LA GUERRA DELLE PAROLE, LA GUERRA DELLE BOMBE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA GUERRA DELLE PAROLE, LA GUERRA DELLE BOMBE da IL MANIFESTO

La guerra delle parole, quella delle bombe

L’ONU SENZA TREGUA. Ceasefire, cessate-il-fuoco era troppo: veto. Pause umanitaria sembrò funzionare: durò pochi giorni, poche ore al giorno. Quindi è stato proposto cessation delle ostilità: neanche a parlarne. Ora si tratta su […]

Roberto Zanini  21/12/2023

Ceasefire, cessate-il-fuoco era troppo: veto. Pause umanitaria sembrò funzionare: durò pochi giorni, poche ore al giorno. Quindi è stato proposto cessation delle ostilità: neanche a parlarne. Ora si tratta su suspension, naturalmente urgente, naturalmente non subito.

La guerra delle parole nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite sembra senz’altro meglio della guerra delle bombe su Gaza, ma ne è la continuazione con altri mezzi e prima o poi finiremo a farci promettere una transition away anche dai bombardamenti, come già dai combustibili fossili in un’altra recentissima assise Onu. E come alla Cop28 transiremo con comodo, entro il 2050 e triplicando il nucleare, certo moltiplicando i sepolcri.

Le guerre corrono più veloci dell’Onu, ormai da molto tempo. Il sogno di un pugno di uomini potenti, nato a Yalta sulle ceneri di un mondo offeso ma già prontissimo a offendersi ancora, mostra la feroce evidenza dei suoi limiti come già in Iraq (due volte), in Afghanistan, in Ucraina dove ancora si combatte… . Imbrigliato da un veto dopo l’altro, incapace di far rispettare il poco che ne sfugge. E inchiodato da un potente solo.

Sul Medio oriente i veti vengono tutti dalla stessa parte dell’Atlantico. Dagli anni Settanta fino alla guerra in corso, il Consiglio di sicurezza ha discusso 47 risoluzioni che riguardavano Israele. Gli Stati uniti hanno messo il veto a tutte, tranne una alquanto generica, a iniziare dal remoto ’72. Per 34 volte hanno messo il veto a risoluzioni specifiche su Israele e Palestina – contro le due di Russia e Cina, per dire.

Eppure nella Carta dell’Onu la parola veto non c’è. Si deduce, si inferisce dalle norme di voto, ma non c’è. Washington da sola tiene il mondo appeso a una parola che non c’è. In un’istituzione mondiale che funziona poco e male, ma che è tutto ciò che abbiamo.

Dopo 20mila morti riparte la trattativa per tregua e ostaggi

GAZA. Delegazione di Hamas al Cairo. Gli Usa chiedono «operazioni militari più mirate e localizzate». Ma anche ieri il solito massacro

Michele Giorgio  21/12/2023

Antony Blinken è un disco rotto. Anche ieri ha ripetuto, come fa da settimane, che le forze armate israeliane devono passare ad «operazioni militari più mirate e localizzate» nella Striscia di Gaza e «concentrarsi sulla leadership di Hamas e la distruzione della rete di tunnel», utilizzata dai combattenti islamisti, per limitare i rischi per i civili palestinesi. Poi, come il presidente Joe Biden e il resto dell’Amministrazione Usa, non fa l’unica cosa che può salvare vite innocenti a Gaza: chiedere il cessate il fuoco generale e approvare le risoluzioni dell’Onu volte a fermare la guerra e ad aiutare concretamente i civili palestinesi gettati dai bombardamenti aerei e dell’artiglieria nella disperazione totale. L’ultima risoluzione in quella direzione, in discussione da giorni al Consiglio di Sicurezza, anche ieri non è stata votata – se ne parlerà di nuovo oggi – per disaccordi sul testo tra paesi arabi e Stati uniti pronti ad usare di nuovo il potere di veto pur di garantire la continuazione dell’offensiva israeliana.

