L’ACCERCHIAMENTO DELLE 3 NATO da IL MANIFESTO e THE CONVERSATION
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’ACCERCHIAMENTO DELLE 3 NATO da IL MANIFESTO e THE CONVERSATION

A Doha negoziati decisivi sul nucleare iraniano

JCPOA. Con la mediazione dell’Ue, i rappresentanti di Iran e Usa hanno avviato colloqui indiretti per il rilancio dell’accordo del 2015. Un fallimento avrebbe conseguenze imprevedibili

Michele Giorgio, GERUSALEMME  29/06/2022

Ora o mai più. Sotto la pressione di questo imperativo, ieri sono cominciati a Doha, nel Qatar, negoziati decisivi, ma sempre indiretti, tra Iran e Stati uniti per il ripristino dell’accordo del 2015 sul programma nucleare iraniano (Jcpoa). Enrique Mora, uno dei collaboratori più stretti del «ministro degli esteri» dell’Ue Josep Borrell, ha incontrato la delegazione iraniana capeggiata dal viceministro degli esteri iraniano Ali Bagheri Kani. Poi ha visto l’inviato speciale degli Usa, Robert Malley, al quale ha riferito i punti più rilevanti dei colloqui avuti con il caponegoziatore iraniano. Dovrebbe andare avanti così, pare per qualche giorno. Quanto le due parti siano vicine o lontane da un’intesa è difficile valutarlo. Gli ultimi mesi a Vienna hanno visto crollare gran parte dell’impianto del nuovo accordo quando sembrava a portata di mano. Ad un certo punto l’Amministrazione Biden è stata sul punto di accettare anche la richiesta iraniana di rimuovere i Guardiani della rivoluzione (Pasdaran) dalla lista delle organizzazioni terroristiche compilata dal Dipartimento di stato. Biden ha poi fatto retromarcia di fronte alle proteste del governo israeliano di Naftali Bennett. Quindi, i negoziati sono stati sospesi a marzo a causa di crescenti divergenze tra la Casa Bianca e Teheran, alle quali si è aggiunto il gelo sceso tra Mosca e Washington – entrambe garanti del Jcpoa (nel 2018 però gli Usa sono usciti dall’accordo) – per l’inizio della guerra in Ucraina.

Il passo all’indietro fatto quattro anni fa dall’ex presidente Donald Trump, in apparente accordo con l’ex premier israeliano Netanyahu, non solo ha portato allo stop del Jcpoa dopo tre anni in cui le parti coinvolte avevano (più o meno) rispettato i punti dell’accordo. Ha anche dato il via prima a un intenso scambio di accuse e poi ha innescato incidenti nel Golfo che per un soffio non sono sfociati in una guerra. L’Iran ha sempre negato di volersi dotare di ordigni nucleari ma dopo il 2018 ha utilizzato nelle sue centrali centrifughe avanzate e scorte crescenti di uranio arricchito lasciando intendere di essere in grado di raggiungere la soglia nucleare. Ora è il momento della verità, un fallimento avrebbe conseguenze drammatiche.

Qualche elemento di ottimismo nello stesso Iran non manca. «La Coppa del Mondo Jcpoa in Qatar» ha scritto in prima pagina il foglio riformista Mardom Salari. Per il moderato Arman-e Emruz «L’accordo tra Iran e America dovrebbe arrivare…ma una tale opportunità non può realizzarsi senza la flessibilità di entrambe le parti». Inflessibile invece è il conservatore Keyhan – fa capo alla Guida suprema iraniana Khamenei – che ha messo in guardia Ali Bagheri Kani: «I negoziati in Qatar sono una trappola, non si può premiare l’America che vara sanzioni, compie omicidi, pirateria e approva risoluzioni anti-iraniane».

