LA FORTEZZA DI AVDIIVKA È CADUTA. ARMAMI ANCORA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA FORTEZZA DI AVDIIVKA È CADUTA. ARMAMI ANCORA da IL MANIFESTO

Decine di migliaia di morti dopo, la fortezza Avdiivka è caduta

CRISI UCRAINA. Sconfitta ucraina in Donetsk. Duro colpo per Kiev a due settimane dalla cacciata di Zaluzhny. I russi infieriscono sui soldati nemici, ma è improbabile che proseguano subito l’avanzata

Sabato Angieri, ODESSA  18/02/2024

Avdiivka è caduta, le truppe ucraine si sono ritirate. «Alla fine la strada era disseminata dei nostri corpi», ha scritto uno dei soldati di Kiev sopravvissuti alla ritirata che, a quanto raccontano diverse fonti militari, è stata precipitosa e mal congegnata.

La prima battaglia a concludersi nel 2024 segna una vittoria per il Cremlino lo stesso giorno della morte di Navalny. «Ho deciso di ritirare le nostre truppe per riposizionarle su linee più favorevoli. Hanno fatto il loro dovere al meglio e inflitto perdite molto gravi agli invasori», ha scritto Oleksandr Syrskyi, il nuovo comandante in capo delle forze armate ucraine. Tutto qui.

EPPURE DECINE di migliaia di morti non si esauriscono in quest’asciutto comunicato. Avdiivka era la «fortezza del Donetsk», riconquistata dopo una breve occupazione da parte dei separatisti filo-russi nel 2014, costituiva una delle roccaforti delle linee difensive ucraine meglio organizzate e fornite. «Se avessimo avuto più munizioni saremmo anche potuti rimanere», dicono altri soldati appena entrati nelle zone sicure più a ovest, le famose «linee più favorevoli».

Ma probabilmente l’esito della battaglia non è dipeso dalle scorte di armamenti. Sembra che il momento decisivo di uno scontro durato mesi sia stato quando, appena tre o quattro giorni fa, la fanteria russa è riuscita a sfondare a sud dell’impianto chimico e di produzione di coke. È il complesso industriale di questo tipo più grande d’Europa, si possono immaginare le difficoltà tattiche legate al suo controllo.

In un primo momento si ipotizzava che i soldati ucraini di stanza in città fossero ormai destinati a trincerarsi nei sotterranei della fabbrica, come era successo a Mariupol e a Bakhmut. «Come in politica, nessuno ama le decisioni impopolari. Il ritiro del personale combattente? No. Al contrario: una difesa eroica che a qualcuno potrebbe anche far ottenere una promozione», aveva scritto un soldato della 110° brigata, impegnato in prima linea.

Oleksandr Syrskyi: Ho deciso di ritirare le nostre truppe per riposizionarle su linee più favorevoli. Hanno fatto il loro dovere e inflitto perdite agli invasori

MA I RUSSI sono riusciti a tagliare la città in due parti, determinando il rapido collasso della difesa nemica. L’uso massiccio e sistematico di bombe aeree pesanti, «dai 250 ai 1500 kg di esplosivo» secondo fonti dell’esercito, ha distrutto le postazioni di difesa ucraine, complicando significativamente l’arrivo di rifornimenti.

L’ultima mossa dello stato maggiore di Kiev era stata l’invio della famosa 3° Brigata d’assalto, una di quelle impegnate in prima linea nella battaglia di Bakhmut. Soldati che hanno già visto la morte in faccia diverse volte. Il loro compito doveva essere quello di raggiungere la postazione «Zenit», la roccaforte ancora totalmente sotto il controllo degli ucraini, e da lì organizzare sortite per rompere l’accerchiamento e ristabilire una catena di approvvigionamento stabile con le retrovie.

