L’AUTODETERMINAZIONE DELLA CARTA DI ALGERI da IL MANIFESTO
L’autodeterminazione della Carta di Algeri
Luciana Castellina 18/07/2026
ANNIVERSARI Il 4 luglio del 1976 nasceva la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli per iniziativa di Lelio Basso
Era quasi scontato che l’anniversario della proclamazione della Carta d’Algeri del luglio 1976, la celebre iniziativa presa da Lelio Basso mezzo secolo fa, non se lo sarebbe ricordato nessuno. In un contesto che non è più regolato da una qualsiasi norma condivisa ma solo da arroganti sopraffazioni pensare a un diritto dei popoli, rivendicato contestando il sistema creato dall’Onu nel dopoguerra, rappresentava una rottura. Perché, nonostante le tante cose positive che erano state introdotte nella nuova legislazione internazionale, fortissima era rimasta la natura antidemocratica della nuova normativa, che introduceva un criterio generale determinante: le potenze vincitrici della guerra appena conclusa acquisivano poteri e diritti che agli altri paesi venivano negati, primo fra tutti il famoso diritto di veto – ma anche, pur sottaciuto, il diritto a possedere l’arma nucleare, proibita agli altri.
LA CARTA DI ALGERI, sebbene priva di poteri, ebbe proprio per questo un grande significato; rappresentò in questo contesto una svolta culturale, e quindi politica, di grande importanza: riconoscere come diritti fondanti i diritti dei popoli, e cioè di un soggetto collettivo, in un contesto storico in cui si pensa solo a quelli individuali, è del resto già di per sé una rottura importante.
È un evento da ricordare oggi. Nel momento in cui il vecchio impianto del mondo è saltato e la prospettiva è il caos definitivo non possiamo stare a guardare senza reagire quando – ci scommetto – qualcuno dirà che basta tornare al vecchio assetto e basta.
Occorre, fin d’ora, fare i conti con la revisione totale dell’apparato concettuale che ha ispirato la legislazione dell’ONU. Non solo perché molte delle sue istituzioni e delle sue preziose strutture di assistenza sono state messe fuori uso dai bombardamenti israeliani, ma perché tutto quanto è accaduto negli ultimi decenni ha messo in luce quanto grave sia stato eternizzzare l’assetto del dopoguerra: 5 potenze dotate di un potente diritto di veto, un equilibrio che ispira l’intero assetto giuridico dell’Onu. Uno squilibrio drammatico ai danni di due terzi dell’umanità.
Lelio Basso, che aveva il merito di aver raccolto l’eredità del Tribunale Russell, che, subito dopo quello sul Vietnam aveva chiamato in causa le dittature sud americane, scelse come sede uno dei paesi che era appena uscito da una drammatica guerra di liberazione, l’Algeria.
Era il 4 luglio. La data coincideva, volutamente, con quella della dichiarazione di indipendenza, 200 anni prima, degli Stati Uniti. Un esempio di autodeterminazione riuscito sì da dar vita a quella che poi è stata indicata come la più avanzata democrazia mondiale, modello per l’intero universo. Con ironia, Basso intendeva denunciare l’incongruenza dei miti dominanti, oggi ancora più evidente.
RIVENDICANDO IL DIRITTO dei popoli a decidere del proprio destino, Basso non intendeva denunciare solo il colonialismo ancora ben lungi dall’essere scomparso, ma anche le pratiche ben più pericolose del neocolonialismo che in quegli anni stava esordendo come nuova forma di oppressione. E non è un caso che subito dopo i processi iniziali contro le dittature latino americane è proprio sui danni prodotti nella nuova fase di oppressione neocoloniale che si è concentrato il secondo processo del Tribunale per i diritti dei popoli, l’organismo che fin dall’inizio ha assunto il compito di imporre la Carta d’Algeri ed è diventato il suo braccio operativo. In Tribunale abbiamo infatti portato nientemeno che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Il loro summit era stato fissato a Berlino e lì, in contemporanea, noi tenemmo il processo, una quantità di testimoni a carico fra cui anche numerosi che avevano sperimentato dall’interno il funzionamento di queste nuove istituzioni internazionali. Fra questi, la più nota, Vandana Shiva, che aveva appena abbandonato per protesta la sua carica nella Banca Mondiale.
La nostra sentenza fu alla fine presentata nientemeno che da Edoardo Galeano, che affascinò le migliaia di giovani che ci avevano aiutato a realizzare l’iniziativa in una Berlino occidentale alla vigilia della caduta del Muro. Era infatti il 1988.
Da allora i processi del Tribunale dei Popoli sono stati 57, e io ve ne ho parlato in prima persona perché sono stata membro della Corte internazionale giudicante parecchie ed assai significative volte e ricordo con commozione questa esperienze.
IL TRIBUNALE, come sapete, non emette sentenze dotate di valore giuridico ma il suo prestigio e il suo straordinario lavoro di documentazione, cui ogni volta partecipa la popolazione stessa del paese di cui si denunciano i crimini perpetrati, rendono più di ogni altro strumento evidenti le situazioni illegali che sopravvivono. Basta del resto guardare alla lista degli imputati, per rendersi conto che purtroppo il genocidio che oggi denunciamo in Palestina, è tanto diffuso da accompagnare quasi tutti i procedimenti. Genocidi impuniti perché non esistono fra l’altro Corti obbligate a perseguirli. A partire da quello più grande e duraturo, il genocidio dei migranti. Insomma: c’è molto da lavorare, come indica i programma del Tribunale, chiamato non a caso: «ALGERI 50».
Ma c’è una splendida notizia appena arrivata: la Tavola Valdese ha deciso di contribuire generosamente alla costruzione del nostro Archivio (grazie ai Fondi dell’8 per 1000) per quanto riguarda tutti i processi dell’America Latina. Credo dobbiamo ringraziare la Fondazione Basso, per le sue preziose iniziative. E più specialmente Gianni Tognoni che del Tribunale è da sempre (e spero per sempre) suo segretario generale, per averci aperto la strada nella direzione giusta.
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