Il ritorno al tavolo delle trattative è frutto anche dell’aumento del costo dell’energia causato dalla guerra tra Mosca e Kiev. Il rilancio del Jcpoa e la fine delle sanzioni Usa sulla vendita del greggio (e del gas) iraniano, andrebbe incontro al proposito di Biden di trovare fonti alternative all’energia russa. Israele, nemico dell’Iran, invece spera nel fallimento, vuole che le sanzioni contro Teheran non siano revocate e si prepara anche a un possibile scontro militare. «Proseguiremo a lavorare insieme agli Stati uniti e ad altri paesi per rendere chiara la nostra posizione e influenzare la realizzazione dell’accordo, se mai ci sarà», ha avvertito il ministro della difesa Benny Gantz confermando che sta nascendo un’alleanza contro l’Iran con partner regionali non meglio identificati. Ma non è un mistero che Tel Aviv stia costruendo una sorta di Nato israelo-araba con Arabia saudita, Qatar, Emirati, Egitto, Bahrein e Giordania, guidata dagli Usa, per contrastare eventuali lanci di missili e droni iraniani in caso di una guerra. Domenica il Wall Street Journal aveva riferito che su iniziativa statunitense, alti ufficiali israeliani hanno avuto a marzo a Sharm El Sheihk incontri segreti con i rappresentanti di vari paesi arabi, tra i quali l’Arabia saudita, per coordinare strategie militari contro Teheran.

Più armi e truppe, più nemici. Nasce la nuova Nato globale

ALLEANZE E GUERRE. Si apre a Madrid il vertice dell’Alleanza atlantica. Bilancio raddoppiato, 300mila soldati e un piano strategico decennale: ecco l’esercito d’Occidente 2.0. E la Turchia toglie il veto a Svezia e Finlandia, in cambio dei curdi

Roberto Zanini

Armi, più armi. Soldati, più soldati – molti di più. Basi, nuove basi. Nuovi soci, nel breve periodo. Nuovi amici che diventeranno soci, nel medio periodo. Ma soprattutto, nuovi nemici. Uno subito la Russia, bello chiaro ed evidente. Uno successivo, la Cina, che matura a vista d’occhio.

Al vertice straordinario di Madrid che è iniziato ieri, la North Atlantic Treaty Organization lancia la sua unione più perfetta, per parafrasare una celebre espressione della costituzione americana: la Nato 2.0. Una Nato globale, non più argine militare europeo, politicamente giustificato dalla difesa contro l’espansiva potenza sovietica, ma strumento di incursione planetaria in ogni sistema che non riconosca come buona e giusta la democrazia occidentale, così come oggi viene praticata.

LO STRUMENTO del cambiamento è lo Strategic Concept, il documento che definisce il concetto strategico prossimo venturo per l’alleanza militare più forte del mondo, un piano decennale che fissa mete e pretende risorse per raggiungerle. In quello precedente, firmato a Lisbona dieci anni fa, la Russia era un partner. In quello che sarà firmato tra breve a Madrid, la Russia è un nemico. E la Cina sarà definita «una sfida» – anche se gli Stati uniti stanno tentando in tutti i modi di «riscaldare» e rendere più esplicita la definizione.

Le novità. Intanto, 300mila uomini di forza di intervento rapido – nome in codice Saceur – a disposizione del comando supremo per il fianco est messo in subbuglio dall’invasione dell’Ucraina. Truppe di terra, di mare, d’aria, dello spazio e del cyberspazio all’insegna della flessibilità, ossia non schierate in massa nei paesi baltici e dell’est come la Polonia – che hanno fatto di tutto per avere «boots on the ground», stivali sul terreno, e ne hanno ottenuto 40mila – ma dislocati a rotazione in zone meno di frontiera.

E poi i soldi, un sacco di soldi. Il bilancio della Nato dovrebbe quasi raddoppiare, e il famoso 2% del Pil che ogni paese dovrebbe investire in armi e uomini Nato, ha detto il segretario generale Jens Stoltenberg, «deve essere visto più come un punto di partenza che un punto d’arrivo». In testa ai paesi ansiosi di investire nel militare c’è la Gran Bretagna di Boris Johnson che puntano al 2,5%.

