MARAMALDI, VOI UCCIDETEC UN POPOLO MORTO da DOMENICOGALLOBLOG e PAGINE ESTERI
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
15106
post-template-default,single,single-post,postid-15106,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

MARAMALDI, VOI UCCIDETEC UN POPOLO MORTO da DOMENICOGALLOBLOG e PAGINE ESTERI

Maramaldi, voi uccidete un popolo morto

DOMENICO GALLO  04/02/2024

La decisione di strangolare l’UNRWA, negandole i finanziamenti. assunta su istigazione di Israele, da Stati Uniti, Canada, Australia, Italia, Regno Unito, Finlandia, Paesi Bassi, Germania, Giappone, Austria e Nuova Zelanda, nel momento in cui massimo è il bisogno di assistenza della popolazione palestinese massacrata e affamata a Gaza, può essere commentata in un solo modo: “maramaldi, voi uccidete un popolo morto”.

Il grido di Francesco Ferrucci, in punto di morte, a Maramaldo: “vile tu uccidi un uomo morto” è risuonato nella storia ed è giunto a noi come metafora della massima viltà di cui si possano macchiare gli umani, mentre coloro che incrudeliscono contro i deboli o gli sconfitti sono bollati con l’epiteto di “maramaldo”. La decisione di strangolare l’UNRWA, negandole i finanziamenti. assunta su istigazione di Israele, da Stati Uniti, Canada, Australia, Italia, Regno Unito, Finlandia, Paesi Bassi, Germania, Giappone, Austria e Nuova Zelanda, nel momento in cui massimo è il bisogno di assistenza della popolazione palestinese massacrata e affamata a Gaza, può essere commentata in un solo modo: “maramaldi, voi uccidete un popolo morto”.

L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso ed il lavoro dei profughi palestinesi nel vicino oriente (UNRWA, United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) è un organismo creato dall’ONU, ai sensi della risoluzione 302 (IV) dell’8 dicembre 1949, con il compito di fornire assistenza, soccorso e aiuti di emergenza ai settecentomila rifugiati palestinesi espulsi dalle loro terre nel 1948, missione che si è estesa ai profughi espulsi a seguito della guerra del 1967. Attualmente l’UNRWA fornisce assistenza a cinque milioni di rifugiati che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

La Ong Oxfam insieme ad altre 19 organizzazioni umanitarie, ha lanciato un grido d’allarme osservando che “la sospensione dei finanziamenti all’UNRWA da parte dei maggiori donatori rischia di avere conseguenze umanitarie disastrose” poichè avrà un forte impatto sulla capacità di portare aiuti essenziali a oltre 2 milioni di civili a Gaza, di cui oltre la metà sono bambini. “La popolazione – prosegue l’appello – in questo momento è sull’orlo della carestia, esposta al rischio di epidemie, a causa dei bombardamenti indiscriminati da parte di Israele e della scelta deliberata di impedire l’ingresso degli aiuti nella Striscia (..) La sospensione dei fondi rischia di privare del tutto la popolazione di cibo, acqua, assistenza e forniture mediche, istruzione e un riparo”.

Israele ha sempre considerato l’UNRWA una bestia nera perché se i rifugiati palestinesi esistono come popolo e non si sono dispersi nel mare dei popoli arabi è perché l’UNRWA ha fornito l’istruzione e i servizi sanitari di base, ha costruito delle case, ha creato occasioni e opportunità di lavoro.

L’esistenza di un popolo di rifugiati, che vengono censiti e assistiti da un’Agenzia delle Nazioni Unite è una spina nel fianco per Israele perché mantiene in vita la questione palestinese che tutti i governi di Israele vorrebbero rimuovere per sempre.

La guerra contro Gaza è stata anche un’occasione per regolare i conti con l’UNRWA. Non è un caso se sono stati uccisi 152 membri del personale dell’UNRWA, il numero più alto del personale delle Nazioni Unite eliminato in un conflitto dalla fondazione dell’ONU. Non è un caso se sono stati distrutti quei luoghi nei quali un gruppo umano si riconosce come comunità: l’Università, il Tribunale, il Parlamento, gli ospedali. Non è una caso se sono stati uccisi 111 giornalisti, decine di medici, accademici e scrittori, come il poeta Rafaat el Areer. Le distruzioni operate da Israele mirano a sciogliere tutto ciò che fa comunità e a trasformare il popolo dei Gazawi in una massa di individui affamati, slegati fra di loro.

