LA CORTE: “ISRAELE HA UN MESE PER EVITARE CHE SIA GENOCIDIO” da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA CORTE: “ISRAELE HA UN MESE PER EVITARE CHE SIA GENOCIDIO” da IL MANIFESTO e IL FATTO

Dopo l’Aja gli alibi e le conseguenze

ISRAELE/PALESTINA. La sentenza di ieri dichiara plausibile la violazione della Convenzione sul genocidio da parte dello Stato d’Israele, non ordina il cessate il fuoco

Tommaso Di Francesco  27/01/2024

Dalle macerie del diritto internazionale, dopo tante guerre che l’hanno devastato, e dell’Onu le cui sedi il governo israeliano ha bombardato, fa capolino la voce di una sentenza insieme storica e sibilante, quasi di svolta, ma che allo stesso tempo, per gli attuali rapporti di forza nel mondo peggiori della Guerra fredda, rischia di apparire come alta posizione di principio ma lontana dalla necessità di fermare subito la mattanza in corso a Gaza. Perché la guerra continuerà.

La Corte internazionale di giustizia dell’Aja, i principale organo giudiziario dell’Onu nelle controversie tra Stati, era chiamato ieri in questa prima sentenza non a decidere se quel che commette Israele è genocidio o meno. Ma «solamente» se aveva giurisdizione sul caso e se era accettabile l’imputazione per genocidio richiesta dal Sudafrica; se insomma in quello che è accaduto in questi tre mesi e mezzo nella Striscia di Gaza, dopo l’attacco criminale di Hamas del 7 ottobre, si può raffigurare una violazione della Convenzione contro il genocidio della quale è firmataria Israele stessa. Bene, la Corte, respingendo la richiesta di Israele di archiviare l’accusa sudafricana, dichiara che atti riguardanti l’offensiva militare israeliana «plausibilmente» raffigurano il genocidio, quindi accetta – e ci vorranno anni per sentenziarlo però – che lo Stato d’Israele sia imputato di genocidio all’Aja.

Non era scontato. Del resto era assai difficile nascondere i più di 25mila morti (finora) per gran parte civili, le migliaia di bambini uccisi, le decine di migliaia di feriti e mutilati, il 70% delle abitazioni rase al suolo, il sistema umanitario della Striscia fatto a pezzi, gli aiuti alimentari e sanitari negati per un milione e 700mila persone in fuga sotto le bombe e alla fame, mentre il personale sanitario e i giornalisti finisce nelle fosse comuni.

Il fatto non è da poco. Basta vedere la reazione del premier Netanyahu che accusa la Corte di «oltraggio» e di molti ministri israeliani, quello della sicurezza, il fascista Ben Gvir, che bolla la Corte dell’Aja come «antisemita», e quello della Difesa Yoav Gallant per il quale «la Corte è andata oltre accogliendo la richiesta antisemita del Sudafrica». E sì che a decidere per la risoluzione votata dai 17 giudici – con maggioranze da 15 a 2, o da 16 a 1 – ci sono ostati membri “indipendenti” ma di Paesi dichiaratamente filoisraeliani come Usa, Gran Bretagna Germania, Australia.

E basta ascoltare le reazioni, quelle palestinesi: l’esponente di Hamas Sami Abu Zuhri dichiara che la decisione della Corte «isola Israele»; l’Anp con il ministro degli esteri Riyad al Maliki «plaude alla sentenza a favore dell’umanità e alle misure provvisorie necesse arie, e vincolanti, ordinate dalla Corte contro Israele per evitare il genocidio»; e quelle della Commisione europea, Josep Borrell, Alto rappresentante per gli esteri, insiste quasi sullo stesso tema: «Le ordinanze della Corte di giustizia sono vincolanti per le parti e queste devono rispettarle: l’Ue si aspetta la loro piena, immediata ed effettiva attuazione».

Ecco il punto, la sentenza di ieri che dichiara plausibile la violazione della Convenzione sul genocidio da parte dello Stato d’Israele, non ordina il cessate il fuoco. La giudice americana Joan E. Donoghue, presidente della Cig ha altresì chiesto con chiarezza alle autorità israeliane di adottare «misure per prevenire atti di genocidio nella Striscia di Gaza», di «prevenire e punire l’incitamento diretto e pubblico a commettere un genocidio dei palestinesi», inoltra dà un mese di tempo a Tel Aviv per riferire alla Corte sulle misure prese, senza «alterare prove», e Israele deve consentire subito e in modo efficace l’ingresso degli aiuti umanitari. La Corte, che ha chiesto anche la liberazione degli ostaggi, obbliga dunque Israele ad adottare misure per proteggere i palestinesi. Ma, fatto dirimente, non gli ordina di porre fine alle operazioni militari nella Striscia di Gaza.

Chi può farlo allora? Né serve ricordare che la stessa Corte invece nel 2022 impose il cessate il fuoco alla Russia per la guerra all’Ucraina, perché l’imposizione fu tutt’altro che ascoltata. È abbastanza evidente che questa sentenza indirettamente, richiami il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu, già bloccato su questa crisi però dal veto Usa e ostaggio di Usa, Gran Bretagna, Russia e Cina.

Così accade che ieri sera l’Algeria, membro permanente dal 1 gennaio del Consiglio di sicurezza, ringraziando il Sudafrica, abbia chiesto la convocazione del massimo organismo Onu «per dare effetto vincolante alla decisione della Corte internazionale di giustizia sulle misure temporanee imposte all’occupazione israeliana».

