INCHIESTA SUL MASSACRO IN VIA RASHID. ISRAELE NON RISPONDE da IL MANIFESTO e VALIGIA BLU
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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INCHIESTA SUL MASSACRO IN VIA RASHID. ISRAELE NON RISPONDE da IL MANIFESTO e VALIGIA BLU

Inchiesta sul massacro in via Rashid. Israele non risponde

GAZA. Cresce il numero dei paesi favorevoli alla richiesta dell’Onu di una indagine internazionale sulla strage di almeno 120 civili palestinesi. Ben Gvir: i soldati hanno agito in modo eccellente contro la folla.

Michele Giorgio  02/03/2024

Non si ha tempo per il lutto nella Striscia, neppure davanti a stragi come quella di via Rashid a Gaza city costata due giorni fa la vita ad almeno 120 persone cadute in massima parte, denunciano con forza i palestinesi, sotto il fuoco dei soldati israeliani. Con il bisogno urgente di trovare cibo non si ha neppure il tempo di piangere i morti. Chi giovedì è scampato alle mitragliate e alla calca è già pronto a tornare alla rotonda Nabulsi ad aspettare i camion con gli aiuti assieme ad altre migliaia di persone. «La gente non ha alternative – ci dice Aziz Kahlout di Tel Al Hawa – perché non si trova nulla a Gaza city e nel nord. Io passo tutto il tempo a cercare generi di prima necessità. Il massacro non può fermarmi, devo sfamare i miei figli».

Adesso gli abitanti di Gaza non scrutano solo le strade devastate dalle bombe sperando di veder apparire i camion provenienti dal sud. Negli ultimi giorni hanno il naso all’insù, guardano gli aiuti lanciati dal cielo con i paracadute. Giordania, Egitto, Francia ed Emirati riforniscono, sia pure con quantitativi limitati di prodotti, le zone del centro e del nord di Gaza. L’iniziativa rappresenta il totale fallimento della comunità internazionale di imporre a Israele l’apertura e la protezione di un corridoio sicuro per la distribuzione regolare degli aiuti ai civili palestinesi travolti dalla sua offensiva militare. Non solo, i morti in via Rashid sono la conseguenza delle restrizioni al ruolo indispensabile a Gaza dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, attuate da Israele e appoggiate dai governi di una ventina di paesi, tra cui quello di Giorgia Meloni (invece l’Ue ha ripreso in parte i finanziamenti). L’Unrwam accusata da Israele di essere «collusa» con Hamas perché 12 dei suoi 13mila dipendenti palestinesi avrebbero partecipato all’attacco del 7 ottobre nel sud dello Stato ebraico, è l’unica organizzazione a Gaza con le capacità e le infrastrutture necessarie per una distribuzione capillare e ben organizzata degli aiuti umanitari (lo fa da decenni). «Questo massacro è la dimostrazione che non si può lasciare agli israeliani la protezione dei palestinesi di Gaza in termini di sicurezza alimentare», ha commentato Chris Gunness, l’ex portavoce dell’Unrwa.

Il rifornimento dal cielo, peraltro, si è rivelato un mezzo fallimento. I pacchi spesso finiscono in mare. I più giovani ed intraprendenti, con imbarcazioni improvvisate, si affrettano a recuperarli. Gli altri palestinesi attendono sulla spiaggia che la corrente porti a riva gli aiuti. Ihab Ali, di Al-Jalaa (Gaza City), è uno di loro. E non è soddisfatto. «Nel mio box – racconta – ho trovato un chilo di zucchero, uno di lenticchie, sacchetti di pasta e sale, del formaggio e tre chili di farina. In condizioni normali potrebbero bastare alla mia famiglia per qualche giorno, ma a casa mia ora ci sono più di 30 persone». I pacchi che cadono dal cielo sono molto contesi e il bisogno spinge anche ad usare la forza per conquistarli. «Questi metodi vistosi non metteranno fine alla crisi, dal cielo arrivano quantitativi troppo limitati per le nostre necessità. Comunque sia, è umiliante per noi litigare per qualche chilo di farina. E per uno che prende gli aiuti altri dieci restano a mani vuote», ha detto un abitante di Gaza city al giornale Al Araby al Jadeed.

Su Israele sale la pressione dopo la morte di tanti civili in attesa di cibo e cresce il numero dei paesi che sostengono la richiesta delle Nazioni Unite di avviare un’inchiesta internazionale sull’accaduto. Il Sudafrica, che accusa Israele di praticare il genocidio a Gaza, ieri ha denunciato il non rispetto da parte di Tel Aviv degli ordini della Corte internazionale di giustizia dell’Aia a protezione dei civili palestinesi. L’esercito israeliano non reagisce. Anche ieri ha continuato ad attribuire la maggior parte delle morti di due giorni fa alla calca attorno ai camion degli aiuti, aggiungendo che i soldati hanno sparato in modo «limitato» contro la «folla minacciosa». Il ministro della Sicurezza di estrema destra Itamar Ben-Gvir, già furioso per la scarcerazione di una cinquantina di palestinesi da mesi in detenzione amministrativa (senza processo e accuse formali), ha dato «sostegno totale» ai soldati che hanno sparato sui civili di Gaza sostenendo che «hanno agito in modo eccellente contro una folla che cercava di far loro del male». Tuttavia, in Israele non manca chi vede nell’accaduto il fallimento del governo Netanyahu che pensa solo a continuare la guerra e che non permette ai palestinesi e alle agenzie internazionali di gestire l’emergenza umanitaria a Gaza. Il quotidiano Yedioth Ahronoth non esclude che la strage di giovedì possa «creare un punto di svolta» e porre Israele di fronte a «pressioni che non sarà in grado di resistere, anche da parte della Casa Bianca». Difficilmente il gabinetto di guerra israeliano fermerà l’offensiva di terra sebbene l’Egitto si dica fiducioso di spingere le parti a una tregua a Gaza prima dell’inizio del Ramadan (10 marzo). Ieri sera mentre migliaia di israeliani scendevano in strada a reclamare un’intesa con Hamas che riporti a casa gli ostaggi a Gaza, Abu Obeida, il movimento islamico ha annunciato che sette dei circa 130 sequestrati sono morti in un bombardamento israeliano.

