LEGARE STRETTAMENTE LA LOTTA PER L’ACQUA A QUELLA DEL CLIMA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LEGARE STRETTAMENTE LA LOTTA PER L’ACQUA A QUELLA DEL CLIMA da IL MANIFESTO

23 settembre, in piedi (e in piazza) popolo dell’oro blu

23 SETTEMBRE. Dobbiamo essere capaci, in questo periodo di grave crisi climatica, di legare strettamente la lotta per l’acqua a quella del clima

Alex Zanotelli  13/08/2022

È da vent’anni che il grande movimento popolare in difesa della gestione pubblica dell’acqua ha posto al centro del dibattito pubblico questo bene così prezioso e scarso. Lo ha fatto con la stesura della Legge di iniziativa popolare per la gestione pubblica dell’acqua che ha ottenuto oltre 500 mila firme. E poi con il referendum del 2011 che ha portato 26 milioni di italiani a votare perché l’acqua esca dal mercato e perché non si faccia profitto sull’oro blu. Questo è stato ed è un grande movimento che ha fatto politica dal basso. Purtroppo la politica dei partiti è stata sorda a questo grido e non è stata capace di trasformare la Legge di iniziativa popolare in Legge dello Stato. È mai possibile che così tanti senatori e deputati non siano stati capaci di leggere i segni dei tempi? È mai possibile che sia stata la finanza ad accorgersi dell’importanza dell’acqua e a quotarla in Borsa a Chicago?

Spero che almeno oggi, davanti a quanto sta avvenendo nel nostro Paese e nel mondo, i politici si accorgano dell’enorme sbaglio fatto rifiutandosi di ripubblicizzare l’acqua. Il disastro ecologico che porta a una grave crisi idrica è oggi sotto gli occhi di tutti. Piove sempre di meno, sui monti nevica sempre di meno, i ghiacciai si sciolgono, i fiumi sono ridotti a rigagnoli. La siccità diventa sempre più una drammatica realtà e ormai si va al razionamento della risorsa idrica. E siamo solo agli inizi del disastro.

Secondo il World Resources Institute, l’Italia nel 2040 avrà meno del 50% di disponibilità idrica. Ciò significa che non ci saranno abbastanza risorse per l’irrigazione dei campi, che si ridurrà l’energia prodotta dagli impianti idroelettrici, che in estate spesso dovranno venir programmate interruzioni nel servizio di acqua potabile per la collettività. Non è solo l’Italia ad avere sempre più sete, ma l’intero Pianeta. Non dimentichiamoci mai che di tutta l’acqua che c’è sul nostro Pianeta, solo il 3% è potabile. È un bene preziosissimo ma scarso. Siamo tutti profondamente interpellati da questa drammatica crisi idrica che ci attanaglia, per cui dobbiamo tornare a urlare, a gridare in difesa nella gestione pubblica dell’acqua.

Ma dobbiamo essere capaci, in questo periodo di grave crisi climatica, di legare strettamente la lotta per l’acqua a quella del clima. Per questo ritengo importante un’alleanza con i giovani Fridays For Future (FFF) e con Extinction Rebellion (XR). Per questo dovremmo scendere in piazza con i giovani e gli studenti per lo sciopero generale del 23 Settembre. In un momento come questo di grave siccità in Italia e nel mondo, dobbiamo esigere che alla Conferenza delle Parti (COP27) prevista dal 7 al 10 Novembre prossimo a Sharm el-Sheikh (Egitto) si affronti seriamente il tema. È scandaloso che alla COP26 tenutasi a Glasgow (Scozia) non se ne sia proprio parlato. L’acqua è la prima vittima del disastro ecologico e a pagarne le conseguenze sarà il Sud del mondo. Questo è inaccettabile perché l’acqua, come afferma papa Francesco, è «un diritto umano, essenziale, fondamentale e universale». Mai come oggi questo diritto è minacciato. In piedi popolo dell’acqua!

Piovono pietre, anzi peggio. Vietato bere le precipitazioni

LA GRANDE SETE D’EUROPA. Uno studio dell’Università di Stoccolma e del Politecnico di Zurigo asserisce che l’acqua piovana non è più potabile: «Superati i limiti planetari di Psas»

Luca Martinelli  13/08/2022

Piovono Pfas, anche nelle regioni più remote come l’Antartide o gli altipiani del Tibet: l’acqua piovana, ormai ovunque nel mondo, è piena di sostanze chimiche pericolose prodotte dall’uomo, quelle che appartengono alla famiglia delle sostanze per- e polifluoroalchiliche, Pfas appunto. Anche se nel mondo occidentale non beviamo più la pioggia, questo dato – reso pubblico nei giorni scorsi, grazie a un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Science & Technology e frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori dell’Università di Stoccolma e del Politecnico di Zurigo – dovrebbe allarmarci: è un indicatore (l’ennesimo) della scarsa qualità dell’ambiente in cui viviamo.