Ecco che torna quel protagonismo e quella solidarietà post-coloniale di una parte del Sud del mondo che non dimentica i massacri coloniali nel nord-Africa, né Mandela che paragonava la liberazione dall’apartheid del Sudafrica a quella della Palestina, né il sostegno dei governi israeliani ai misfatti bianchi del regime razzista di Pretoria, né il genocidio tedesco degli Herero in Namibia; e che sa bene che la litania «due popoli e due stati» è una chiacchiera offensiva se non si riconosce che c’è un solo Stato, quello d’Israele, e che quello palestinese impedito con le guerre in questi decenni dai governi israeliani a cominciare dallo stesso Netanyahu – che ha sempre intrattenuto buoni rapporti con Hamas in chiave anti-Fatah -, ora è letteralmente cancellato dalla miriade di insediamenti coloniali che ne impediscono la continuità territoriale.

È un protagonismo che sfida sulla tragedia di Gaza apertamente gli Stati uniti – tra l’altro Biden, Blinken e Austin sono accusati da ieri in casa, da un tribunale della California, di concorso in genocidio con Israele . Perché da oggi in poi, se è «plausibile» che atti militari di Israele a Gaza siano genocidio, vuol dire che può altrettanto essere imputato di «plausibile genocidio». ogni nuovo veto, invio di armi e sostegno militare, ogni reticenza politica che riconosce la vita e i diritti dei palestinesi solo a belle parole.

L’Aja: “Netanyahu impedisca il genocidio”. Bibi: “Oltraggiosi”

CORTE INTERNAZIONALE – I giudici, però, non fanno riferimento al cessate-il-fuoco. L’Onu avvia indagine interna sull’Unrwa

 SABRINA PROVENZANI   27 GENNAIO 2024

La Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha ordinato a Israele di prendere immediatamente “tutte le misure in suo potere” per impedire al suo esercito di commettere atti di genocidio nella Striscia di Gaza. Ma non ha imposto il cessate il fuoco, come richiesto dal governo sudafricano che ha avviato il procedimento legale. Questo pronunciamento ad interim non esaurisce il caso intentato da Pretoria, che accusa Israele di commettere genocidio di palestinesi: per valutare le accuse ci vorranno anni.

La decisione significa però che la Corte riconosce che la Convenzione sul genocidio, che vieta la distruzione, “interamente o in parte, di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale” e punisce gli Stati e gli individui che se ne macchiano, è rilevante in questo caso. Riconoscendo che la situazione umanitaria nella Striscia è catastrofica, ha adottato cinque misure: la prima ordina a Israele di impedire che i suoi soldati violino la Convenzione sul genocidio, approvata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1948 e sottoscritta da 153 Paesi, fra cui Israele e Sudafrica. Dovrà poi punire i suoi cittadini che commettano incitazione al genocidio: permettere l’accesso di aiuti umanitari senza limitazioni; impedire la distruzione di prove utili per il successivo processo per presunto genocidio e presentare ai giudici, entro un mese, un rapporto sul rispetto di queste misure. La Corte ha poi fatto appello ad Hamas, su cui naturalmente non ha giurisdizione, perché liberi tutti gli ostaggi israeliani ancora a Gaza.

Un cartellino giallo, secondo alcuni media israeliani. La Corte dell’Aja è il massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite e le sue decisioni sono legalmente vincolanti. Ma non ha il potere di imporle. Diverso sarebbe se questa decisione portasse a una risoluzione dell’Assemblea generale, ma per la sua approvazione sarebbe necessario il sì degli Stati Uniti, alleati di Israele che, in quanto membri del Consiglio di Sicurezza, possono sempre opporre il veto. Un portavoce del dipartimento di Stato Usa ha dichiarato che la decisione è in linea con le richieste dell’Amministrazione Biden “affinché Israele riduca al minimo i danni civili, aumenti l’assistenza umanitaria e affronti il linguaggio disumanizzante”. Ma gli ultimi sviluppi mettono gli alleati di Israele nella scomoda posizione di possibili fiancheggiatori di un presunto genocidio, ed è evidente che la pressione di Washington sul governo israeliano non sta funzionando.

Ieri pomeriggio, in un messaggio video, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’accusa di genocidio “oltraggiosa”, il pronunciamento legale “un vile tentativo di negare a Israele il diritto di difendersi” e ha ribadito che il suo Paese continuerà la guerra. Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha rincarato: “La Corte ha fatto di più del dovuto quando ha accettato la richiesta antisemita del Sudafrica di discutere del presunto genocidio a Gaza e ora rifiuta di respingere immediatamente la petizione”. Un tentativo di delegittimare la Corte: le mozioni sono passate 16 a 2 o 15 a 1, e anche il giudice israeliano si è opposto solo alle ultime due. Ma Tel Aviv sostiene che le Nazioni Unite siano parte del conflitto: ieri l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi che è il maggior datore di lavoro della Striscia, ha aperto una inchiesta interna sulle accuse israeliane di partecipazione di alcuni suoi impiegati gazawi agli attacchi del 7 ottobre, e gli Usa hanno sospeso i loro contributi in attesa di chiarimenti.

Per Hamas, invece, la decisione è uno “sviluppo importante” che “contribuisce a isolare Israele e mette in luce i suoi crimini a Gaza: reazioni positive anche da Iran, Sudafrica, Qatar e in generale dal mondo arabo. Il ministro degli Esteri dell’Autorità palestinese, Riyad al Maliki, afferma: “I giudici della Corte hanno emesso una sentenza a favore dell’umanità e del diritto internazionale. Nessuno Stato è al di sopra della legge. Dovrebbe essere un campanello d’allarme per Israele”.

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