MIGLIAIA IN PIAZZA: ” LA LIBERTÀ DI KHALED RIGUARDA TUTTI NOI” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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MIGLIAIA IN PIAZZA: ” LA LIBERTÀ DI KHALED RIGUARDA TUTTI NOI” da IL MANIFESTO

Migliaia in piazza: «La libertà di Khaled riguarda tutti noi»

ITALIA/PALESTINA. Di fronte a ventidue sedi Rai per lo studente italo-palestinese detenuto dalle autorità israeliane: «Come italiani ci troveremo a non poter più viaggiare in paesi ritenuti amici come Israele, dei quali si pensa di non poter interferire nelle questioni giudiziarie», dice la moglie Francesca Antinucci

Chiara Cruciati  01/10/2023

Mancano pochi minuti all’inizio del presidio romano per Khaled el Qaisi. Un gruppo di genitori dell’Istituto comprensivo Simonetta Salacone si arrampica sugli alberi del piccolo spazio verde che, in via Mazzini, guarda al palazzone della Rai. Appendono uno striscione: «Davanti scuola, non dietro le sbarre».

Le centinaia di persone presenti lo rivogliono a Roma, davanti alla scuola, davanti alla sua università, la Sapienza, per le strade del suo quartiere. Khaled è tante cose, come tutti: è un ricercatore, uno studente, uno traduttore, un padre e un marito. È un italiano ed è un palestinese.

Eppure il silenzio che istituzioni e parte dei media nazionali hanno fatto calare sul suo arresto e sulla sua detenzione da parte di Israele (lunga ormai un mese) pare cancellare ognuna di queste identità: «La cittadinanza di Khaled vale la metà – grida dal megafono Arianna Longo di Nonna Roma – La sua vita vale la metà».

È QUESTO il motivo che ha spinto il Comitato #FreeKhaled, lanciato dalla famiglia, a chiamare ieri a presidi di fronte alle sedi Rai di tutta Italia. Se ne sono tenuti in 22 città, da Napoli a Bologna, da Ancona a Cagliari, ricorda dal megafono Vincenzo Migliucci dei Cobas: «La Rai non deve prendere parte per Khaled o per la Palestina, non ce l’aspettiamo, ma deve darne notizia. Non ha ancora trasmesso una comunicazione su questa vicenda».

La mobilitazione dal basso, invece, continua. Ieri all’iniziativa nazionale hanno aderito tante realtà, Flai Cgil, Fiom, Amnesty, Arci, Potere al Popolo, Unione popolare, Giovani palestinesi d’Italia, Bds, il Centro Antiviolenza Donna L.I.S.A., per citarne alcune. E soprattutto ci sono tanti giovani, universitari, studenti medi superiori. Si mescolano ai volti storici dell’attivismo romano per la Palestina. Scandiscono «Khaled libero», applaudono agli interventi che si alternano dal megafono.

«QUELLO CHE dalle istituzioni italiane deve emergere è una presa di posizione netta altrimenti come italiani ci troveremo a non poter più viaggiare in paesi ritenuti amici come Israele, dei quali si pensa di non poter interferire nelle questioni giudiziarie», ci dice Francesca Antinucci, la moglie di Khaled. L’ultima volta l’ha visto il 31 agosto, al valico di Allenby, quando un gruppo di soldati israeliani l’ha ammanettato e trascinato via.

«Khaled va raccontato per quello che è, uno studente e un cittadino italo-palestinese. Le istituzioni danno molta importanza al fatto che sia palestinese e nessuna al fatto che sia italiano». Tanto che il governo continua a non prendere contatti con la famiglia, dalla Farnesina solo silenzio.

«Le modalità di detenzione a quanto pare gli sembrano accettabili – continua Antinucci – Non può vedere l’avvocato, ha subito interrogatori almeno fino al 21 settembre, è stato in isolamento fino al 14. Ora è in cella con un altro prigioniero palestinese di Jenin, nel carcere di Petah Tivka, usato in fase investigativa con interrogatori che prevedono privazione del sonno, contenzione in posizioni di stress, offese verbali, minacce psicologiche».

Simonetta Crisci li conosce bene. Da quattro decenni il suo lavoro di avvocata si lega a cause in giro per il mondo: «Khaled è stato arrestato senza che gli fosse comunicato che c’era un’indagine su di lui – racconta al manifesto – Non sappiamo se questa detenzione si tradurrà in detenzione amministrativa come per altri 1.200 palestinesi. La scoprii nel 1989, la prima volta che andai in Palestina. C’era la prima Intifada, andammo a sostenere lo sciopero degli avvocati palestinesi. La detenzione amministrativa in Italia non è mai esistita, ora vogliono introdurla contro migranti e richiedenti asilo».

BATTAGLIE che finiscono per intrecciarsi, insomma. «La storia di Khaled ci deve chiamare tutti alla responsabilità di creare un movimento di opinione e di critica forte che possa incidere per una volta sulla storia di un prigioniero politico palestinese – dice Jacopo Smeriglio di Gaza FreeStyle – La sua detenzione è un monito evidente ai palestinesi in diaspora, a chi di seconda generazione e terza generazione stava ricominciando a tornare in Palestina, a conoscere le proprie radici».

«Per questo – aggiunge Jacopo – abbiamo un dovere nei confronti di tutte le compagne e compagni con cui condividiamo percorsi di strada qui in Italia e che devono poter tornare alle proprie case senza la paura di finire nei gangli del sistema detentivo israeliano. Come italiani che con il proprio privilegio vivono la Palestina e fanno progetti in Palestina è nostra totale responsabilità tutelare questi ragazzi».

