LE URNE SONO UN DESERTO E AI PARTITI VA BENE COSÌ da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LE URNE SONO UN DESERTO E AI PARTITI VA BENE COSÌ da IL FATTO

Quel 40% di eroi andati al seggio malgrado tutto

 Antonio Padellaro  14 FEBBRAIO 2023

Non vado a votare perché tanto è sicuro che perdiamo, dice quello di centrosinistra (e infatti). Non vado a votare perché tanto è sicuro che vinciamo, dice quello di centrodestra (e infatti). E poi (insiste quello di CS) ditemi che diavolo ci vado a fare: per sapere chi ha preso più voti (o meno voti) tra Pd e 5Stelle? Ma chissenefrega. Giusto, chissenefrega se la Meloni prosciuga o non prosciuga Salvini e Berlusconi (ribadisce quello di CD). Se a giornali e talk piace masturbarsi fantasticando sui turgidi kamasutra elettorali graditi assai da un certo opinionismo guardone (non a caso in crisi progressiva di copie e di ascolti), si accomodino pure (concordano entrambi). Altro che il solito piagnisteo sull’inarrestabile crollo dell’affluenza elettorale, sulla disaffezione dei cittadini (uffa), sui seggi desertificati, sulla democrazia a rischio, signora mia. Poiché la vera domanda da fare dovrebbe riguardare non il 60-70 per cento di italiani che non votano più, e amen. Bensì su chi glielo fa fare a quel 30-40 per cento di eroi che, malgrado tutto, domenica e lunedì sono andati a deporre nella ferale urna una scheda triste come una pansé.

Non a caso coloro che meno disertano sono le persone più anziane, mentre la quantità di giovani che si recano a votare è confrontabile con i loro coetanei che frequentano la messa o l’edicola dei giornali (e ci siamo capiti). Altri tempi quando esercitando il diritto di voto si partecipava a un rito laico attraverso il quale la collettività celebrava il diritto-dovere sancito dalla Costituzione nata dalla riconquistata libertà. La stessa Carta che, a Sanremo, inserita nella scaletta, tra uno spot e uno stacchetto, viene ora commemorata come l’atteso ritorno dei Pooh (un applauso). No, la democrazia non è in pericolo e Giorgia Meloni può continuare a festeggiare la luna di miele con gli elettori che mostrano di apprezzarla più dei suoi presunti alleati di governo. Sicuramente più di Silvio Berlusconi che smarcandosi per qualche istante dalle occhiute badanti forziste ha baciato sulla bocca l’amico Putin, che è un po’ la sua Rosa Chemical. Quanto a un centrosinistra forse mai così annichilito e in rottura sentimentale con il proprio popolo, vale la profezia attribuita a Nino Andreatta. Che non vedeva limiti allo sconfinato desiderio della sinistra per la sconfitta. Accontentati.

Regionali in Lazio e Lombardia, le urne sono un deserto e ai partiti va bene così

IL RECORD DEL 60% – Il centrosinistra non mobilita più l’elettorato e il partito del non voto penalizza anche la destra: una tendenza cominciata nove anni fa in Emilia

REGIONALI: LE URNE SONO UN DESERTRO E AI PARTITI VA BENE COSÌ

 SALVATORE CANNAVÒ  14 FEBBRAIO 2023

Finirà come sempre, i capelli strappati per l’astensione record, ma poi nessuna azione concreta. L’astensione travolge la politica, ma alla politica in fondo non dispiace.

Il dato delle Regionali del 12-13 febbraio arricchisce la tendenza di due nuovi numeri sull’affluenza al voto: il 41,67% della Lombardia e il 37,19% del Lazio, un’astensione record del 60%. Come ricorda il deputato del Pd Federico Fornaro “nelle Regionali 2023 i votanti sono stati 5,1 milioni, mentre erano stati 8,9 milioni nelle precedenti Regionali del 2018”.

Strutturale. Come ricorda uno studio di OpenPolis, tra il 2008 e il 2022 “la quota di elettori che si sono recati alle urne si è ridotta di quasi 17 punti percentuali”. E se fino al 1987 il numero di astenuti si poneva comunque sotto il consenso dei due principali partiti, “nel 1992 per la prima volta il partito del non voto ha superato il secondo partito”. Ma è dal 2013 che “il non voto rappresenta la scelta più comune tra gli elettori”. Il 2013 è anche l’anno dello sconquasso elettorale prodotto dal Movimento 5 Stelle, la delegittimazione conclamata dei vecchi partiti e della vecchia classe politica. Una dimensione fondamentale, come vedremo, per capire il fenomeno, ma che presenta modalità tra loro diverse: la distanza dall’elettorato, la “stanchezza” della partecipazione politica, l’elemento di protesta o di disagio insito nel non recarsi alle urne.

