LO SPETTACOLO DELLE MORTI PARALLELE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LO SPETTACOLO DELLE MORTI PARALLELE da IL MANIFESTO e IL FATTO

Lo spettacolo delle morti parallele

SOCIETÀ E MEDIA. Un bimbo di cinque anni muore investito da una Lamborghini guidata da degli youtuber che stanno girando un video per incrementare i like del loro canale e continuare a fare […]

Raffaele K. Salinari  18/06/2023

Un bimbo di cinque anni muore investito da una Lamborghini guidata da degli youtuber che stanno girando un video per incrementare i like del loro canale e continuare a fare soldi creando spettacolo voyeuristico.

La stampa ne parla, i sociologi ne discutono, l’opinione pubblica si interroga, mentre i loro video vengono cliccati e le grandi company inserzioniste aumentano i guadagni sulle pubblicità abbinate alle visualizzazioni.

Nello stesso momento nel mare centinaia di bambini muoiono annegati, senza nome, almeno per noi, senza volto, senza dibattito, senza interrogarsi sulle responsabilità collettive.

È solo «un altro Cutro», che sarà presto dimenticato: nessun guadagno, nessuna pubblicità, nessun like per loro; ma anche loro valgono più da morti che da vivi.

Ce lo spiega il filosofo Foucault che, nella sua celebre definizione di biopolitica, cioè della plusvalenza che si può ricavare direttamente dai corpi, ci dà una nuova definizione di potere sovrano: mentre nei tempi andati, prima delle modernità, il massimo del potere era quello di dare la morte e concedere la vita, oggi esso risiede nella possibilità di sostenere la vita o di lasciarla morire. E dunque, il corollario è evidente e lo vediamo quotidianamente proprio nelle storie parallele del bimbo morto a causa dell’incidente spettacolare e spettacolarizzato, e dei bimbi annegati: nel primo caso il bimbo vale più da morto che da vivo: fa guadagnare, se ne può ricavare una grande plusvalenza, sia economica sia, ed è drammaticamente vero, culturale. Lui verrà dimenticato presto, magari i ragazzini che hanno causato la sua morte riceveranno una qualche condanna, ma l’idea che con una telecamera e qualche rischio si possano fare soldi facili verrà radicata ulteriormente nella testa di tanti altri ragazzi.

I morti annegati, invece, per lo stesso motivo, devono restare sotto il mare, loro, infatti, così veicolano un altro messaggio, altrettanto drammatico e feroce: di voi non ce ne frega nulla, potete anche crepare, non vi aiuteremo; anche voi valete più da morti che da vivi per il nostro spettacolo.

Ora, è veramente così?

Il cinismo della società contemporanea, questo voltarsi solo dalla parte dei soldi, indipendentemente da come vengono ottenuti, resta solo a livello dell’etica pubblica o, invece, scava un solco profondo, asciuga giorno dopo giorno l’energia vitale di tutti, coinvolti o meno, indifferenti o partecipi, avanzando come un deserto in quella che una volta era la creatività umana, intossicando come un veleno quella che una volta era la solidarietà di specie che, seppur conflittuale, non aveva mai mostrato l’indifferenza che oggi ostentiamo verso i nostri simili.

E ancora, possiamo veramente pensare che queste morti non incidano sulla nostra percezione della vita? Che il voltarsi dall’altra parte, il lasciare alla politica becera dei respingimenti il governo delle coscienze, possa in qualche modo salvarci dal declino animico che ci minaccia?

L’inverno demografico ha certamente le sue cause seconde nei problemi della precarietà del lavoro, dei tempi di vita, dell’impossibilità di trovare una casa e via enumerando ma, se siamo onesti sino in fondo, se andiamo oltre le spiegazioni “rassicuranti” di questo tenore, scopriamo che ciò che manca è la voglia di vivere e dunque di dare la vita.
E allora, ancora una volta, accogliere questi bambini che abbiamo lasciato morire, vorrebbe dire tornare a vivere, perché la vita vive nel rischio, nell’impredicibilità del suo stesso avvenire.

E chi più di quelli che rischiano la vita per affermare la vita, come fanno i migranti, può trasmetterci questo luminoso ottimismo che spazza via le tenebre della tristezza esistenziale, il peso dell’anima gravata dagli oggetti di consumo, liberare lo sguardo accecato dai loghi? Diamoci una opportunità di tornare a vivere, facendo vivere chi ha dimostrato di voler continuare l’umana avventura.

Youtuber, la lezione di Paola e Luca

Antonio Padellaro  18 GIUGNO 2023“Dopo l’omicidio stradale di cui è stato vittima mio figlio ho detto, ho scongiurato, una sola cosa: non sprecate la vostra vita, non distruggete per sempre quella altrui, di chi uccidete e di chi resta. Lo ripeterò finché avrò voce”.
Paola Di Caro

Odio. Dopo aver appreso della morte del piccolo Manuel di cinque anni ucciso a Casal Palocco dalla idiozia, dalla insensatezza, dal deserto della ragione, dall’assenza di ogni barlume di umana coscienza, da quel coattume ostentato per fare soldi, molti soldi, confesso di aver provato odio. E forse non è successo solo a me. Un odio profondo davanti a quelle facce, a quel marchio “borderline” dell’infamia, un odio illimitato a leggere che, dopo la tragedia, individui ancora più spregevoli si sarebbero messi a filmare, tra le risate, le carcasse delle auto, dell’auto dove poco prima la vita nascente di Manuel era stata stroncata, cancellata. Odio raddoppiato quando ho letto che, dopo la tragedia, i degni fan degli “youtuber” sono raddoppiati in rete. Ma anche grande rabbia nell’apprendere che “correvano come matti da due giorni”, senza che nessuna divisa li fermasse, chissà perché. Poi ho letto il messaggio di Paola Di Caro e poi l’intervista di Luca Valdiserri e mi sono chiesto che diritto avevo io di odiare quando essi, a cui è stato strappato il cuore la sera in cui il figlio Francesco fu travolto e ucciso da un auto sulla Cristoforo Colombo, erano riusciti a trasformare quel senso insanabile di morte in una testimonianza costante, generosa, altruista di educazione alla vita. A tramutare la collera se mai in loro c’era stata – per l’imprudenza imperdonabile di una persona fuori controllo perché ubriaca – nel richiamo alla legge e all’esempio come bussola per non perdersi nella sete di vendetta, nella cupa sopravvivenza del tirare avanti.

Come spiega bene Riccardo Luna sulla “Stampa”, Casal Palocco non è uno dei tanti incidenti stradali (diventati ormai la strage continua di ragazzi recisi a grappoli) perché “gli youtuber e i tiktoker delle sfide impossibili non si limitano a fare soldi con i like ma in ogni gesto, in ogni frase trasmettono ad altri il messaggio che per fare i soldi non serva più lavorare; anzi, se studi, lavori e fatichi sei un mezzo deficiente, perché i soldi si fanno più facilmente facendo, appunto, il coatto”. Oggi i genitori più giovani sono spesso alle prese con un’adolescenza che subisce costantemente l’attrazione di quegli aggeggi che ti connettono a un intrattenimento infinito, a uno scintillante Luna park social da cui non riescono a staccarsi neppure per rivolgere la parola all’amichetto che gli siede accanto e con cui comunicano digitando furiosamente. Non sarà facile staccarli da un pifferaio magico che può condurli ovunque se non cercando pazientemente di spiegare, di convincere, di mettere sull’avviso, di creare gli anticorpi in grado di riconnettere al senso di realtà quelle giovani menti incantate. Cosa che spetta fare soprattutto ai genitori. Come c’insegnano Paola e Luca.

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