La diaspora palestinese che si sente nel mirino. Ahmed gli dà voce: «L’obiettivo di Israele è mettere sotto pressione chiunque sia attivo, politicamente, culturalmente». Eviterai di tornare in Palestina, allora? «Ovviamente no. Non fermeranno il ritorno nelle nostre case».

Bocche cucite alla Farnesina, la mobilitazione per Khaled è dal basso

ITALIA. Oggi presidi in diverse città di fronte alle sedi Rai per il giovane italo-palestinese el Qaisi, detenuto nel famigerato carcere israeliano di Petah Tikva dal 31 agosto senza accuse. Parla l’avvocato Rossi Albertini: «Gambe legate alla sedia, braccia ammanettate, interrogatori di notte, senza legale. Modalità che nel nostro ordinamento renderebbero nullo l’atto»

Chiara Cruciati01/10/2023

La mobilitazione non può che partire dal basso. A quasi un mese dall’arresto di Khaled el Qaisi al valico di Allenby, tra Cisgiordania e Giordania, da parte delle autorità israeliane, c’è un paese fatto di sigle associative, movimenti studenteschi, sindacati, organizzazioni accademiche che supera il silenzio eretto dallo Stato italiano intorno alla detenzione, ancora senza accuse ufficiali, del giovane ricercatore con doppia cittadinanza.

Assemblee pubbliche, conferenze stampa, graffiti che appaiono sui treni e sui muri dei centri sociali romani accompagnano il Comitato Free Khaled, lanciato dalla famiglia – con la moglie Francesca Antinucci e la madre Lucia Marchetti in prima fila – e che oggi si presenta in mille rivoli a presidiare le sedi della Rai per chiedere la fine di un silenzio mediatico assordante. I giornali hanno iniziato a seguire il caso, la tv pubblica stenta. Quasi a fare da specchio alle bocche cucite della Farnesina.

ALLA MOBILITAZIONE nazionale di oggi aderiscono in tanti: i Giovani palestinesi d’Italia, l’Università La Sapienza (dove Khaled studia), Flai Cgil, Rete Pace e Disarmo, Bds Italia, Arci, Amnesty International e molti altri. Si ritroveranno a Roma in viale Mazzini alle 11, alla stessa ora ad Ancora, L’Aquila, Napoli e Bologna; e poi Cagliari alle 16.30, Trieste alle 10.30 e Milano il 2 ottobre alle 18 (qui l’elenco completo).

Tutti a chiedere che se ne parli ma soprattutto che el Qaisi sia rilasciato. Arrestato di fronte alla moglie e al figlio di quattro anni il 31 agosto scorso dopo una visita alla famiglia a Betlemme, si è visto rinnovare la detenzione di sette giorni in sette giorni. Fino al 21 settembre quando il rinnovo si è allungato: undici giorni.

Appuntamento, dunque, domani primo ottobre: «Il giudice ha ordinato all’ufficio requirente di formulare un’imputazione entro il primo ottobre – spiega al manifesto il legale della famiglia, Flavio Rossi Albertini – Ma sembra che la detenzione possa essere ulteriormente prorogata fino al 35esimo giorno dall’arresto». Nessun certezza e nei Territori occupati palestinesi non è che sia una novità: molto del controllo esercitato sulla popolazione occupata gioca sull’incertezza, su regole fumose e una burocrazia grigia.

E SUL SILENZIO: «In Israele sul caso è stato imposto un gag order, il divieto cioè di diffondere informazioni, un ordine di bavaglio delle autorità che si estende alla stampa», continua Rossi Albertini. «Se il suo avvocato locale dovesse riuscire a comprendere, anche in maniera fortunosa o in via informale, quelli che sono i fatti non li potrebbe riferire».

A pesare, e tanto, è anche il silenzio del ministero degli esteri italiano. L’avvocato conferma quanto già detto in diverse occasioni da Antinucci: nessun contatto diretto, la Farnesina non ha mai alzato il telefono per parlare con la famiglia di el Qaisi. Contatti solo con il consolato a Gerusalemme, che presenzia alle udienze e ha avuto modo di incontrare Khaled nella prigione di Petah Tikva, una delle colonie costruite illegalmente in territorio occupato. A quel carcere l’associazione israeliana B’Tselem ha dedicato vari rapporti per denunciare le torture subite dai prigionieri palestinesi.

L’ambasciata rassicura: Khaled sta bene. Amnesty non concorda. «Non è l’espressione che userei – continua Rossi Albertini – Non è che non stia bene. Ma ha subito interrogatori secondo modalità che nel nostro ordinamento renderebbero nullo tutto il contenuto dell’atto: il codice di procedura penale vieta qualsiasi forma di forzatura dell’indagato. In Israele invece si possono adottare forme di interrogatorio fisico, cioè forme di pressione per ottenere informazioni».

INTERROGATORI che, aggiunge il legale, la Corte suprema israeliana ha avallato dopo che lo Shin Bet (i servizi segreti interni) era stato accusato svariate volte di tortura. «Penso a posizioni molto scomode da far assumere all’indagato per ore e ore e che incidono sulla sua serenità psicofisica, gambe legate alla sedia, braccia ammanettate sulla schiena, interrogatori di notte, interrogatori continuati, interrogatori senza legale. Sembra che Khaled questi abusi li abbia subiti: è detenuto in un carcere noto per essere un centro finalizzato agli interrogatori dei servizi».

Al governo italiano non basta per chiederne il rilascio.

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