NAPOLITANO: IL “SUO” CSM DICHIARÒ GUERRA ALLE TOGHE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NAPOLITANO: IL “SUO” CSM DICHIARÒ GUERRA ALLE TOGHE da IL FATTO

Da Woodcock a Ingroia: il “suo” Csm dichiarò guerra alle toghe

DISCIPLINARI – La trattativa, “why not” e gli altri processi nel mirino

VINCENZO IURILLO  23 SETTEMBRE 2023

Luigi de Magistris, Clementina Forleo, Antonio Ingroia, Henry John Woodcock, Gabriella Nuzzi. Da presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giorgio Napolitano è stato il colonnello dei plotoni di esecuzione schierati contro i magistrati come quelli di cui sopra (e l’elenco è solo parziale), colpevoli soltanto di aver fatto il loro dovere. Con Napolitano presidente della Repubblica non c’è stata indagine eccellente che il Colle non abbia tentato di condizionare o delegittimare.

Prendiamo il caso di Woodcock, il primo in ordine di tempo. Napolitano è stato infatti eletto da poche settimane quando il pubblico ministero in servizio a Potenza chiede e ottiene dal Gip l’arresto di Vittorio Emanuele di Savoia, implicato in una storia di licenze di videopoker ottenute tramite tangenti. L’indagine e le relative intercettazioni avevano scoperchiato un malcostume imbarazzante (il Savoia verrà poi prosciolto). Ma Napolitano si fa portavoce delle proteste e delle interrogazioni di Gianfranco Rotondi (“non si arresta un re!”) e di Francesco Cossiga, e con una mossa irrituale chiede al Csm di esaminare il fascicolo disciplinare di Woodcock. Che era stato prosciolto da ogni addebito, ma non importa. È stato creato un precedente, che suona come una minaccia per un giovane pm e per chi volesse emularlo.

Ed è giovane anche Luigi de Magistris quando da pm a Catanzaro indaga sul verminaio dei fondi pubblici dissipati per (non) depurare le acque e per (non) finanziare lo sviluppo delle imprese locali, che invece finiscono nelle tasche dei soliti noti del giro politico-affaristico-massonico-criminale che soffoca la Calabria. Arriva a iscrivere nel registro degli indagati il ministro della Giustizia Clemente Mastella e il premier Romano Prodi. Un procuratore capo in palese conflitto d’interessi e un Pg facente funzioni gli sfilano via i fascicoli. Napolitano esprime “viva preoccupazione” e quindi il Csm non fiaterà. Invece punirà De Magistris con una sanzione disciplinare e soprattutto col trasferimento “per incompatibilità ambientale e funzionale” a Napoli, a fare il giudice del Riesame. Di qui, dopo qualche mese, la decisione di entrare in politica e di lasciare la magistratura con una lettera a Napolitano. Con la quale ricorda l’ulteriore, incredibile, sviluppo delle sue indagini. De Magistris infatti aveva denunciato alla Procura di Salerno, competenti per i reati dei magistrati calabresi, le intromissioni che aveva subìto dai suoi capi nelle indagini “Why Not” e “Poseidone”. Ne nasce un’inchiesta che un’altra giovane pm, Gabriella Nuzzi, conduce con determinazione, fino a chiedere gli atti a Catanzaro. Atti che la magistratura calabrese nega, e che Nuzzi è costretta a prendersi con un decreto di perquisizione e sequestro.

Con una mossa anch’essa senza precedenti, e senza alcun fondamento giuridico, la Procura di Catanzaro contro-sequestra le carte, e Napolitano che fa? Chiede al Pg di Salerno gli atti della perquisizione a Catanzaro e prende posizione a favore di chi parla di “guerra tra procure”, accomunando aggressore e aggredito. Il Csm di Napolitano riserverà a Nuzzi e ai suoi colleghi il “trattamento De Magistris”: trasferimento alla funzione giudicante.

Il 15 febbraio 2012 Napolitano dal plenum del Csm ricorda le “vicende delicate per il ruolo ricoperto dai magistrati che in esse erano coinvolti e per l’eco mediatica che le accompagnava” e deplora le “esternazioni esorbitanti i criteri di misura, correttezza espositiva e riserbo”. Ce l’ha con il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia che sta indagando sulla Trattativa Stato-mafia e parla di antimafia al congresso dei Comunisti Italiani. Napolitano critica anche “l’inserimento nei provvedimenti giudiziari di riferimenti non necessari ai fini della motivazione e che spesso coinvolgono terzi estranei”. Mentre il Quirinale, lo si scoprirà soltanto dopo, sta interferendo su indagini che arrivarono a intercettare Nicola Mancino al telefono con lui e con il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, mentre provava a chiedere un intervento dall’alto sui pm di Palermo. Napolitano riuscirà poi a ottenere la distruzione degli audio che lo riguardano. E quando Ingroia entrerà in politica, sarà Napolitano a imporre al Pd un veto sull’alleanza con Rivoluzione Civile.

Infine: nel 2007 il Gip di Milano Clementina Forleo deposita e mette a disposizione degli avvocati, affinché vengano scremate prima della richiesta al Parlamento per il loro utilizzo, una settantina di telefonate intercettate sulle utenze dei protagonisti dello scandalo delle scalate bancarie, mentre parlano con parlamentari di tutti i colori. Sta applicando una legge fatta da quei politici che ora protestano temendone le conseguenze. Napolitano, sempre al Plenum, lancia l’ennesimo monito a difesa della Casta e contro un giudice. “Non inserire in atti processuali valutazioni e riferimenti non pertinenti e chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei procedimenti”. Il Pg della Cassazione chiede l’ordinanza Forleo, il ministro di Giustizia sguinzaglia gli ispettori nell’ufficio Gip. L’Anm, invece di difendere una loro collega, la scaricherà come già fece con De Magistris e Nuzzi. “Dal Colle una lezione di diritto”.

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