«GLI ESSERI UMANI che risiedono nelle aree industrializzate del mondo non bevono spesso l’acqua piovana nella vita moderna, ma dovrebbe comunque essere un’aspettativa ragionevole che l’ambiente sia abbastanza pulito da rendere l’acqua piovana e l’acqua dei torrenti di montagna alimentata dalle precipitazioni sicura da bere. Inoltre, in alcune parti del mondo, in particolare in alcune regioni aride e tropicali, l’acqua piovana rimane un’importante fonte di acqua potabile», scrivono i ricercatori nello studio.

Il problema principale è che tutti i Pfas sono estremamente persistenti nell’ambiente o si decompongono in Pfas estremamente persistenti, il che è valso loro il soprannome di «sostanze chimiche per sempre». Diffondendosi a livello globale nell’atmosfera, esse di conseguenza possono essere trovate nell’acqua piovana e nella neve anche nelle località più remote della Terra. Inoltre, negli ultimi 20 anni sono emerse nuove conoscenze sulla loro tossicità.

«Negli ultimi 20 anni, i valori guida per i Pfas nell’acqua potabile sono diminuiti in modo sorprendente. Ad esempio, il valore guida per l’acqua potabile di una nota sostanza della classe dei Pfas, l’acido perfluoroottanoico (Pfoa), cancerogeno, è diminuito di 37,5 milioni di volte negli Stati Uniti», ha spiegato Ian Cousins, autore principale dello studio e professore presso il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Stoccolma. Così, «sulla base delle ultime linee guida statunitensi per il Pfoa nell’acqua potabile, l’acqua piovana ovunque sarebbe giudicata non sicura da bere», ha continuato Cousins.

«L’ESTREMA PERSISTENZA e la continua circolazione globale di alcuni Pfas porteranno al continuo superamento delle linee guida sopra citate», gli fa eco il professor Martin Scheringer, coautore dello studio, con sede presso il Politecnico di Zurigo in Svizzera e Recetox, Università Masaryk nella Repubblica Ceca. Di fronte al superamento delle linee guida di qualità ambientale concepite per proteggere la salute umana, «noi possiamo fare ben poco per ridurre la contaminazione da Pfas», aggiunge Scheringer. Sarebbe il caso, in questo senso, definire un limite planetario specifico per i Pfas ma – ed è una delle conclusioni del documento – «questo limite è stato superato».

Secondo i ricercatori autori dello studio, «esiste il pericolo reale che si verifichino effetti sulla salute a livello globale (ad esempio, con effetti sulla fisiologia umana)». Per questo, aggiungono, «indipendentemente dal fatto che si sia d’accordo o meno con la nostra conclusione che il limite planetario per i Pfas è stato superato, è comunque molto problematico che ovunque sulla Terra, dove risiedono gli esseri umani, non si possano raggiungere gli alert di salute recentemente proposti senza grandi investimenti in tecnologie di bonifica avanzate». Il problema è che anche se i Pfos (acido perfluoroottansolfonico) e i Pfoa siano stati eliminati gradualmente a partire da vent’anni fa da uno dei principali produttori, la società 3M, ci vorranno decenni prima che i livelli nell’acqua e nelle precipitazioni terrestri si avvicinino a livelli bassi di picogrammi per litro.

In Italia ne sappiamo qualcosa: è in corso a Vicenza il «Processo Pfas» (a cui più volte il manifesto e l’ExtraTerrestre hanno dedicato articoli), legato alla contaminazione della falda acquifera di una vasta porzione di territorio in Veneto da parte della società Miteni di Trissino. Coinvolge circa 350 mila cittadini che vivono nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Si calcolano almeno 700 chilometri quadrati compromessi.

E ora la siccità mette (anche) a rischio imprese e commerci

LA GRANDE SETE D’EUROPA. Fiumi e laghi inariditi bloccano la navigazione. Con gravi conseguenze economiche. Per l’Osservatorio Ue nel 45% del continente è alto il livello di attenzione, per il 15% è già allarme rosso

Luca Martinelli  13/08/2022

L’Europa è assetata. Le immagini del Po in secca che riempiono le pagine dei giornali italiani ormai dalla primavera non sono un’eccezione: se da noi seccano riso e soia e manca l’ossigeno per allevare molluschi nel Delta, una fotografia altrettanto drammatica può essere scattata in tutto il continente, che fa i conti con l’acqua che manca nei fiumi: nel suo ultimo rapporto, diffuso a metà luglio, l’Osservatorio dell’Unione europea per la siccità ha calcolato che nel 45% del territorio europeo la siccità è al livello di attenzione, mentre per il 15% è già allarme rosso.

