LA CRISI CLIMATICA: PERCORSO AD OSTACOLI da IL MANIFESTO
Luca Bergamaschi: «I paesi poveri chiamano ma i ricchi non sentono»
INTERVISTA AL DIRETTORE DI ECCO. Nella bozza di accordo circolata ieri mancava la proposta più interessante, quella di ridurre tutti i combustibili fossili, non solo il carbone, ma anche petrolio e gas, avanzata dall’India
Daniela Passeri 18/11/2022
«Nella bozza di accordo che circolava ieri alla Cop 27, ben 20 pagine con gran parte di quello che si è detto in queste 2 settimane, mancava la proposta a mio parere più interessante, quella di ridurre tutti i combustibili fossili, non solo il carbone, ma anche petrolio e gas, avanzata dal governo dell’India. Al momento è una proposta che sta raccogliendo consensi, anche dall’Ue, vedremo se sarà inserita nelle prossime ore. Sarebbe un risultato storico: né nell’Accordo di Parigi né nei testi delle Cop si è mai fatto riferimento ai combustibili fossili, perché i paesi produttori come l’Arabia Saudita e la Russia lo hanno sempre impedito».
Il direttore del centro studi sul clima Ecco, Luca Bergamaschi, nelle convulse ore finali del negoziato Onu sui cambiamenti climatici in corso a Sharm El Sheik, cerca ogni possibile indizio che possa far avanzare i negoziati della Cop 27 verso qualcosa di diverso dall’«inferno climatico» prefigurato da Greenpeace.Bergamaschi, come procedono i negoziati dopo il segnale lanciato dal G20 di Bali?
Il risultato del G20 è stato sicuramente positivo per la Cop 27, e persino inaspettato, considerata la situazione geopolitica. Da Bali è arrivata l’indicazione chiara da parte delle maggiori economie mondiali di fare dei passi avanti. Vedremo se i negoziatori ci riusciranno.
Almeno non c’è più ambiguità sull’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura a 1,5°C, ed è stata affermata la necessità di accelerare la transizione energetica con le rinnovabili. Inoltre, il mandato negoziale indica di affrontare la questione dei danni e delle perdite (loss & damage) e la riforma delle banche multilaterali di sviluppo. Vediamo cosa succede fino a sabato: gli ultimi sono i giorni più complessi del negoziato.
Finora quali passi in avanti si sono fatti rispetto alla COP 26 dello scorso anno a Glasgow? La sensazione è che ci si limiti a riconfermare obiettivi già dichiarati. Siamo fermi all’Accordo di Parigi di sette anni fa?
Nell’Accordo di Parigi si indicava di contenere l’aumento della temperatura sotto i 2°C, con sforzi per raggiungere il 1,5°C. Poi al G20 di Roma dello scorso anno e alla Cop 26 di Glasgow si è tenuto come riferimento 1,5°C. Non era così scontato.
Sul fronte del taglio delle emissioni ci sono dei progressi?
Per ora si sono visti solo segnali deboli: Messico e Turchia hanno presentato obiettivi più ambiziosi e la Ue ha promesso di alzare dal 55 al 57% il taglio delle emissioni rispetto al 1990 per arrivare al 60%, che è più in linea con l’obiettivo di 1,5°C.
Con gli attuali piani climatici dichiarati dagli stati, i cosiddetti NDCs, siamo invece in rotta verso i 2,4°C entro fine secolo. Dunque, serve un grande sforzo ulteriore per scongiurare il caos climatico. Però si parla ancora troppo poco di efficienza energetica e di riduzione dei consumi.
Nella bozza informale circolata ieri si legge che i “paesi sviluppati dovrebbero raggiungere emissioni di carbonio negative nette entro il 2030”, ovvero assorbire più CO2 di quanto ne emettano. È un obiettivo realistico?
Non proprio, è addirittura più di quanto chiede la scienza. C’è uno sbilanciamento che rischia di far saltare il negoziato, ma il tempo per trovare un compromesso non manca. Quello che abbiano notato qui a Sharm El Sheik è l’acuirsi della divisione tra i paesi sviluppati e i paesi in via di sviluppo, che l’Accordo di Parigi aveva in parte superato.
I paesi in via di sviluppo, quelli del gruppo G77+Cina, hanno alzato la voce in questa Cop soprattutto nel chiedere una riforma di enti come Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale, affinché li aiutino a trovare le risorse per la transizione senza ricadere nelle spirali del debito. Ne usciranno rafforzati?
La Bridgetown Agenda, lanciata da Mia Mottely, prima ministra delle isole Barbados, è forse l’iniziativa più innovativa e ambiziosa emersa in questa Cop che credo ci accompagnerà per il prossimo anno. È stata adottata dal presidente francese Macron che ha dichiarato la volontà di organizzare un Summit nel giugno 2023 per capire come applicarla.
È importante perché afferma che mitigazione, adattamento e riparazione dei danni hanno bisogno di forme diverse di finanziamento. Adattamento e riparazioni devono basarsi su sussidi/donazioni. Per la mitigazione, cioè la transizione alle fonti rinnovabili, invece, si può ricorrere al credito, ma bisogna garantirne l’accesso. Inoltre, affronta il problema di come mettere a disposizione dei paesi più poveri capitale a basso costo, che è il grande problema dei paesi africani.