La distanza. Ancora alla vigilia delle elezioni proliferavano gli “spin” dei dirigenti laziali del Pd secondo i quali una bassa affluenza avrebbe avvantaggiato il proprio candidato vista la maggiore fedeltà elettorale dei dem. Il disastroso risultato di Roma, città governata dal Pd e che ha registrato l’affluenza più bassa, 33,11%, dimostra la miopia di quei messaggini. Il coordinatore della campagna di Alessio D’Amato ha dovuto ammetterlo: “L’astensionismo ci ha dato un colpo forte, il centrosinistra non è stato in grado di portare al voto l’intera base elettorale”. La deputata Chiara Gribaudo offre la ricetta più logica, per quanto più difficile: “Ricostruiamo un’alleanza con i nostri elettori”. Ma si tratta di fare i conti con circa quindici anni di rottura con quell’elettorato, sempre più abbandonato e che non ha voglia di consegnare cambiali in bianco.

Ma l’astensionismo riguarda anche chi ieri ha vinto nettamente: la coalizione che fa riferimento a Giorgia Meloni. Vittoria percentuale che però deve misurarsi con il deserto partecipativo che coincide con una latitanza della convinzione e della delega ai nuovi presidenti di Regione. Oltre il 31% dei voti di Fratelli d’Italia nel Lazio, ottenuti con il 62% di astensione, corrisponde solo all’11,5% degli elettori attivi, mentre il successo di Fontana in Lombardia, rivendicato come frutto di buon governo e, udite udite, di buona gestione dell’emergenza Covid, rappresenta poco più del 20% degli elettori, quasi la metà di quello ottenuto nel 2018. Anche in questo caso, quindi, si registra un voto di distacco, di stanchezza e di protesta cumulati, frutto molto probabilmente anche della gestione della pandemia da Covid che non ha trovato altro modo di esternarsi.

La protesta. La situazione non è nuova, per quanto riguarda il Pd una chiara avvisaglia si era avuta nel 2014 alle Regionali dell’Emilia-Romagna, regione storicamente ligia elettoralmente quando si recò alle urne solo il 37,7% degli elettori. Allora, il segretario del Pd, Matteo Renzi, definì “secondario” quel dato e pochi mesi prima, alle elezioni europee di maggio, aveva fatto finta di non vedere che il “mitico” 40% del Pd fu ottenuto grazie a un’affluenza del 58,7% gonfiando a dismisura i voti ottenuti. S’è visto poi come è finita: l’abbaglio di avere il Paese nelle mani si è trasformato nella marginalità elettorale.

Ma i problemi riguardano, sia pure su altri versanti, il Movimento 5 Stelle. Sono lontani i tempi, novembre 2014, in cui Beppe Grillo poteva dire che “l’astensionismo in Emilia è il rigetto del cittadino per la politica” rassicurando che “l’astensionismo non ha colpito il M5S”. Anni dopo, con Giuseppe Conte, la preoccupazione sarebbe stata ben diversa: “È un dato che mi fa molto male – disse a commento del risultato delle Comunali romane del 2022 – quando il 60% dei votanti non va a votare è un dato che deve preoccuparci tutti”.

Quel dato emergeva dopo i cinque anni di governo di Virginia Raggi e interrogava un movimento che era passato molto rapidamente dalla fase “nascente” alla fase istituzionale e quindi interpellava chi si era candidato, con successo, a raccogliere il voto di protesta. Non è quindi un caso che l’astensionismo coincida anche con i cattivi risultati del M5S.

C’è un refrain comune alle diverse forze politiche secondo il quale l’astensionismo costituisce una minaccia per la democrazia. Ma si tratta anche di un fenomeno che rafforza una politica delle élite: quelle più istruite, informate, legate anche materialmente alla politica, lasciando fuori la maggioranza degli elettori spesso quelli a più basso reddito e meno istruiti. Una modalità della politica che non dispiace ai partiti in crisi, che si vedono premiare con uno sforzo molto minore. Per cui a parole tutti se ne lamentano, ma in fondo non dispiace a nessuno.

Marco Revelli: “Il populismo è stanco e i cittadini detestano questa offerta politica”

IL POLITOLOGO – “Il Pd ormai è il nulla, i 5Stelle deludono sia da soli, sia con i dem”

TOMMASO RODANO   14 FEBBRAIO 2023

Marco Revelli, i numeri del distacco dalla politica sono diventati enormi.