NUOVI AMICI: Finlandia e Svezia sono praticamente già dentro, un cambio spettacolare in paesi dove fino a ieri parlare di Nato sarebbe costato il posto a un intero governo. È superato anche lo scoglio della Turchia di Erdogan, che non voleva difensori del curdi tra i suoi alleati: Stoccolma e Helsinki «rivedranno le richieste» di estradizione, qualcuno finirà male.

Invitati come ospiti anche Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda – l’alleanza Aukus a base di sottomarini nucleari che tanto indignò Pechino – e il ministero degli esteri della Cina parla infatti di «vino vecchio in bottiglia nuova» e attacca «concetti di sicurezza obsoleti» e «quella mentalità da guerra fredda di creare nemici immaginari e impegnarsi in scontri sul campo».

Il fantastico risultato dell’invasione decisa da Vladimir Putin è per ora quello di rafforzare enormemente proprio l’avversario che intendeva indebolire, cioè l’Alleanza atlantica. In cui dal 1990, in effetti, sono entrati quattordici nuovi paesi.

Quanto più cresce la Nato come sistema di sicurezza, inoltre, tanto più decade l’Onu. Una traiettoria inesorabile praticata in Kosovo, in Libia e soprattutto nel 2013 in Iraq, quando ogni sforzo atlantico venne impiegato per degradare la capacità dell’Onu di trattare, mediare, impartire qualcosa di simile a una giustizia internazionale.

Di fronte all’invasione dell’Ucraina, l’Onu non a caso è rimasta afona, ormai a siderale distanza dall’organizzazione globale che costrinse Colin Powell a sventolare provette fasulle «piene di antrace».

L’UCRAINA È UN TEST che la Nato 2.0 non può permettersi di perdere. A Washington si parla ormai di «impossibilità per l’Ucraina di riavere gli stessi confini» ma si postula addirittura la «soluzione coreana»: cessate il fuoco provvisorio e niente trattato di pace, per non ufficializzare il nuovo confine di un paese che resterebbe diviso. Una manna per un’organizzazione militare. Una tragedia per tutti gli altri.

The Quad: gli sforzi degli Stati Uniti per contrastare l’influenza della Cina in Asia segnano una nuova era di micro alleanze

1 giugno 2022

Ed Griffith

Vicedirettore, School of Humanities, Language & Global Studies, University of Central Lancashire

Moisé de Suza

Corso di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali, University of Central Lancashire

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha recentemente visitato l’Asia nel tentativo di rafforzare le relazioni nella regione, incontrando in particolare i leader dell’alleanza “Quad” di America, Giappone, India e Australia. Questo gruppo di stati che la pensano allo stesso modo rappresenta un meccanismo diplomatico del 21° secolo che sta diventando sempre più importante al posto di una Nato asiatica.

Il viaggio di Biden ha coinciso con una visita del ministro degli Esteri cinese Wang Yi alle Fiji, nell’ambito dei tentativi finora infruttuosi di Pechino di riunire una coalizione di stati delle isole del Pacifico . La Cina corteggia da tempo le nazioni del Pacifico, mentre tenta di espandere la sua portata diplomatica. In particolare, un accordo di sicurezza con le Isole Salomone potrebbe aprire la porta alla presenza militare cinese lì.

Tutti questi sforzi illustrano il tipo di ordine globale rimodellato che possiamo aspettarci di vedere in futuro. Il nuovo panorama della sicurezza è costituito da patti tra un piccolo numero di stati che producono potenti gruppi di sicurezza con un focus piuttosto specifico nel dissuadere altre grandi potenze. Benvenuti in una nuova era di micro alleanze nella politica internazionale.

Il Quad ha le sue radici negli sforzi cooperativi di risposta ai disastri all’indomani dello tsunami di Santo Stefano del 2004 , ma negli ultimi anni si è evoluto per diventare più incentrato sulla sicurezza. Sebbene il processo sia balbettato in vari punti, è tornato alla rilevanza, in particolare come un comodo veicolo per contrastare la Belt and Road Initiative (BRI) della Cina attraverso la quale il paese sta utilizzando gli investimenti internazionali per creare influenza in Eurasia e Africa.