Sul tema loss & damage, cioè sulle riparazioni dovute dai paesi industrializzati ai paesi più poveri per i danni climatici, si è mosso qualcosa? In fondo sarà il banco di prova di questa Cop africana.
La richiesta dei paesi più vulnerabili di avere un fondo è chiara ed è entrata nell’agenda della Cop 27, ma non c’è accordo né su una definizione comune di loss & damage, né sul tipo di meccanismo finanziario da adottare e nemmeno su chi debbano essere i donatori. La Cina si considera ancora tra i paesi emergenti e non vuole essere tra quelli che si assumono responsabilità per le emissioni, ma è chiaro che dovrà giocare un ruolo.
Uscire dal Tce, il Trattato che frena la transizione
UNIONE EUROPEA. Il Consiglio dell’Unione Europea sta per adottare una decisione cruciale per le politiche climatiche italiane e globali. Ma nessuno ne parla. Si tratta dell’approvazione del Trattato sulla Carta dell’Energia (Tce) […]
Alessandra Arcuri* 18/11/2022
Il Consiglio dell’Unione Europea sta per adottare una decisione cruciale per le politiche climatiche italiane e globali. Ma nessuno ne parla. Si tratta dell’approvazione del Trattato sulla Carta dell’Energia (Tce) nella sua versione ‘modernizzata’.
Il Tce protegge gli investimenti stranieri in materia di energia, inclusi quelli in combustibili fossili, conferendo diritti straordinari alle multinazionali del gas e del petrolio. Il Tce rimuove le controversie dalle corti domestiche demandandone la risoluzione a tribunali arbitrali internazionali.
Questi tribunali sono composti da tre arbitri con irrisolti conflitti d’interessi. Oltre ai danni richiesti dalle imprese fossili che possono arrivare a miliardi di euro, gli onorari e le spese per il solo tribunale arbitrale si aggirano in media sul milione di dollari.
Questo significa che gli introiti generati dalla tassazione domestica vengono usati per pagare cifre oscene ad arbitri internazionali, multinazionali e fondi d’investimento, a scapito di politiche sostenibili e ammortizzatori sociali che potrebbero facilitare la transizione energetica.
Secondo uno studio pubblicato recentemente su Science, il Tce costituisce un grave ostacolo per la transizione energetica con un costo stimato tra i $5 e i $20 miliardi.
Per aver adottato delle normative ambientali che vietano la coltivazione di idrocarburi nel mare prospiciente le sue coste, l’Italia è stata recentemente condannata a pagare $240 milioni alla società petrolifera Rockhopper.
Diversi stati, tra cui Olanda, Francia e Germania hanno annunciato di voler uscire dal Tce e di non voler ratificare il testo modernizzato perché contrario agli obiettivi dell’accordo di Parigi.
L’Italia si è ritirata già nel 2016, ma continua ad esserne vincolata grazie a le cosiddette ‘clausole di sopravvivenza’, per cui le imprese sono protette per venti anni dopo l’uscita dal Tce. Con un’uscita coordinata degli Stati membri Ue, si potrebbero rinegoziare anche queste clausole, così da porre fine alla scandalosa protezione dei combustibili fossili.
Tuttavia la Commissione europea persiste nel supportare il testo modernizzato. Purtroppo questo testo, negoziato dalla Commissione senza trasparenza e senza il coinvolgimento della società civile, continua a proteggere almeno sino al 2035 i combustibili fossili ed estende la protezione a fonti energetiche, come le biomasse, la cui sostenibilità è discutibile.
Se la proposta della Commissione venisse bloccata, l’Ue dovrebbe uscire dal trattato, anche alla luce di una decisione della Corte di Giustizia Europea che ne dichiara la parziale incompatibilità con il diritto europeo. Di contro, con un voto a favore, si corre un grave rischio che l’Italia resterà indirettamente vincolata al trattato, essendo paese membro dell’Ue.
Al momento, ci sono 6 procedimenti arbitrali contro l’Italia, che potrebbero costarci molto caro. Come paese impegnato nella ‘grande sfida della decarbonizzazione’, l’Italia ha tutto l’interesse a votare contro la proposta della Commissione. Quella che potrebbe apparire la discussione tecnica su un oscuro accordo internazionale è di vitale importanza per le politiche sul clima.
La Germania e la Francia hanno appena annunciato che si asterranno dal voto. Questa decisione è probabilmente il risultato di un dibattito pubblico in cui la società civile ha espresso le sue critiche rispetto alla rinegoziazione del Tce.
Come voterà l’Italia e perché i cittadini non sono stati informati? Perché non si è aperto un dibattito pubblico?
Se l’Italia fosse seria nel suo impegno di decarbonizzare l’economia dovrebbe votare no e cooperare con l’Ue e gli altri Stati membri per un’uscita coordinata dal Tce. Un voto a favore del Tce modernizzato sarebbe contro l’ambiente e la democrazia ed appannaggio dell’economia fossile.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ci ricorda che investire in nuove infrastrutture per i combustibili fossili è pura pazzia economica e morale. Proteggere questi investimenti attraverso il Tce è pura follia giuridica.
* L’autrice è Professore di Diritto Internazionale dell’Economia Erasmus University Rotterdam
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