Una decisione azzardata e controproducente. Molti di quei soldati esperti e temerari sono morti o sono stati catturati. I media russi oggi ne mostrano le immagini. Sono ridotti a stracci che si contorcono a terra con le mani legate dietro la schiena, alcuni sono stati inutilmente incappucciati. Ma la pietà non trova posto in guerra e concetti come «l’onore delle armi» tanto cantati dai fanatici dello scontro armato sono buoni solo per i film.

Sul campo ora gli ucraini sono stati costretti a indietreggiare di diversi chilometri e il territorio occupato russo si è compattato su una linea meno frastagliata. Donetsk, la capitale separatista, è ora più lontana dalla portata ucraina e Kramatorsk e Slovjansk, i principali centri ucraini della regione, sono più vulnerabili. Di tutto ciò non si può incolpare il nuovo capo delle forze armate. Syrskyi è subentrato due settimane fa quando la battaglia di Avdiivka durava già da mesi.

Anzi, la strategia fin qui porta il marchio di Zaluzhny, come l’organizzazione delle retrovie. Ma la sconfitta avviene sotto il binomio Zelensky-Syrskyi, aspetto da non trascurare quando si tratterà di chiamare a raccolta eventuali sostenitori per uno scontro tra il vecchio leader militare e il presidente. E il cambio al vertice delle forze armate ha aggiunto caos a una situazione già confusa e difficile.

COSA SUCCEDERÀ ora? Difficile che i russi continuino subito l’offensiva verso le posizioni ucraine del Donetsk. Mosca non l’ha mai fatto finora, al contrario ha sempre preso molto tempo dopo ogni vittoria per mettere in sicurezza la conquista. E i soldati sono esausti. C’è un altro allarme però, ancora da confermare ma rilanciato trasversalmente da fonti russe e ucraine.

Si tratta del fronte sud, dell’area di Zaporizhzhia, dove le forze russe sarebbero in avanzata. Gli alti ufficiali non hanno commentato, ma se è vero che i soldati di Putin sono riusciti a superare la prima linea di campi minati in direzione di Robotyne (altra roccaforte ucraina) e che si preparano a dar battaglia, potremmo presto assistere all’apertura di un nuovo fronte.

Vertice sicurezza, Zelensky agli Usa: «Ora decidetevi»

ARMAMI ANCORA. Il presidente ucraino e Kamala Harris alla conferenza di Monaco: «Deficit artificiale di munizioni, fermiamo Putin o toccherà a voi. Kiev vuole caccia francesi, missili tedeschi, Patriot americani e munizioni coprodotte con Rheinmetall

Anna Maria Merlo, Parigi  18/02/2024

La morte di Navalny è «un messaggio chiaro» alla Conferenza sulla scurezza di Monaco: «Se non agiamo adesso Putin causerà nei prossimi anni una catastrofe anche in altri paesi». Volodymyr Zelensky, intervenuto a Monaco ieri mattina nella seconda giornata della “Davos della scurezza”, ha cercato di scuotere gli alleati dopo la ritirata da Avdiivka – una decisione «giusta» presa per «salvare più vite possibile» – causata da «un deficit artificiale» di munizioni di fronte a «un’ondata di carne» della Russia, che «ha un solo vantaggio specifico, la completa svalutazione della vita umana».

ZELENSKY ha incontrato la vice-presidente Usa Kamala Harris, che ha parlato di «un regalo a Putin» se gli aiuti Usa continueranno ad essere ostaggio di «giochi politici» da parte dei Repubblicani. Il segretario della Nato, Jens Stoltenberg, ha appoggiato Zelensky: gli Usa devono consegnare «quello che hanno promesso» a Kyiv, «l’Ucraina ha bisogno di questo sostegno vitale e urgente, gli Usa si decidano». Il presidente ucraino ha mandato anche un messaggio a Donald Trump, che spinge i Repubblicani a bloccare i 60 miliardi di dollari di aiuti americani all’Ucraina, invitandolo al fronte per fare l’esperienza di «una vera guerra», perché «penso che se vogliamo avere una conversazione sul modo di mettere fine alla guerra, dobbiamo mostrare a chi decide cosa significa questa guerra, non quello che scrivono su Instagram».

