LA CATASTROFE DI BIDEN. UNA SOSTITUZIONE IN CORSA È POSSIBILE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA CATASTROFE DI BIDEN. UNA SOSTITUZIONE IN CORSA È POSSIBILE da IL MANIFESTO

Biden, cade il tabù. Una sostituzione in corsa è possibile

VIALE DEL TRAMONTO. Il tracollo tv al rallentatore del presidente getta nel panico i dem. Ma lui non demorde: «So come fare questo lavoro, vincerò». Lo scarica anche Paul Krugman, uno dei suoi grandi ammiratori. «È ora di farsi da parte»

Luca Celada, LOS ANGELES  29/06/2024

Dopo un dibattito destinato a scalzare nei libri di testo quello del 1960 fra Nixon e Kennedy come paradigma negativo, il sole è sorto ieri su un partito democratico in preda allo scompiglio. Il candidato cui sono affidate le sorti, non solo del partito, ma dello stato di diritto e della moderna democrazia americana ha fallito la prova. Su questo non vi è dibattito, lo hanno dovuto ammettere anche i “surrogati”, gli esponenti allineati per sostenere il presidente nelle interviste e nei talk post-dibattito.

L’unico a non rendersene conto forse è lui: «Non sono bravo come prima a fare i dibattuti – ha detto ieri sera rispondendo alle sollecitazioni a farsi da parte – ma vi assicuro che vincerò. È in gioco la vostra libertà, la vostra democrazia e l’America»,

NESSUNO “SPIN” è servito a nascondere il disagio dei democratici che in questi mesi hanno cercato di minimizzare l’insufficienza “agonistica” del proprio candidato e rimuovere la dissonanza cognitiva che la sua profonda imperfezione provoca nei ranghi. Sotto gli implacabili riflettori dello studio televisivo il campione democratico è parso pietosamente senza vestiti.

Invece della sperata “sufficienza” vi è stato il temuto tracollo, testimoniato live da milioni di sostenitori che hanno urlato agli schermi dei televisori le risposte che avrebbero voluto sentire da Biden. A dibattito era in corso, online, nelle chat e nei gruppi social, si è diffusa dapprima l’incredulità poi la mortificazione e infine il panico. Amplificati in tempo reale, i bisbigli sono diventati grida di allarme e per la prima volta si è vioato apertamente il tabù della sostituzione in corsa del candidato.

Non lo fanno oggi solo le legioni di commentatori freelance che hanno inondato i canali online di meme e pubblico ludibrio, bensì esponenti di spicco della galassia Dem.

«VISTO DOVE SIAMO, devo unirmi a malincuore al coro che chiede a Biden di farsi da parte», ha scritto Paul Krugman, l’economista Nobel e storico sostenitore di quello che considera «il miglior presidente della mia vita». Il suo intervento è stato indicativo di quanto costi oggi a molti leali democratici la constatazione. «Forse verrò considerato un traditore, per quanto ho sostenuto le sue politiche, ma temo che sia giunto il momento di riconoscere la realtà».
Per molti democratici quella realtà è la terribile, improvvisa constatazione di un disastro al rallentatore, di un errore di valutazione riconosciuto quando ormai potrebbe esser troppo tardi per porvi rimedio.

Nel Day After, e con quattro mesi appena prima delle elezioni, il partito che spera di sbarrare la strada alla definitiva mutazione della superpotenza occidentale in stato autoritario e post-liberale, si trova prematuramente ad elaborare una sconfitta improvvisamente molto più tangibile, e affrontare, in ordine sparso, gli stadi classici della negazione, rabbia, patteggiamento, depressione e accettazione che seguono i lutti.

IN QUESTO QUADRO, l’establishment bideniano, quello che non ha mai attivato un piano per la successione «ordinata», che avrebbe dovuto essere iniziato quattro anni fa, rimane bloccato sul primo stadio, la negazione. I luogotenenti del partito, compresi alcuni di quelli considerati possibili sostituti, hanno fatto quadrato attorno all’inevitabilità di Joe Biden candidato. Kamala Harris, che la campagna Trump dipingerà da oggi più facilmente come la «vera» candidata dei democratici, ha dato la linea stoica sulla Cnn subito dopo il dibattito sminuendo la prova «debole» del presidente in carica e deflettendo ogni domanda su quella «peggiore» dell’avversario, pericolo assai più imminente per la nazione.

LA VERITÀ dell’argomento «Trump è peggio» nulla toglie però alla colpevole responsabilità di avergli regalato un’occasione d’oro per poter distogliere l’attenzione dalla sua impresentabilità e riportarla sulle defaillances di Biden. Un assist imperdonabile che abdica la battaglia più esistenziale e tradisce la maggioranza popolare che rimane anti Trump, ma che potrebbe facilmente veder prevalere l’ex presidente nel sistema uninominale per stati, filtrato dal collegio elettorale.
È stato noto sin dall’inizio che queste elezioni si giocheranno sull’entusiasmo e la motivazione che determineranno i livelli di assenteismo e la tenuta delle coalizioni, e il presidente rischia di averli fatalmente inibiti. Ma ancora ieri insisteva: «So come fare questo lavoro» ha detto ieri in North Carolina, dicendosi sicuro della vittoria in questo stato.