Il Quad si è ora impegnato a estendere oltre 50 miliardi di dollari (39,7 miliardi di sterline) in aiuti alle infrastrutture e investimenti nell’Indo-Pacifico nei prossimi cinque anni per contrastare il peso economico della Cina nella regione.

Ciascuno degli stati membri ha problemi bilaterali con la Cina, comprese controversie territoriali, tensioni storicamente radicate e relazioni diplomatiche spinose. Ma la motivazione principale per la sua continuazione e promozione è la considerazione realpolitik di limitare la Repubblica popolare. Ciò è stato confermato in un discorso del 2019 dall’allora segretario di Stato americano, Michael Pompeo, che ha descritto il ruolo del gruppo come “garantire che la Cina mantenga solo il suo posto nel mondo”.La Cina è stata sempre più assertiva negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda il Mar Cinese Meridionale, ma anche in termini di politiche economiche come la BRI e la sua retorica diplomatica a volte bellicosa. Ciò ha spinto gli stati di tutta la regione Asia-Pacifico – e oltre – a ripensare alle politiche precedenti incentrate più sull’impegno con la Cina che sul contenimento.

In questa luce, il Quad può essere visto come una dimostrazione della volontà degli Stati Uniti e dei suoi alleati di rispondere in modo più deciso nel difendere la propria posizione e i propri interessi nella regione. Questo non è passato inosservato in Cina. Il Global Times, un giornale scandalistico di proprietà statale, ha ripetutamente definito il Quad come la “banda sinistra dell’Indo-Pacifico per contenere la Cina” .

Altre alleanze

Il principio alla base del Quad ha parallelismi con Aukus , un patto di sicurezza tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti. Ciò è stato annunciato nel settembre 2021 con lo scopo iniziale di aiutare l’Australia a sviluppare sottomarini a propulsione nucleare.

C’è anche il “Five Eyes”, un accordo di condivisione dell’intelligence tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. La differenza fondamentale del Quad è la presenza di due potenze asiatiche che sono desiderose di supporto per bilanciare contro la Cina alle loro porte.


Per saperne di più: AUKUS: una corsa agli armamenti con la Cina è il prezzo della “Gran Bretagna globale”?


È importante sottolineare che l’importanza del Quad sta aumentando nel contesto del silenzio quasi completo da parte dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean). Questo nonostante gli sforzi per convincere i dieci stati membri dell’Asean che il Quad offre opportunità oltre la sicurezza, come il già citato impegno di investimento.

Nuovo ordine mondiale

Guardando da una prospettiva più macro, il Quad, insieme ad Aukus, Five Eyes e Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity (IPEF) , una partnership economica regionale, offre un quadro generale della strategia generale degli Stati Uniti per contenere la Cina nei prossimi decenni .

Non siamo ancora in una nuova guerra fredda, ma non viviamo più in un mondo unipolare dominato da Stati Uniti egemonici. Questo rimodellamento dell’ordine internazionale era già in corso, spinto dalla crescente assertività della Cina. Ma l’assalto della Russia all’Ucraina, accompagnato dalla cooperazione “senza limiti” di Pechino con Mosca, ha accelerato ed esacerbato il tracciamento di confini in tutto il mondo.

Il segretario di Stato di Biden, Antony Blinken, ha esplicitamente confermato questa attenzione in un recente discorso :

Anche se la guerra del presidente Putin continua, rimarremo concentrati sulla più seria sfida a lungo termine all’ordine internazionale – ed è quella posta dalla Repubblica popolare cinese.

Non dobbiamo aspettarci un conflitto diretto imminente, ma è chiaro che la concorrenza strategica globale tra Stati Uniti e Cina si sta intensificando. Il Quad è solo l’esempio più recente di come le squadre si stanno allineando.

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