«Le nostre analisi indicano effettivamente una portata estremamente bassa per quasi tutti i fiumi europei», ha riferito Andrea Toreti, ricercatore senior del Centro comune di ricerca della Commissione europea, focalizzandosi sulla portata. L’esempio più evidente di un’emergenza in corso è data dal Reno, la cui profondità è scesa ieri a 40 centimetri, un livello che rende impossibile la navigazione delle chiatte, mentre oggi – secondo la stima dell’amministrazione tedesca delle vie fluviali – il livello dell’acqua scenderà fino a 37 centimetri. Ciò che sta accadendo dovrebbe aiutarci a mettere a fuoco gli effetti negativi anche economici dei cambiamenti climatici: è a rischio il traffico fluviale di merci sul Reno e questo ha conseguenze pesanti anche sul Danubio.COME SCRIVE BLOOMBERG, «il Reno, per secoli un pilastro delle economie tedesca, olandese e svizzera, è destinato a diventare praticamente impraticabile in un punto chiave alla fine di questa settimana, ostacolando i vasti flussi» che tra l’altro riguardano il trasporto di diesel e carbone. La situazione rischia di avere ripercussioni ancora più pesanti alla luce della riduzione dei flussi di gas russo, che hanno costretto Berlino ad aumentare il ricorso al carbone e ad altre fonti di energia. L’analisi di Bloomberg è stata diffusa con un titolo utile a far comprendere la serietà della situazione: «Una siccità storica minaccia di paralizzare il commercio europeo». Passa in rassegna la situazione anche di altri corsi d’acqua: «Anche il Danubio, che si snoda per circa 2.890 chilometri attraverso l’Europa centrale fino al Mar Nero, è intasato, con conseguenti ostacoli al commercio di grano», prosegue la testata statunitense. Il livello dell’acqua del Danubio vicino a Budapest, in Ungheria, è sceso di 1,5 metri nelle ultime tre settimane e non si prevedono piogge a breve.

I PUNTI PIÙ CRITICI sono nell’area di Zimnicea, lungo il confine tra Romania e Bulgaria, e più a valle a Cernavoda, con ripercussioni sui trasporti verso l’Ucraina. Ma i trasporti non sono certo l’unico settore dell’economia che sta avvertendo il duro impatto della siccità: in Francia, il Rodano e la Garonna sono troppo caldi per raffreddare efficacemente i reattori nucleari». La Loira, invece, è così bassa da poter essere attraversata a piedi dove un tempo incontrava il fiume Allier a le Bec d’Allier, presso Cuffy.

In Inghilterra, intanto, è scomparsa la fonte del Tamigi, che si è seccata e spostata qualche chilometro più a valle. Nell’isola, è stato dichiarato ieri lo stato di emergenza siccità per vaste zone del Paese, dove scatteranno restrizioni all’uso dell’acqua. Molte parti del Paese stanno sperimentando temperature soffocanti e scarse precipitazioni, con un’allerta di caldo estremo in vigore fino a domenica.IN SPAGNA, intanto, le riserve idriche sono scese al 39,2%, il livello più basso dalla grande siccità del 1995, anno in cui furono imposte le severe restrizioni al consumo che portarono al crollo dell’agricoltura. Le maggiori difficoltà per la mancanza di acqua vengono registrate in Galizia, Castiglia e Leon, Estremadura, Andalusia, Catalogna e Navarra. Alcune immagini drammatiche mostrano greggi di pecore mentre pascolano lungo il letto prosciugato del fiume Guadiana.

LA SICCITÀ ECCEZIONALE sta mettendo in ginocchio anche il Portogallo, che – è l’altra faccia di una stessa medaglia – continua a bruciare: attualmente è in corso un grosso incendio nel Parco naturale della Serra da Estrela. la più grande area protetta del Paese. Le fiamme sono iniziate sabato scorso e hanno già mangiato circa 10mila ettari di terreno. Secondo le analisi di Copernicus, il programma europeo di monitoraggio globale per l’ambiente e la sicurezza, la situazione è destinata a restare questa fino a settembre. Oltre ai Paesi elencati, la siccità riguarda anche Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, il nord della Romania e il sud della Polonia. L’Europa unita nell’emergenza.

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