LA III° GUERRA MONDIALE A PEZZI: CHI LA FA, CHI STA CON CHI E PERCHÈ da ILFATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA III° GUERRA MONDIALE A PEZZI: CHI LA FA, CHI STA CON CHI E PERCHÈ da ILFATTO e IL MANIFESTO

La terza guerra mondiale a pezzi: chi la fa, chi sta con chi e perché

ARMI IN PUGNO – Il Medio Oriente brucia, l’Africa è una pentola a pressione, in Ucraina non c’è svolta, nel Mar Cinese ancora tensioni

 SOFIA CECININI *  21 GENNAIO 2024

I conflitti nel mondo sono talmente numerosi e intrecciati che potremmo parlare di una “terza guerra mondiale a pezzi”, come ha fatto in un ormai storico discorso papa Francesco.

La crisi più drammatica in corso è la guerra tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, iniziata il 7 ottobre scorso, quando Hamas ha condotto un attacco a sorpresa nel Sud d’Israele, causando la morte di circa 1.200 israeliani tra civili, membri delle forze di sicurezza e cittadini stranieri. In risposta, lo Stato ebraico ha avviato una campagna di bombardamenti contro l’enclave che ha ucciso circa 24.000 palestinesi, di cui oltre 10.000 bambini. Israele colpisce regolarmente anche la Cisgiordania, prendendo di mira gruppi di civili palestinesi inermi e senza legami con milizie armate. La guerra a Gaza va inserita nel contesto del conflitto israelo-palestinese, la cui soluzione è sempre più lontana, soprattutto dopo le recenti parole di Natanyahu, che ha escluso una soluzione a due Stati.

I bombardamenti a Gaza hanno esasperato altre quattro crisi già esistenti, in Libano, Siria, Iran e Yemen. Al confine settentrionale di Israele con il Libano, il gruppo militante libanese Hezbollah (sciita) ha lanciato circa 700 attacchi in solidarietà con Hamas (sunnita). Sebbene Israele sia il loro nemico comune, questi due gruppi hanno agende e strategie differenti. Secondo l’intelligence americana, Hezbollah non ha collaborato con Hamas nell’offensiva del 7 ottobre.

In prossimità del confine a nord-est, invece, Israele è coinvolto in una guerra ombra con l’Iran che si svolge in Siria, dove le forze israeliane hanno lanciato centinaia di attacchi aerei contro strutture e forze militari iraniane, nonché contro postazioni del governo siriano. La più grande preoccupazione di Israele è il programma nucleare iraniano e il suo arsenale missilistico che ha assunto dimensioni impressionanti negli ultimi decenni. In Siria, il confronto indiretto tra Israele e l’Iran si intreccia con la guerra civile locale, iniziata nel marzo 2011, che vede contrapporsi l’opposizione siriana, sostenuta nel tempo da Stati Uniti e Turchia, alle forze del presidente Bashar al-Assad. Quest’ultimo, appoggiato dalla Russia e dall’Iran, controlla oggi il 70% del territorio siriano e ha ottenuto il reinserimento nella Lega Araba, uscendo in tal modo da un isolamento internazionale durato oltre dieci anni.

La guerra a Gaza si è intrecciata anche con la crisi in Yemen. Dal 7 ottobre, i ribelli yemeniti Houthi hanno lanciato missili e droni contro Israele, conducendo allo stesso tempo trenta attacchi contro imbarcazioni internazionali, comprese le navi da guerra statunitensi, dirette verso Israele. Sebbene gli Houthi e Hezbollah siano sciiti, difendono i palestinesi sunniti perché fanno parte del cosiddetto “asse della resistenza” guidato dall’Iran. In questo caso, la politica di potenza prende il sopravvento sulle divisioni religiose. Teheran è infatti alla testa di un’alleanza informale di gruppi e governi musulmani sunniti e sciiti in Yemen, Siria, Libano, Gaza e Iraq che si oppongono a Stati Uniti e Israele. Lo Yemen è a sua volta dilaniato da due gruppi. Da una parte, gli Houthi, legati all’Iran, che controllano la capitale Sana’a; dall’altra, il governo yemenita, appoggiato dall’Arabia Saudita. Gli attacchi Houthi nel Mar Rosso hanno di fatto aperto un nuovo fronte caldo in Medio Oriente, con gravi conseguenze sul traffico verso il Canale di Suez, attraverso cui passa il 12% del commercio globale. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno bombardato gli Houthi nei giorni scorsi, nell’ambito di una missione internazionale lanciata a fine dicembre.