Le bombe e i missili che l’Amministrazione Biden fornisce da oltre due mesi a Israele uccidono in media un bambino ogni dieci minuti a Gaza, aveva denunciato ai primi del mese l’Oms. Parole cadute nel vuoto. E la striscia di sangue ha continuato ad allungarsi anche ieri per bambini e adulti. Più di 40 palestinesi, ha riferito l’agenzia Wafa,  sono stati uccisi e decine feriti in bombardamenti israeliani su Khan Younis e Rafah nel sud di Gaza. All’ospedale Nasser sono stati portati almeno 32 cadaveri. Almeno altre dieci persone sono state uccise nell’attacco alla moschea Ali bin Abi Talib, nelle vicinanze dell’ospedale kuwaitiano a Rafah. Gli aerei hanno bombardato una casa a Shaboura, provocando la morte e il ferimento di civili. Video giunti da Rafah mostrano esplosioni devastanti e alte colonne di fumo nero che si alzano dagli edifici colpiti. Bombe anche sul nord di Gaza, ancora su Jabaliya e il suo campo profughi. I morti e i feriti sarebbero decine. Martedì sempre a Jabaliya, 16 palestinesi erano stati uccisi dai bombardamenti e più di 70 feriti. Un bambino è morto in una casa presa di mira a Khan Yunis. L’artiglieria israeliana ha bombardato i quartieri di Tuffah, Daraj e Shuja’iya, a est di Gaza City e Sheikh Radwan. I morti palestinesi, solo ieri, secondo fonti locali, sarebbero almeno 100. Ma in serata si parlava anche del recupero dei corpi di una settantina di persone a Thalathini (Gaza city) dopo il ritiro dei reparti corazzati israeliani. Altre 27 palestinesi sarebbero stati uccisi a Moammar e Jargoun. Dal 7 ottobre sono 20mila i morti palestinesi, a cui si aggiungono oltre 50mila feriti e migliaia di dispersi. Hamas da parte sua afferma di aver distrutto o danneggiato decine di veicoli israeliani e di aver ucciso o ferito 25 soldati nelle ultime 72 ore. Da parte israeliana non ci sono conferme. Le Brigate Qassam, l’ala militare di Hamas, ha diffuso un video in cui si vedono i suoi uomini che producono armi e munizioni.

Sembrano più concreti in queste ore i passi verso una tregua temporanea e forse uno scambio tra i 129 israeliani nelle mani di Hamas a Gaza e i prigionieri politici palestinesi. Non è detto però che producano risultati nei prossimi giorni. Il capo dell’ufficio politico del movimento islamico, Ismail Haniyeh, ieri è arrivato al Cairo per colloqui con l’intelligence egiziana. Il passo sembra coordinato con il Qatar, il principale interlocutore (e sponsor finanziario) di Hamas. Israele vuole il rilascio degli ostaggi, cominciando da quelli civili, e in cambio offre la cessazione temporanea dell’attacco a Gaza per una settimana. Hamas vuole due settimane di tregua, si dichiara «pronto a negoziare con chiunque» e a raggiungere un «grande compromesso» per lo scambio di ostaggi e prigionieri con Israele ma solo quando terminerà la guerra. Un suo portavoce, Ghazi Hamad, ha detto che non sono nell’interesse di Hamas o dei palestinesi le «brevi pause» nei combattimenti. La visita di Haniyeh al Cairo, insieme a una delegazione del Jihad islami, giunge dopo gli incontri tra i vertici dell’intelligence Usa (Cia), israeliana (Mossad), con il ministro degli Esteri del Qatar, Mohamed bin Jasim al Thani.

Secondo il quotidiano Haaretz i negoziati sono «lontani dall’essere maturi» e l’enfasi che il premier Netanyahu mette sulla ripresa delle trattative avrebbe lo scopo di rassicurare le famiglie degli ostaggi sull’impegno del suo governo mentre è difficile si raggiunga un’intesa. Le parole di Netanyahu non lasciano dubbi sulle intenzioni del gabinetto di guerra. «Continueremo la guerra fino alla fine – ha ribadito ieri il premier israeliano – continuerà finché Hamas non sarà distrutto fino alla vittoria…Chiunque pensi che ci fermeremo è lontano dalla realtà».

Ieri in Cisgiordania durante un raid dell’esercito nel villaggio di Husan è stato ucciso Mahmud Zaoul, un ragazzo di 16 anni.

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