MURI, MACERIE, PAURA: LA SACRA FAMIGLIA SI È FERMATA A GAZA da IL FATTO
Muri, macerie, paura: la Sacra Famiglia si è fermata a Gaza
Tomaso Montanari 4 Agosto 2025
“Non ti affliggere, ché certo il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi; scuoti il tronco della palma: lascerà cadere su di te datteri freschi e maturi. Mangia, bevi e rinfrancati”. A parlare è la Vergine Maria, e siamo nella diciannovesima sura del Corano. Il ruscello e la palma non fanno parte del racconto evangelico, ma abitano tutta l’iconografia cristiana di un episodio inconfondibile della vita di Gesù, il ‘riposo nella fuga in Egitto’, dipinto da generazioni e generazioni di pittori. Quando, scorrendo l’elenco infinito dei bambini assassinati da Israele a Gaza, troviamo il nome Issa, ebbene quel nome in italiano suona così: Gesù. E non è un nome cristiano, ma islamico: perché le nostre culture, le nostre religioni, i nostri libri sacri, si intrecciano, nei secoli dei secoli. Un’antichissima tradizione, che affonda le sue radici nei vangeli apocrifi, identifica in Egitto una serie di tappe della fuga della Sacra Famiglia. Ma oggi vorrei ricordare la via attraverso la quale raggiunsero quel paese, partendo da Betlemme: con ogni probabilità, la Via Maris, la via antichissima che si snodava (e ancora si snoderebbe) lungo la costa. Una via che passava per la città di Gaza, e per l’attuale Striscia: fino appunto ai confini con l’Egitto.
Più di tutti, gli artisti figurativi hanno amato il tema della fuga in Egitto, perché permetteva loro di declinare la storia sacra in senso aneddotico: inventando, più che rappresentando. E perché le figure si univano a un paesaggio: anch’esso liberamente inventato, vista la scarsissima conoscenza diretta della Terra Santa. E proprio queste invenzioni, molto più tardi, fecero da modello alla ridefinizione coloniale di quella terra, popolata di specie arboree europee per farla assomigliare alla sua rappresentazione artistica appunto europea (ce lo ricorda Paola Caridi nel suo mirabile Gelso di Gerusalemme). Ma nel Seicento, sull’onda di Caravaggio, la fuga in Egitto si carica di ansie, contrasti, paure. Non solo il riposo in un’oasi, con le palme che si piegano a servire Maria, ma tutta la cruda realtà di una famiglia di profughi in fuga dalla guerra. Orazio Gentileschi replicò con varianti una sua strepitosa invenzione almeno cinque volte. Giuseppe, vinto dalla stanchezza è riverso sul proprio bagaglio, sprofondato in un sonno senza grazia e senza decoro. La Vergine Maria, anch’essa stesa in terra fuor d’ogni consuetudine, allatta un Gesù ormai grandicello, che, tutto nudo, guarda fisso in camera, verso di noi: come se ci avesse sorpreso a turbare la sua intimità familiare. E poi c’è il muro: il vero protagonista del quadro. Un muro cadente, che sta perdendo il suo intonaco: un rudere senza alcuna nobiltà, non certo una rovina classica. Un muro in cui si risolve tutto il paesaggio, giacché solo la testa lanosa dell’asino e un bellissimo cielo pieno di soffici nuvole suggeriscono che il mondo non finisce proprio lì. E oggi come possiamo non immaginare che questo ‘riposo tra le macerie’ rappresenti la sosta a Gaza, lunga la strada per l’Egitto? La Sacra Famiglia a Gaza, ecco un titolo adatto per questo quadro vertiginoso. La Gaza di oggi, ovviamente: ridotta dal genocidio israeliano ad un cumulo di macerie. Una Gaza in cui la Sacra Famiglia apparirebbe non come vittima, ma come privilegiata: perché Gesù non pare uno scheletro, e Maria ha ancora il latte. Perché hanno un bagaglio, qualcosa. Abbiamo fatto peggio di Erode: abbiamo devastato una delle città della Bibbia. Ai sedicenti cristiani che governano il mondo occidentale insediati nelle destre fasciste, bisognerebbe ricordare che dove oggi Israele bombarda, uccide, affama, un giorno hanno posto il piede Maria, Giuseppe e Gesù. Tengono in non cale la vita umana dei palestinesi, si indignano solo quando un proiettile colpisce una croce e una parrocchia: ma Gaza è tutta santa. Tutta terra santa.