Per concludere la lista delle crisi in Medio Oriente, occorre considerare le recenti tensioni tra l’Iran e il Pakistan. Il 17 gennaio, l’Iran ha lanciato attacchi missilistici sul territorio del Pakistan, nella provincia sud-occidentale del Balochistan, contro il quartier generale della milizia sunnita Jaish al-Adl. Per tutta risposta, il giorno seguente, Islamabad ha condotto raid aerei in Iran contro i separatisti Baloch presso un villaggio nella provincia del Sistan-Baluchistan, al confine con il Pakistan. Tali attacchi hanno rappresentato le incursioni transfrontaliere più gravi degli ultimi anni.

Un altro fronte della terza guerra mondiale a pezzi è il conflitto in Ucraina che infuria senza sosta. L’esercito di Kiev è in difficoltà economica e militare. Economicamente, non ha ancora ricevuto i miliardi di dollari vitali promessi dall’Unione europea e dagli Stati Uniti; militarmente è a corto di soldati e la sua difesa aerea è sempre più deteriorata, come emerge dagli ultimi dati disponibili. Mentre nel 2023 il pil della Russia è cresciuto del 5,4% su base annua, quello dell’Unione europea ha registrato una crescita poco maggiore allo 0%. L’economia tedesca è di fatto in recessione.

In Asia, un punto caldo è costituito dalla crisi con la Corea del Nord che inquieta periodicamente il Giappone, la Corea del Sud e gli Stati Uniti con test di armi e missili. Tali azioni comportano rischi significativi, poiché ogni incidente rischia di innescare un’escalation.

Taiwan, la recente elezione a presidente di Lai Ching-te, del Partito democratico progressista (Dpp), è invisa alla Cina per il suo indipendentismo, che avrebbe preferito la vittoria del candidato del partito Kmt, più vicino a Pechino. Le elezioni hanno segnato un cambio di leadership a Taiwan, in un momento in cui le tensioni sulle due sponde dello Stretto sono elevate. Secondo l’agenzia americana Bloomberg, lo scoppio di un conflitto militare a Taiwan potrebbe costare al mondo circa 10.000 miliardi di dollari.

Infine, per quanto riguarda l’Africa, il conflitto più recente è scoppiato in Sudan, il 15 aprile 2023, dove, secondo l’Onu, oltre 12.000 persone sono state uccise. La Libia continua a essere instabile, con la persistente presenza di due governi rivali e una costellazione di milizie che si scontrano periodicamente.

Negli ultimi anni, il continente africano ha visto un aumento significativo di colpi di Stato che, oltre al Sudan, hanno interessato Gabon, Niger, Burkina Faso, Guinea, Ciad e Mali, con gravi conseguenze per la stabilità del continente. Nel Corno d’Africa, proprio il 1° gennaio, si è accesa l’ennesima crisi tra l’Etiopia e la Somalia. Addis Abeba ha concluso un accordo con la regione separatista somala del Somaliland per avere l’accesso al mare, provocando la reazione della Somalia e l’inquietudine dei vicini regionali.

* Sicurezza Internazionale

I Paesi Non Allineati stanno con Gaza (e con il Sudafrica)

DICHIARAZIONE DI KAMPALA. Il 19esimo summit dell’organizzazione si chiude con la richiesta di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi. Sostegno all’iniziativa di Pretoria all’Aja. Guterres: «Emergenza umanitaria, la popolazione della Striscia non muore solo per le bombe»

Redazione Esteri   21/01/2024

Un’indicazione forte per il cessate il fuoco a Gaza è arrivato ieri da Kampala, in Uganda, a conclusione del 19esimo summit del Movimento dei Paesi Non allineati, in cui la guerra nella Striscia è stata al centro dell’attenzione.

Nella «Dichiarazione di Kampala», i 120 paesi membri dell’organizzazione – in rappresentanza di oltre il 55% della popolazione mondiale – chiedono sì la fine del conflitto attraverso un immediato cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi, ma esprimono anche pieno sostegno all’iniziativa del Sudafrica presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aja, ovvero all’accusa rivolta a Israele di praticare politiche deliberatamente genocidiarie.

Nella sessione conclusiva del summit è intervenuto anche il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, il quale ha sottolineato come il livello di distruzioni inflitto a Gaza e l’alto numero di vittime civili in un così breve periodo sia un fatto «totalmente senza precedenti» all’interno del suo mandato. Guterres ha poi reso omaggio ai 152 impiegati dell’Onu morti sotto le bombe e agli operatori umanitari che con enormi rischi per la loro vita e per quella dei loro familiari continuano a lavorare nella Striscia. Infine ha ricordato che «a Gaza la gente non muore solo per le bombe, ma anche per la mancanza di cibo e acqua potabile, o per gli ospedali privi di medicine ed energia elettrica».

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