53 risoluzioni a cui è stato posto il veto Usa erano dichiarazioni palesemente anti-israeliane, che se la prendevano con Israele mentre certi regimi assassini venivano ignorati dall’Onu. Ma altre, riguardanti specificatamente l’occupazione, gli insediamenti o le attività militari in Cisgiordania, erano in sintonia con la politica Usa dal 1967 in poi. Le risoluzioni bocciate andavano quasi sempre oltre la condanna degli insediamenti e menzionavano il legame di Israele con Gerusalemme, per cui Washington era giustificata a sostenere che l’Onu lo stesse mettendo in discussione, cosa che meritava il veto. Nel frattempo, come ritorsione, Israele ha confermato ciò che accade da anni: la politica quantomai restrittiva dei visti d’ingresso. Passaporto diplomatico o meno, la richiesta può restare lì anche 12 mesi ed essere respinta senza motivazione scritta.

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