Una santità sopraffatta dalle tenebre, come se Gesù fosse stato raggiunto e ucciso dai soldati di Erode. E così fu, e così è: perché “tutte le volte che lo avrete fatto ad uno di questi piccoli, lo avrete fatto a me”. La notte domina la Fuga in Egitto dipinta nel 1609 a Roma dal tedesco Adam Elsheimer: qui il primato della natura, caro alla tradizione artistica nordica, si sposa perfettamente con una nuova capacità di osservarla (anche con il nuovo ‘occhiale’ galileiano) e di leggerne la luce, qualcosa che l’artista tedesco doveva invece alla conoscenza dell’opera di Caravaggio. Ma, proprio come per Caravaggio, questa rinnovata attenzione per la natura non si risolve in una pittura ‘scientifica’, bensì in una altissima meditazione pittorica sulla perdita di centralità dell’uomo, letteralmente inghiottito in una notte esistenziale in cui è possibile procedere solo a tentoni. Quella in cui siamo sprofondati tutti: senza possibilità di raggiungere l’Egitto. Che per gli abitanti di Gaza rappresenta la sopravvivenza fisica. Per noi, quella morale.
Dopo Grossman la parola genocidio non è più tabù, ma la strage non si ferma
Veronica Gentili 4 Agosto 2025
Sotto il genocidio niente. Fatti, parole, fatti. Fatti che accadono e che si faticano ad interpretare finché non intervengono in soccorso le parole. Parole che combattono le une contro le altre per guadagnarsi l’egemonia semantica degli eventi, con la giusta convinzione di poterli inquadrare nell’orizzonte storico ma con l’ingenua presunzione di poterne modificare gli sviluppi. Così la parola genocidio ha combattuto con le unghie e con i denti per spuntarla contro i termini “guerra”, “massacro”, “strage”. Dopo 22 mesi di carneficina, dopo oltre 60mila morti, ebbene il duello linguistico sembra quasi essere giunto a conclusione: quello che si sta consumando a Gaza è a tutti gli effetti un genocidio. David Grossman, uno dei più importanti scrittori contemporanei, fine intellettuale israeliano, profondamente legato al proprio Paese, ha rotto lui stesso gli indugi a riguardo, assegnando al termine “genocidio” l’ultima manciata di punti necessaria per imporsi come definizione di quanto si sta verificando nella Striscia: “Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: “genocidio”. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì. Ma vede, questa parola serve principalmente per dare una definizione o per fini giuridici: io invece voglio parlare come un essere umano che è nato dentro questo conflitto e ha avuto l’intera esistenza devastata dall’Occupazione e dalla guerra. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi”. Il dolore profondo, il senso di disgregazione esistenziale che può provocare l’utilizzo di questo termine in un israeliano, uomo di testa e di cuore, che ha speso la sua intera vita nella perorazione di una convivenza virtuosa tra i due popoli, merita un rispetto profondo. Ma proprio alla luce di questo, è inevitabile tornare all’influenza reale che le parole hanno o possono avere sui fatti. Moltissima a volte. Quasi nulla altre volte. E, ahinoi, duole constatare che la querelle linguistica che ha tenuto occupato l’intero dibattito occidentale in tutti gli ultimi mesi, nonostante abbia visto trionfare la definizione più radicale e che si supponeva dovesse cambiare il corso degli eventi, ha spostato poco o nulla. La diatriba semantico-filologica, anzi, ci ha tenuti così impegnati e ci ha talmente convinti che il massimo contributo da dare fosse schierarsi in questa contesa, da astrarci completamente dal piano di realtà. Aumentare gli iscritti al club del genocidio non ha cambiato di una virgola quello che accade a Gaza. Cessate il fuoco è diventato una specie di mantra privo di significato rivolto al cielo: quello stesso cielo dal quale dovrebbero cadere gli unici aiuti umanitari che riescono a raggiungere un popolo che sta letteralmente morendo di fame; i coloni israeliani insistono a fare il bello e il cattivo tempo con rinnovata arroganza, ormai anche a favore di camera; il governo israeliano continua a bombardare senza remora alcuna; i Paesi occidentali non cambiano nemmeno un dettaglio dei forti e fruttuosi accordi commerciali con Israele. E così, pur nell’atrocità di una sentenza morale di questo tipo, la distruzione palestinese prosegue senza intoppi sotto l’ombrello della parola genocidio. Almeno, mentre loro muoiono, la nostra coscienza fresca di bucato lessicale se ne può stare tranquillamente stesa al sole.
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