Ma Zelensky ha interpellato anche gli europei, pur sottolineando che alla vigilia, a Berlino e Parigi, «l’Ucraina ha firmato documenti mai così preziosi»: la Germania è il principale contributore di Kyiv(dopo gli Usa), con l’impegno di 8 miliardi di euro quest’anno, la Francia, che è stata criticata anche da Berlino per lo scarso contributo versato finora, ha promesso «fino a 3 miliardi» di aiuti militari quest’anno e si è impegnata su dieci anni (contestando le cifre date dall’istituto Kiel, ha puntualizzato l’entità degli aiuti nei due anni di guerra: 3,8 miliardi, 30 cannoni Caesar, 4 lancia-missili, 38 blindati, 240 carri per il trasporto truppe, 17 sistemi anticarro Milan, 5 sistemi anti-aerei Mistral, 5 Crotale terra-aria, un centinaio di missili Scalp).Volodymyr Zelenskyy alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco, foto di Wolfgang Rattay /Ap

ZELENSKY, però, chiede di più: da Parigi vorrebbe i caccia Mirage D, ma la Francia frena, mentre Olanda, Belgio, Danimarca e Norvegia hanno approvato la consegna di una sessantina di F16. Anche la Germania esita sulla consegna di missili da crociera Taurus. Ieri a Monaco è stato firmato un accordo tra la Rheinmetall e un socio ucraino per la costruzione, in Ucraina, di una fabbrica di munizioni di calibro 155. Zelensky agli Usa ha avanzato la richiesta di missili Patriot.

In un intervento alla Conferenza di Monaco, Kaja Kallas, la prima ministra dell’Estonia minacciata dalla Russia, ha insistito sul fatto che «il tempo lavora a favore di Putin». Il ministro della difesa ucraino Rustem Umierov ha espresso «gratitudine» ieri per il lancio operativo della «coalizione» sui droni a guida britannica e lettone, «una tappa importante del processo di acquisizione della superiorità tecnologica sul nostro nemico». L’Europa della difesa è ormai nella testa di tutti. «Noi europei dobbiamo preoccuparci di più della nostra sicurezza oggi e nel futuro – ha affermato Olaf Scholz – noi siamo più che pronti» (e ha assicurato che l’80% dei 100 miliardi del fondo per le spese militari è ormai già impegnato).

Jens Stoltelberg, segretario generale Nato: Gli Stati uniti devono consegnare quello che hanno promesso a Kyiv, l’Ucraina ha bisogno di questo sostegno vitale e urgente

C’È STATA IERI a Monaco anche una riunione dei ministri degli esteri del G7, su presidenza italiana. Su Gaza, il G7 chiede «una pausa prolungata e duratura delle ostilità», per aprire la prospettiva di un cessate il fuoco, per «un’azione urgente per la catastrofe umanitaria a Gaza». Richiesta di cessate il fuoco immediato e preoccupazione per il disastro umanitario anche da parte del ministro degli esteri cinese Wang Yi. Kamala Harris ha incontrato il presidente israeliano Isaac Herzog, ribadendo la posizione dell’amministrazione Usa contraria all’intervento a Rafah «senza un piano credibile ed eseguibile» per garantire la sicurezza della popolazione.

HERZOG ha anche incontrato il premier del Qatar, al-Thani, che però ha ammesso che i negoziati in corso sugli ostaggi non sono «molto promettenti». Il segretario di stato Antony Blinken si è rivolto a Israele, parlando di «opportunità» di un dialogo con i paesi arabi della regione. Il G7 ha condannato le armi dell’Iran agli Houthi, che «aumentano pericolosamente le tensioni» nel Mar Rosso.

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