L’APPELLO PACIFISTA: “STOP AI FONDI PNRR PER LE MUNIZIONI” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’APPELLO PACIFISTA: “STOP AI FONDI PNRR PER LE MUNIZIONI” da IL FATTO

L’appello pacifista: “Stop ai fondi Pnrr per le munizioni”

GUERRA – Che cosa farà il Pd?Si vota il 31 maggio. Arci, Anpi, Rete Pace e disarmo e Libertà e Giustizia scrivono agli eurodeputati

 SALVATORE CANNAVÒ   26 MAGGIO 2023

Quando il Fatto ha dato la notizia che al Parlamento europeo il Pd aveva votato a favore dello spostamento di una parte dei fondi del Pnrr al “nuovo munizionamento” per l’Ucraina – si trattava della procedura d’urgenza – il gruppo parlamentare dem a Strasburgo ci aveva accusato di averli calunniati.

A rivolgere ora l’appello al Parlamento europeo, che ne discuterà il prossimo 31 maggio, a non “rimettere in discussione le misure di solidarietà già decise attraverso il Pnrr, affermando che, in materia di difesa, i nuovi fondi possono essere utilizzati solo con il ruolo determinante del Parlamento” è un documento firmato da Libertà e Giustizia, dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, dall’Anpi e dall’Arci. “La recente proposta della Commissione europea – scrivono le quattro associazioni – di permettere agli Stati membri di utilizzare il Fondo di coesione Ue e il Pnrr per sostenere le imprese della difesa nella produzione di munizioni e missili destinati all’Ucraina mostra la volontà di trasformare la tragedia della guerra in Europa in occasione di profitto per le multinazionali delle armi”. L’Act to Support Ammunition Production (Asap), il provvedimento proposto dalla Commissione Ue su iniziativa del commissario Thierry Breton, “è strumentale alla realizzazione di strategie in materia di difesa, elaborate senza la partecipazione del Parlamento europeo e con un intervento quantomeno dubbio dei Parlamenti nazionali”.

LEGGI – Mattei diffida la Rai: “Silenzio indecente, ora parli dei quesiti”

I promotori dell’appello chiedono che davanti alla guerra in Ucraina, Parlamento europeo e Commissione Ue tengano conto “dei rischi che l’escalation militare può produrre e delle conseguenze che la scelta del sostegno militare, anziché la scelta del negoziato, possono costituire per il futuro dell’Europa”. Da qui la richiesta di non aderire alla richiesta della Commissione di ritenere “le armi controverse – oggetto di convenzioni internazionali che ne vietano lo sviluppo, la produzione, lo stoccaggio, l’impiego, il trasferimento e la fornitura – incompatibili con la sostenibilità sociale”, di sottoporre il settore “a un rigoroso controllo normativo da parte degli Stati membri per quanto riguarda il trasferimento e l’esportazione di prodotti militari”.

I primi a rispondere all’appello sono due eurodeputati del gruppo Socialisti e Democratici, Massimiliano Smeriglio e Pietro Bartolo, e due ex 5Stelle oggi membri del gruppo dei Verdi, Rosa D’Amato e Piernicola Pedicini firmatari di un documento comune. “Aderiamo all’appello e per questo motivo voteremo convintamente No alla risoluzione Asap”. “Permettere ai singoli Stati di finanziare la produzione di armi con risorse dedicate ai servizi sociali – continuano i quattro eurodeputati – al diritto allo studio, alle politiche per l’abitare, alla mobilità verde è un errore drammatico che può segnare negativamente il modello di sviluppo europeo per i prossimi anni”. Da notare, aggiungono, che “se si voterà a favore di questo atto, sarà difficile contrapporsi alla riscrittura del Pnrr da parte del governo Meloni”.

Sul tema delle munizioni va anche segnalato che al Senato il M5S ha presentato un emendamento al decreto Lavoro per sopprimere l’articolo che, con un contributo di 14,5 milioni di euro, intende “rispondere alla nuova domanda del mercato nel settore del munizionamento, assicurando il presidio della filiera strategica”. “È scandaloso e inaccettabile – dice al Fatto la senatrice 5S Elisa Pirro – che nello stesso decreto che cancella il Reddito di cittadinanza, il governo abbia infilato una misura mascherata da intervento a sostegno all’occupazione per finanziare la produzione di munizioni”. Un provvedimento che “mostra ancora una volta da che parte stia questo governo: dalla parte della lobby delle armi, non certo dei cittadini in difficoltà”.

Referendum sulle armi: censurato il docufilm

ALGORITMO – Sospeso dopo poche ore l’account dell’Antidiplomatico che ha prodotto l’opera di Michelangelo Severgnini: 40 minuti per far vedere il lavoro dei comitati

 LORENZO GIARELLI  26 MAGGIO 2023

È rimasto in Rete poche ore, dal sabato sera alle 9 e mezzo circa fino all’alba di domenica. Poi è sparito, con tanto di sanzione da parte di Youtube: account sospeso per una settimana. Non certo l’esordio che la testata L’AntiDiplomatico immaginava per il documentario Referendum, ideato e girato da Michelangelo Severgnini. Circa 40 minuti per raccontare il lavoro dei due Comitati promotori dei referendum che puntano a fermare l’invio di armi italiane in Ucraina, rappresentati dal giurista Ugo Mattei e dal saggista Enzo Pennetta.