Iperbolici. Sei elettori su 10 detestano l’offerta politica attuale. È un dato che attesta lo stato profondamente lesionato della nostra democrazia e la condizione di una classe dirigente al di sotto degli standard minimi dell’accettabilità. È fuori luogo anche il trionfo dei vincitori: prendere il 50%, quando votano 4 persone su dieci, significa essere scelti da un quinto dell’elettorato.

Meloni però ne esce più forte.

A me pare che non abbia fatto gli sfracelli che si aspettava, non può considerarsi monopolista della sua area politica. Se la dovrà vedere, ancora di più, coi mal di pancia dei suoi partner di governo.

L’astensione colpisce in modo asimmetrico: a sinistra è devastante.

La categoria della stupidità non si usa in politica, ma ci sono casi in cui la tentazione è forte: è difficile immaginare altre spiegazioni per come siano andati incontro al naufragio; un’autoreferenzialità spinta fino all’accecamento e all’autolesionismo. Il terzo polo si conferma un “poletto” terribilmente marginale, il Pd non è pervenuto e i Cinque Stelle non hanno tratto giovamento dalla solitudine nel Lazio, ma non è che in Lombardia abbiano fatto meglio. Resta la desolazione di capire come facciano, a destra, a votare uno come Fontana, con tutto quello che è successo durante il Covid, o quell’altro impresentabile di Rocca: si vede che le qualità del candidato non contano nulla.

Anche il cosiddetto “populismo” è stanco? Il rifiuto dell’establishment non arriva più alle urne?

È una bolla che si è sgonfiata. Il 60% che sta fuori ora comunica il proprio disgusto in questo modo. L’onda, non del populismo ma dell’indignazione popolare, si esprime con una negazione: “Non mi avrete mai”.

Vede all’orizzonte qualcuno o qualcosa che possa colmare questo vuoto?

Sinceramente no, i pozzi a cui poteva attingere la politica politicante sono stati seccati o avvelenati. Veniamo da anni di cocenti delusioni, il tessuto civile di un paese non è invulnerabile, si logora.

Chi governa sembra fare serenamente a meno della partecipazione.

I ragionamenti sull’astensione dureranno un giorno, poi penseranno ad altro. Le nostre democrazie si stanno trasformando in oligarchie burocratiche, nemmeno più tanto elettive, all’interno delle quali i giochi si fanno tra le cosche, tra i gruppi di potere; quelli che Zagrebelsky chiama “i giri”, aggregati di notabili motivati dall’interesse. Un’oligarchia degli affari.

Alla luce di quello che dice, devo chiederglielo: lei a votare ci va ancora? O chi resta a casa è più lucido?

Vado a votare perché sono antiquato (sorride), continuo a pensare che i post fascisti siano uno sfregio per la nostra storia collettiva e anche per la mia storia familiare. L’ho fatto pur sapendo che le forze politiche a cui ho dato il mio voto non se lo meritavano, godevano di una rendita di posizione, del fatto di essere altro da quell’orrenda destra. Ma io ho 75 anni, un mio percorso e punti di riferimento a cui non intendo rinunciare. Capisco benissimo perché un elettore giovane, senza tutte queste vicende alle spalle, a votare non ci vada. Anche se così lascia la strada ai Donzelli, ai Delmastro, ai Durigon, a quel sottosegretario travestito da nazista (Galeazzo Bignami, ndr).

A proposito, siamo usciti dalla bolla di Sanremo, in cui milioni di italiani sono stati ipnotizzati da un festival che la destra di governo ha contestato per i messaggi – labilmente politici – “di sinistra”. Poi il giorno dopo a votare e c’era il deserto.

Il festival dovrebbe essere confinato nello spazio dell’intrattenimento, ma c’è un aspetto positivo, è stato un manometro: ha fatto riemergere sentimenti di pancia che questa destra non riesce a trattenere. Quando Meloni fa un editto bulgaro contro la direzione della Rai, rivela che ha dei riflessi istintivi che non riesce a nascondere. Ha dentro quel dna, quello per cui La Russa, quando lo si chiama fascista, risponde “piano coi complimenti”.

Dall’altra parte c’è il nulla.

Il nulla. Quel che resta di un partito, il Pd, che voleva rappresentare la sinistra e che riesce solo a guardarsi l’ombelico. E forse sarà guidato da un ex renziano.

Nemmeno chi profetizzava la “democrazia diretta” sta tanto bene.

La risposta è in quel 60% di astensione.

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