LA DISEGUAGLIANZA DEL DIRITTO INTERNAZIONALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA DISEGUAGLIANZA DEL DIRITTO INTERNAZIONALE da IL MANIFESTO

La diseguaglianza del diritto internazionale

La pace suicidata Israele viola sistematicamente il diritto internazionale, massacrando una popolazione rinchiusa in un territorio che occupa illegalmente da 58 anni e conducendo sistematicamente atti di aggressione, fino all’attuale guerra all’Iran, mentre invoca a sproposito il diritto di legittima difesa

Luca Baccelli  22/06/2025

«L’umanità deve svilupparsi con un destino condiviso e non con la legge della giungla». Lo ha dichiarato il 17 giugno il presidente cinese Xi Jinping, come per replicare al cancelliere tedesco Merz che ringraziava Israele. Perché «sta facendo il lavoro sporco per conto dell’intero Occidente». Nello stesso giorno più di 50 civili sono stati massacrati dall’esercito israeliano a Gaza mentre cercavano di procurarsi un po’ di cibo nonostante il sadico sistema di distribuzione.

Israele viola sistematicamente il diritto internazionale, massacrando una popolazione rinchiusa in un territorio che occupa illegalmente da 58 anni e conducendo sistematicamente atti di aggressione, fino all’attuale guerra all’Iran, mentre invoca a sproposito il diritto di legittima difesa. Non è una novità: la proclamazione dello Stato di Israele ha fatto riferimento alla risoluzione 181 dell’Assemblea generale dell’Onu, molto favorevole agli ebrei, ma subito violata da Israele con la guerra successiva e la Nakba.

Da lì in poi Israele ha ignorato decine di risoluzioni, comprese le poche del Consiglio di sicurezza non bloccate dal veto degli Usa, come la 242 del 1967 che ordinava il ritiro dai territorio occupati. Per non dire di quella dell’Assemblea generale del 18 settembre 2024 che intima di farlo entro un anno, smantellando tutte le colonie illegalmente costruite nel frattempo. È stata responsabile di crimini reiterati, come la pratica degli “omicidi mirati” , i bombardamenti e sabotaggi di infrastrutture civili di paesi sovrani, fino alle azioni terroristiche in Libano attraverso cercapersone e radioline. Mentre continua il regime di apartheid nei territori occupati, a Gaza la violazione sistematica di tutti i principi del diritto internazionale umanitario si condensa nel genocidio e nella pulizia etnica, ormai evidente nel tentativo – attraverso i massacri e la fame – di costringere la popolazione all’esodo.

L’intento della Nazioni Unite di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra», solennemente assunto dopo l’ecatombe della Seconda guerra mondiale, quasi mai è stato preso sul serio dagli Stati. Le guerre di aggressione e i crimini di guerra si sono ripetuti e oggi si replicano dall’Ucraina al Sudan, al Myanmair.

Ma è evidente che in “Occidente” la pratica dei doppi standard continua ineluttabile. In Kosovo si parlava a sproposito di genocidio per legittimare la guerra di aggressione della Nato, per Israele la parola è tabù. Israele esercita il suo diritto all’autodifesa, l’Iran aggredisce. E naturalmente sta preparando la bomba atomica, come l’Iraq nel 2003 possedeva armi di distruzione di massa. Israele invoca violazione del principio dell’uguaglianza di fronte alla legge, e l’ “Occidente” si allinea, finanzia, arma. Con qualche deplorazione. Aveva ragione Michael Walzer a definire le Nazioni Unite «un mondo di carta» nel libro che legittimava come «guerra giusta» quella dei Sei giorni, teorizzando la legittima difesa preventiva?

Gaza, l’aggressione all’Iran, la «guerra mondiale a pezzi» spingono a porsi una domanda radicale. Il diritto internazionale può essere universale? In effetti, i giuristi che lo hanno fondato lo consideravano il diritto delle nazioni civilizzate cristiane. Al di là dell’Europa, il «libero e spietato uso della violenza», come dimostravano le guerre coloniali.

L’ «ordine basato sulle regole» era uno degli slogan ricorrenti nel dopo Guerra fredda, durante il tentativo di imporre al mondo un “equilibrio” egemonizzato da un’unica iperpotenza. Il cedimento del diritto internazionale è il sintomo del fallimento di questo progetto, ricostruito da Alessandro Colombo in Il suicidio della pace. D’altra parte già in quell’epoca il diritto internazionale era stato messo a repentaglio: quando le nostre guerre, più o meno umanitarie, lo violavano, ci appellavamo a «buone motivazioni etiche». Forse il carattere discriminatorio del diritto internazionale rivela il rimosso di «ogni diritto», che è «diritto della disuguaglianza», come scriveva 150 anni fa Karl Marx?

Oppure c’è ancora qualche speranza di smentirlo, come in qualche modo si è fatto per una certa fase all’interno degli Stati europei, quando «rimuovere gli ostacoli» all’uguaglianza è diventato un principio costituzionale? Certo perché questo avvenga è necessario che si riconosca che i rapporti di forza globali sono mutati, che chi parla di «destino condiviso» non ceda alla tentazione della guerra (cioè che la narrazione dell’aggressione delle autocrazie all’Occidente non si autoavveri), che i popoli si mobilitino. E che noi ci rendiamo conto di quello che il mondo è diventato, dall’Asia all’Africa a tutte le periferie del pianeta, e di come sta cambiando.

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