Il documentario è ancora visibile (a pagamento) sulla piattaforma Vimeo, mentre non ce n’è più traccia su Youtube, dove l’AntiDiplomatico lo aveva messo a disposizione degli abbonati al proprio canale. Gli interessati non esitano a definire “una censura surreale” quanto successo: “Ci contestano l’aver diffuso un contenuto di disinformazione – racconta Alessandro Bianchi, l’editore della testata – accusando il documentario di non aver contestualizzato alcune immagini di bombardamenti. Ma basta guardare il film per accorgersi che non è così”. In effetti, le scarne informazioni fornite dall’algoritmo di Youtube fanno riferimento a “contenuti presentati erroneamente come prova di abusi dei diritti umani commessi in una località specifica, ma che riguardano in realtà un’altra località o un evento diverso”; nonché a “contenuti che mostrano la repressione militare di una protesta dichiarando impropriamente che i contenuti riguardano un evento attuale, quando in realtà il filmato risale a diversi anni prima”.

Nessuna indicazione precisa sulle scene che sono costate lo stop, che pure sarebbero facilmente individuabili comunicando al canale il minuto esatto del video relativo alla presunta violazione. E così non restano che le ipotesi: “Ci sono dei filmati relativi a bombardamenti di Baghdad da parte degli Stati Uniti, ma compare una didascalia che specifica luogo e anno – si giustifica Severgnini – Non capisco a cosa possano riferirsi”.

Più volte, nel documentario, vengono mostrate fasi di guerra anche in territorio ucraino, con filmati a partire dal 2014, ma le immagini non sembrano mai fuori contesto. Per questo l’AntiDiplomatico ha presentato ricorso contro lo stop e attende una risposta entro domani dal colosso di proprietà di Google. Al di là dell’esito, la delusione resta: “Questo episodio – è l’amarezza di Severgnini – matura all’interno di un contesto non facile. C’è una censura assoluta dell’informazione mainstream rispetto al referendum”. Il regista ha lavorato parecchio all’estero e non si aspettava di ritrovare tante difficoltà in Italia: “Sono tornato da pochi anni e non capisco più cosa sta succedendo in questo Paese. Viviamo in una atmosfera asfissiante”. Lo stop di Youtube è infatti coerente col contesto informativo: “Già lo scorso anno ho avuto enormi difficoltà a presentare L’Urlo, un documentario che indagava sull’immigrazione dalla Libia e contestava alcune pratiche delle Ong. Adesso le stesse difficoltà le ha chi prova a parlare di questi referendum sulle armi”. Stesso concetto espresso da Bianchi: “Mi colpisce come su questi referendum si voglia a ogni costo evitare di creare dibattito, non c’è possibilità di rompere questo muro”.

È quel che denuncia pure Mattei, che dei quesiti per dire stop alle armi è ideatore insieme a Pennetta: “È una censura incredibile. Mi viene da pensare che l’algoritmo si rifiuti di far passare un contenuto che a priori parli di referendum, come fosse bandita anche solo la parola. È impressionante”. Anche per questo la raccolta firme per i quesiti non è semplice. Serve arrivare a 500mila adesioni entro fine luglio, quando saranno passati tre mesi dal lancio della raccolta, ma la scarsa “pubblicità” mediatica ai referendum rende la strada parecchio in salita.

Il documentario sarebbe servito anche a compensare il silenzio delle tv e della gran parte dei giornali, portando le testimonianze dei pacifisti che si sono mobilitati contro il coinvolgimento dell’Italia negli aiuti militari a Kiev, in nome dell’articolo 11 della Costituzione (quello per cui “l’Italia ripudia la guerra”). Non a caso Pennetta, in una intervista all’AntiDiplomatico, ha denunciato lo strano clima in cui i promotori raccolgono le firme: “I banchetti aumentano di giorno in giorno ma cresce ogni giorno anche il silenzio mediatico, della politica, dei giornalisti, degli artisti, degli influencer”. Gli stessi che nulla hanno da dire neanche rispetto alla sanzione di Youtube contro il documentario, come nei giorni scorsi Bianchi ha notato in uno degli articoli online sulla vicenda: “Quello che è successo non riguarda solo l’AntiDiplomatico, ma tutti voi, qualunque sia la vostra posizione politica. Ci rivolgiamo in particolare agli elettori del Pd, il partito più atlantista d’Italia: fino a quando potrete accettare di vivere in un sistema che silenzia in questo modo le voci dissenzienti? Prestate molta attenzione, cari elettori del Pd, perché quello che state avallando è un pericoloso metodo anticostituzionale. E come tutti i metodi, un giorno potrà essere utilizzato contro di voi”. Senza dimenticare che, oltre al danno “informativo” provocato dalla rimozione del documentario, la decisione di Youtube causa anche un danno economico alla testata, che per una settimana non può pubblicare contenuti e deve rinunciare ai potenziali introiti generati dal film. Non solo: nell’avviso di domenica scorsa, Youtube informava anche che, in caso di nuova violazione delle regole, il canale dell’AntiDiplomatico sarebbe andato incontro a uno stop di due settimane, preludio al blocco definitivo.

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