L’ATTUALE TERRENO post politico, che ingigantisce il ruolo del carisma personale, sembra già in partenza progettato per sfavorire un politico vecchia maniera come Joe Biden (e per riabilitare un golpista condannato che si ripropone come giustiziere dell’America peggiore).

Ora la sua strada accidentata è stata, da lui stesso, resa forse impercorribile. Non è chiaro quale possa essere un’alternativa, o se ci sia tempo per completare gli stadi della necessaria elaborazione. Ma da ieri è chiaro che una parte consistente d’America la consideri inevitabile.

Dibattito, la catastrofe di Biden

STATI UNITI. Il presidente è apparso, sotto gli implacabili riflettori tv, debole e confuso. Incapace di far fronte al torrente di menzogne di Donald Trump. Il partito si spacca fra bidenisti e chi vuole un altro candidato

Luca Celada, LOS ANGELES  29/06/2024

Le cose si sono messe male per Biden, sin dal momento in cui è salito sul palco dello studio Cnn e si è diretto al podio con passo malfermo e postura rigida. Sono peggiorate quando, alla prima domanda, ha risposto con parole impastate e voce afona (a causa di un raffreddore avrebbe poi detto una nota ufficiale), trasmettendo l’esatta opposta impressione di quella che il dibattito avrebbe dovuto dare alla platea di Americani in ascolto. Sono bastati i primi secondi per confermare i peggiori timori dei democratici e porre serie domande sul giudizio dello staff che negli ultimi giorni aveva lavorato con il presidente alla preparazione di un confronto considerato cruciale.

Invece di vigore, o quantomeno competenza e ragionevole energia, Biden ha proiettato solo la gracilità di un anziano ben intenzionato, facilmente bistrattato dal bullo avversario parso invece pienamente operativo.

Trump che a tratti si sarebbe detto sorpreso dalla sua stessa buona sorte, è ricorso al noto repertorio, una edizione affatto originale in cui sono comparsi molti rodati cavalli di battaglia, l’invasione delle orde criminali che hanno sopraffatto il confine e insidiano posti di lavoro e giovani donne, la Casa bianca in mano a marxisti radicali intenti a ridistribuire i risparmi degli americani patriottici, medici democratici pronti ad abortire feti di otto e nove mesi, o  «anche dopo la nascita».

Il pluricondannato complottista ha attaccato i «giudici corrotti» che lo perseguitano per conto di Biden», il quale, ha sostenuto, è lui il vero criminale, al pari del figlio Hunter, da poco condannato per aver acquistato un arma da fuoco da tossicodipendente. Nel fiume in piena c’è stato modo di tornare perfino alle piccole menzogne «fondative”, quella sulla «folla più grande» al suo insediamento del 2016.

Ma non è stata questa performance, peraltro ampiamente annunciata, a sconfiggere l’avversario, autore esclusivo del proprio autogol. Ne importa se nei (pochi) contenuti possa addirittura aver prevalso Biden. I dibattiti notoriamente non si aggiudicano sulla trascrizione, ma sull’esibizione “teatrale”, e quella del presidente è stata catastrofica.

I moderatori della Cnn avevano preventivamente annunciato che non avrebbero «preso parte», né corretto le enormità a catena di Trump, e sono stati di parola. Ciò che non era prevedibile, almeno non in questa misura, era l’inefficacia di Biden nel controbattere le affermazioni, proprio perché così prevedibili.

Nel complesso un brusco risveglio per gli elettori democratici che in questi mesi hanno cercato di minimizzare l’insufficienza “agonistica” del loro candidato, sperando che potesse esibire almeno parte della reattività mostrata lo scorso marzo nel discorso dello State of the Union, quando era riuscito a tener testa ai parlamentari Maga che lo fischiavano e lo interrompevano, contro di loro, quella sera, aveva perfino improvvisato sfottò. Di quel Biden stanotte non vi è stata ombra, semmai è stato l’ombra di stesso. La sua debolezza infine rivelata nel peggiore dei modi, sotto gli implacabili riflettori tv.

Se ieri segnalavamo l’esistenza fra i democratici di una fazione che si augurava segretamente una performance abbastanza negativa da forzare la mano del partito, dopo questa notte, quel desiderio inespresso è montato in un boato che si è mescolato ai milioni di elettori che hanno urlato agli schermi dei televisori le risposte che avrebbero voluto che Biden avesse dato a Trump e che non sono mai venute.

Mentre il dibattito era in corso, online, nelle chat e nei gruppi social, si è diffusa dapprima l’incredulità poi, a ruota, mortificazione, inquietudine e infine il panico. Ora dei commenti a caldo di mezzibusto e giornali si parlava apertamente dell’argomento a lungo tabù: come sostituire Biden con un altro candidato.

E vi è la netta sensazione di avere assistito ad un momento cruciale, forse “storico”. L’elezione più importante ma meno entusiasmante, ora rischia lo scompiglio di uno dei due partiti che può già legittimamente dirsi spaccato fra Bidenisti e quelli che considerano invece inevitabile la sua sostituzione in corsa. Non è chiaro come, e se, questa possa effettivamente avvenire. Ma da ieri è chiaro che una parte consistente d’America, compresi molti candidati a cariche minori, le cui sorti sono legate a quelle del ticket presidenziale, la consideri un’inevitabilità. https://widget.spreaker.com/player?episode_id=60538060&theme=dark&chapters-image=true

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