L’EVENTO CHE ALLARGA LA GUERRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’EVENTO CHE ALLARGA LA GUERRA da IL MANIFESTO

L’evento che allarga la guerra

IL LIMITE IGNOTO. Chiunque ne sia l’autore, l’attentato ad Aleksandr Dughin che ha ucciso la figlia Darya Dughina, getta ombre ancora più fitte sulla guerra d’aggressione russa all’Ucraina, sul suo limite ignoto e di senso che chiama in causa anche l’Ucraina e i Paesi occidentali che la sostengono, alimentando ogni pericolosa recrudescenza di cui le battaglie intorno alle centrali nucleari ucraine costituiscono solo l’ultima rischiosa evidenza

Tommaso Di Francesco  23/08/2022

Chiunque ne sia l’autore, l’attentato ad Aleksandr Dughin che ha ucciso la figlia Darya Dughina, getta ombre ancora più fitte sulla guerra d’aggressione russa all’Ucraina, sul suo limite ignoto e di senso che chiama in causa anche l’Ucraina e i Paesi occidentali che la sostengono, alimentando ogni pericolosa recrudescenza di cui le battaglie intorno alle centrali nucleari ucraine costituiscono solo l’ultima rischiosa evidenza.

C’è stata subito la rivendicazione di un gruppo monarchico, risultato alla fine in contatto con l’opposizione russa riparata a Kiev, ma viste le idee imperial-neozariste di Dughin, appare a prima vista poco credibile; e le tante altre supposizioni per un omicidio politico che, viste le modalità, richiama le esecuzioni dei servizi segreti nella Guerra fredda. Dughin da questo punto di vista era, finora, un bersaglio facile. Differentemente dal sodale americano Steve Bannon, pur essendo tra gli ispiratori del pensiero «eurasiatico imperiale anti-globalista» del presidente russo, non ha mai avuto cariche istituzionali ed era stato all’opposizione di Putin quando era ancora recalcitrante all’intervento in Donbass. Come dice Francesco Strazzari, se fosse stato l’ideologo ufficiale di Putin sarebbe stato protetto, come ogni rappresentante del regime russo.
Ora, per i responsabili dell’attentato si parla in Occidente di fronte armato russo anti-Putin.

Ma non è dato capire, per almeno due considerazioni: tale attentato pretende organizzazione e preparazione militare e ad occhio solo una opposizione di militari russi contrari alla continuazione della guerra ne sarebbe capace, perché finora le leadership militari sembrano invece intenzionate a continuarla l’aggressione all’Ucraina anche per recuperare i tanti smacchi subiti finora; la seconda considerazione è che un tale fronte armato avrebbe come obiettivo il regime change per i quale è difficile immaginare che l’intelligence occidentale non ne sia al corrente. Ancora. Il giornale d’opposizione Novaya Gazeta ha fatto il parallelo con l’omicidio Kirov del 1934, che fu però – come dimenticarlo – strumentalizzato ai fini di un violento repulisti interno proprio da parte di Stalin della residua opposizione comunista ancora nel partito. Qui in epoca putiniana opposizioni politiche interne al putinismo non se ne vedono, e quelle esterne quando ci sono stanno in galera. Comunque anche a voler accreditare questa versione ne emerge un segno a dir poco controproducente.

Perché c’è il precedente della Cecenia, la cui insorgenza nazional-islamista, già repressa con la terra bruciata a Grozny, portò lo scontro in Russia e a Mosca con operazioni terroristiche sanguinose, con il risultato di accrescere la credibilità di Putin e l’isolamento dei combattenti ceceni.
Si poteva dire fino a poche ore fa che gli inquirenti erano al lavoro, ma era attesa la pesante presa di posizione del potere politico. L’immancabile portavoce russa Zacharova, ha commentato che se fosse dimostrata la responsabilità dell’Ucraina allora «sarebbe terrorismo di Stato», alla quale Kiev ha risposto: «Non siamo noi il paese terrorista», insieme negando e rilanciando la palla a chi è stato terrorista per primo. Figurarsi poi se in piena guerra possa arrivare da parte ucraina una rivendicazione per un tale attentato che è un esplicito avvertimento a Putin.

Ma ieri, prontamente, l’Fsb, i servizi segreti russi, hanno addirittura dato nome e cognome dell’attentatrice ucraina che sarebbe entrata in Russia dal Donbass e che poi, dopo l’attentato, sarebbe riparata in Estonia. La permeabilità e convivenza tra ucraini e russi, nonostante la guerra, è molto alta, e tanti sono gli ucraini residenti in Russia.
Comunque sia, dietro questo attentato c’è la guerra russa in Ucraina. Paese che non solo è aiutato dalle sanzioni a Mosca e da ormai innumerevoli invii di armi, ma anche con una forte e dichiarata collaborazione dei servizi segreti occidentali, e che sempre più si è dotato di organismi d’intelligence operativi sia contro il fronte interno che ha permesso i tanti repulisti – due in piena estate – di Zelensky contro «traditori e sabotatori» che erano proprio i responsabili dell’intelligence ucraina e della sicurezza interna; sia di operazioni «coperte» in Donbass e in Russia.

Il 30 luglio scorso il consigliere per la sicurezza Anton Herashchenko ha annunciato alla tv ucraina la costituzione di un organismo segreto capace di colpire in Russia con iniziative eclatanti «simili a quelle del Mossad» e non è un caso se da quel momento gli attacchi e i sabotaggi a strutture industriali e militari russe e anche in Crimea, siano in modo eclatante aumentate. Ora Zelensky teme azioni spettacolari della Russia per il prossimo 26 agosto, nell’anniversario dell’indipendenza ucraina del 1991.