Il giorno dopo la storica ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia, che ha incrinato l’onnipotenza di Israele, imponendogli una serie di obblighi precisi da rispettare, fra cui quello di adottare: “misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e di assistenza umanitaria urgentemente necessari per affrontare le condizioni di vita avverse dei palestinesi nella Striscia di Gaza.”, è partita la vendetta di Netanyahu contro l’ONU. Israele ha identificato 13 dipendenti dell’UNRWA come compartecipi dell’attacco del 7 ottobre e ha chiesto che l’Agenzia sia smantellata. Immediatamente gli Stati Uniti hanno dichiarato di tagliare i fondi all’UNRWA ed a questa decisione si sono allineati con perfetto tempismo gli alleati più fedeli di Washington. Tajani non ha avuto alcuna vergogna a aderire al bando nei confronti dell’UNRWA. Orbene il fatto che, tra oltre 12.000 dipendenti nella Striscia di Gaza, 13 persone siano state ipoteticamente coinvolte in qualche tipo di attività criminale non giustifica certo il taglio dei fondi a un’agenzia così importante e vitale per i palestinesi. Questo taglio si risolve in una ulteriore punizione collettiva contro la stremata popolazione di Gaza creando un ostacolo insuperabile per dare corso all’obbligo, sancito dalla Corte Internazionale di Giustizia civile, di fornire i servizi di base e l’assistenza sanitaria urgente necessaria per affrontare “le condizioni di vita avverse dei palestinesi nella Striscia di Gaza”. La Corte ha imposto delle misure urgenti per scongiurare il rischio di genocidio. Israele sta dimostrando di non avere alcuna intenzione di conformarsi alle decisioni dei giudici dell’Aja, ma gli altri Stati che hanno firmato la Convenzione dell’ONU contro il Genocidio dovrebbero vigilare che queste decisioni siano attuate, invece di aiutare Israele a eluderle, rendendo ancora più atroci le sofferenze della popolazione palestinese della Striscia.

la Convenzione per la Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio del 1948 non è un trattato qualsiasi, proibisce a tutti gli stati parte non solo di commettere genocidi, ma impone obblighi cogenti di prevenirli. Le misure dettate dalla Corte dell’Aja, sono finalizzate a prevenire il rischio di genocidio, boicottare questa misure strangolando l’UNRWA, l’unica agenzia Onu con la capacità logistica di dare effettività all’ordine giuridico di assicurare gli aiuti di sopravvivenza alla popolazione di Gaza, non è solo immorale: è complicità nel genocidio che si sta consumando sotto i nostri occhi.

 Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l’1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell’arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

GAZA: La devastazione e la distruzione delle case per impedire il ritorno dei profughi

 Eliana Riva | 2 Feb 2024 | PAGINE ESTERI

Un’indagine del quotidiano inglese The Guardian, utilizzando immagini satellitari e video open source, ha messo insieme prove visive della terribile devastazione della Striscia di Gaza dopo 119 giorni di bombardamenti. Le zone distrutte o danneggiate ricoprono la maggior parte della cartina geografica.

È possibile visionare il “prima e dopo” di diverse aree e quartieri che sono stati non solo danneggiati dai bombardamenti ma successivamente appiattiti e livellati dalle ruspe dell’esercito israeliano. I militari hanno cambiato la geografia dei luoghi creando crateri, avvallamenti, sentieri militari e livellando campi sportivi, terreni agricoli, cimiteri, interi quartieri residenziali.

A Beit Hanoun, ad esempio, una città nel nord-est di Gaza circondata da terreni agricoli che nel 2017 ospitava circa 50.000 persone, un quartiere residenziale con più di 150 edifici è stato appiattito. Una scuola delle Nazioni Unite è stata fatta saltare in aria, gli ospedali sono stati distrutti o gravemente danneggiati. Si stima che almeno il 39% dei terreni agricoli del nord della Striscia sia stato distrutto.

I bombardamenti e l’invasione di terra dell’esercito non solo hanno costretto 1,9 milioni di persone a lasciare le proprie case, divenendo sfollati, ma di fatto ne impediscono il ritorno. La distruzione deliberata, completa o parziale delle abitazioni, viene utilizzata in guerra proprio per rendere impossibile il ritorno dei profughi. Alcuni esperti hanno coniato per questo il termine “domicidio” e chiesto che l’azione venga legalmente riconosciuta come strumento e crimine di guerra.

Non solo le abitazioni ma anche le università, le moschee, i supermercati sono stati letteralmente distrutti. I bulldozer sono entrati anche negli stadi di calcio, rendendoli completamente inutilizzabili. Grandi e piccoli cimiteri sono stati appiattiti dalle ruspe che hanno distrutto le lapidi, schiacciato e mischiato i resti dei defunti, rendendo impossibile recuperare le ossa.

L’analisi dei dati satellitari di Corey Scher della City University di New York e Jamon Van Den Hoek dell’Oregon State University rivela che tra il 50% e il 62% di tutti gli edifici di Gaza sono stati danneggiati o distrutti. Ma la stima potrebbe essere ottimistica: la distruzione totale è più semplice da individuare dalle immagini ma è quasi impossibile stabilire il numero degli edifici danneggiati quanto l’entità stessa dei danni.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.