Si allunga così ora l’incognita del limite di questa guerra e dello stesso sostegno armato occidentale, sul quale si è interrogato, rivolto al presidenza Biden, uno storico editoriale dell’intero comitato editoriale del New York Times il 19 maggio scorso, che ha avuto risposte formali ambigue perché tutto è continuato peggio di prima. Purtroppo ha ragione chi, come Fabrizio Dragosei sul Corriere della Sera, sostiene che l’eventuale coinvolgimento, «vero o presunto» degli ucraini nell’attentato può scatenare una reazione di vendetta da parte dei russi, il campo di battaglia si estende alle esecuzioni mirate come per altre crisi internazionali – in Iran e in tutto il Medio Oriente – e i rappresentanti dell’attuale leadership ucraina «finiscono nel mirino» . Lo erano già – Zelensky per primo -, ma dopo l’attentato a Dughin sono esposti come un bersaglio allo scoperto.

Se decostruire il «pensiero unico bellicista» è una scommessa politica

SCAFFALE. «Maledetti pacifisti», un volume di Nico Piro edito da People

Giansandro Merli  23/08/2022

Mentre l’invasione russa dell’Ucraina è ancora in atto sugli scaffali delle librerie si trovano già le opere di diversi giornalisti che hanno seguito l’inizio del conflitto sul campo. In Maledetti pacifisti (People, pp. 157, euro 12) l’inviato Rai Nico Piro, invece, adotta un punto di osservazione diverso. A causa del divieto di ingresso ricevuto da Kiev per una trasferta lavorativa in Donbass nel 2019 non ha potuto raggiungere il paese e i territori in cui si combatte. Come durante l’aggressione alla Georgia e soprattutto il lungo conflitto afghano. Stavolta resta nelle retrovie e da lì si concentra sulla narrazione dell’evento bellico e sugli effetti prodotti nel fronte interno, cioè il dibattito politico italiano.

DA VICINO il conflitto militare è «merda, sangue e fango, quasi sempre versato da innocenti», ma a distanza viene «venduto» come un prodotto tra gli altri. Seguendo specifiche strategie di marketing. «Se non conoscessi la guerra mi sarei già convinto che la fine è vicina», scrive Piro a maggio. Nelle prime settimane dell’attacco il leitmotiv politico-mediatico è la caduta di Putin ormai prossima, magari per una congiura di oligarchi irritati dal sequestro dei mega yacht o per un’insurrezione del popolo affamato dalle sanzioni. Non succede.

Il focus della narrazione si sposta sull’esaltazione del Davide pronto a battere Golia. Ogni nuovo invio di armi – dagli elicotteri ai tank ai missili himars – dovrebbe segnare la svolta, l’inizio del contrattacco. Una visione «rassicurante», sostiene Piro, che serve a dire: c’è un prezzo da pagare, ma ce la caveremo. Assomiglia un po’ a quell’«andrà tutto bene» che durante la pandemia era appeso ai balconi, con gli arcobaleni sullo sfondo. Gli striscioni sono scomparsi o sbiaditi, i riflettori sul virus si sono spenti, ma il Covid-19 continua a mietere vittime. Qualcosa di analogo rischia di accadere in Ucraina dove il giornalista denuncia il rischio di «afghanizzazione» del conflitto, cioè della sua trasformazione in un pantano da cui i due schieramenti non riusciranno a tirarsi fuori.

IL PIANO DEL DISCORSO può sembrare secondario mentre intere città finiscono sotto le bombe russe o migliaia di civili ucraini perdono la vita, ma la convinzione dell’autore è che l’unica speranza di mettere fine alla guerra sia una soluzione diplomatica. Una strada che nessuno crede priva di grandi ostacoli ed enormi fatiche, ma che rimane l’unica percorribile. Nonostante sia trattata alla stregua di un capriccio.
Le retoriche con l’elmetto, invece, alimentano l’idea della resa dei conti definitiva tra bene e male ma non chiariscono cosa significhi «vittoria», allontanando la possibilità che i due contendenti possano trattare davvero. Cioè che si dispongano a cedere qualcosa al nemico. Precondizione necessaria di qualsiasi accordo di pace, a meno di sognare una vittoria totale che stavolta potrebbe ridurre il mondo in un cumulo di polvere nucleare.

Parallelamente si militarizza anche il dibattito interno ai vari paesi coinvolti. Piro conia la sigla Pub, «Pensiero unico bellicista», per indicare quel discorso che si impone come l’unico pronunciabile, capace di distinguere in maniera infallibile il vero (Kiev) dal falso (Mosca). Chi dissente o esprime dubbi è automaticamente amico del nemico, filo-putin, traditore della patria. O un maledetto pacifista: perché chi chiede la pace è puntualmente accusato di volere la resa degli ucraini.

IL NUOVO SOLCO della politica italiana diventa così la fedeltà assoluta, cioè la subalternità cieca, all’alleato statunitense e al patto atlantico. Adesso stare dentro l’alleanza militare significa adottarne la visione del mondo: un pacchetto completo dalle relazioni globali all’aumento della spesa militare. «È come se ora la politica debba ispirarsi ai valori dell’atlantismo più che a quelli della Costituzione», scrive Piro. La campagna elettorale in corso non lo ha smentito.

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