Israele non sta rispettando l’ordinanza della CIG dell’Aja

 Human Rights Watch  27/02/2024

Per Human Rights Watch il governo israeliano non ha osservato almeno una misura prevista dall‘ordinanza legalmente vincolante della Corte internazionale di giustizia (CIG) nel caso presentato dal Sudafrica per la violazione della convenzione sul genocidio. Facendo riferimento alle “condizioni catastrofiche” di Gaza, il 26 gennaio 2024 la Corte ha ordinato a Israele di “adottare misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e di aiuti umanitari urgentemente necessari” e di riferire sulla loro osservanza “entro un mese”.

Il caso Sudafrica vs. Israele: come leggere l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia

https://www.valigiablu.it/sudafrica-israele-sentenza-corte-cosa-sappiamo/embed/#?secret=a34jDkiaOU#?secret=FURH7dNT1P Un mese dopo, tuttavia, Israele continua a ostacolare la fornitura di servizi di base e l’ingresso e la distribuzione a Gaza di carburante e aiuti vitali; simili atti di punizione collettiva equivalgono a crimini di guerra e includono l’affamare i civili come arma di guerra. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), nelle settimane successive alla sentenza sono entrati a Gaza meno camion e sono state autorizzate meno missioni di aiuto per raggiungere il nord di Gaza rispetto alle settimane precedenti.

“Il governo israeliano sta affamando i 2,3 milioni di palestinesi di Gaza, mettendoli ancora più in pericolo rispetto a prima dell’ordine vincolante della Corte Internazionale di Giustizia”, ha dichiarato Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina. “Il governo israeliano ha semplicemente ignorato la sentenza della Corte e per certi versi ha persino intensificato la repressione, bloccando ulteriormente gli aiuti salvavita”.

Secondo Human Rights Watch, gli altri paesi dovrebbero usare tutte le forme di leva, comprese le sanzioni e gli embarghi, per spingere il governo israeliano a rispettare gli ordini vincolanti della Corte nel caso di genocidio.

Human Rights Watch ha riscontrato nel dicembre 2023 che le autorità israeliane stanno usando la fame come arma di guerra. In base a una politica stabilita da funzionari e portata avanti dalle forze armate, le autorità israeliane stanno deliberatamente bloccando la consegna di acqua, cibo e carburante, impedendo intenzionalmente l’assistenza umanitaria, radendo al suolo aree agricole e privando la popolazione civile di strumenti indispensabili alla sua sopravvivenza.

Israele sta usando la fame come arma di guerra a Gaza

https://www.valigiablu.it/israele-gaza-fame-arma/embed/#?secret=rVQtFVWDdE#?secret=9M53A6LD4S Le autorità israeliane hanno mantenuto l’interruzione della fornitura di elettricità a Gaza da dopo gli attacchi del 7 ottobre guidati da Hamas. Dopo aver inizialmente tagliato l’intera fornitura di acqua che Israele fornisce a Gaza attraverso tre condutture, Israele ha ripreso la distribuzione su due delle tre linee. Tuttavia, a causa dei tagli e della diffusa distruzione delle infrastrutture idriche a causa delle incessanti operazioni aeree e terrestri dell’esercito israeliano, solo una di queste linee è rimasta operativa con una capacità del 47% al 20 febbraio. Il 20 febbraio, funzionari dell’ente idrico delle municipalità costiere di Gaza hanno dichiarato a Human Rights Watch che le autorità israeliane hanno ostacolato gli sforzi per riparare l’infrastruttura idrica.

Secondo i dati pubblicati dall’OCHA e dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), il numero medio giornaliero di camion che entrano a Gaza con cibo, aiuti e medicine è diminuito di oltre un terzo nelle settimane successive alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia: 93 camion tra il 27 gennaio e il 21 febbraio 2024, rispetto ai 147 camion tra il 1° e il 26 gennaio e ai soli 57 tra il 9 e il 21 febbraio. Un’indagine sugli ostacoli all’ingresso degli aiuti affrontati da 24 organizzazioni umanitarie che operano a Gaza tra il 26 gennaio e il 15 febbraio ha evidenziato la mancanza di trasparenza sulle modalità di ingresso dei camion degli aiuti a Gaza, i ritardi e i dinieghi ai valichi e ai punti di ispezione israeliani e le preoccupazioni sulla sicurezza dei camion.

A titolo di confronto, prima dell’escalation di ottobre, ogni giorno entravano a Gaza una media di 500 camion di cibo e merci, durante i quali si stimava che 1,2 milioni di persone a Gaza dovessero affrontare un’acuta insicurezza alimentare e che l’80% della popolazione di Gaza dipendesse dagli aiuti umanitari in seguito al blocco illegale di Israele in atto da oltre 16 anni.

Funzionari israeliani di alto livello hanno adottato una politica volta a privare i civili di cibo, acqua e carburante, come documentato da Human Rights Watch. Il portavoce del governo israeliano ha dichiarato di recente che non ci sono “limiti” posti all’ingresso degli aiuti a Gaza, al di fuori della sicurezza. Alcuni funzionari israeliani hanno incolpato le Nazioni Unite per i ritardi nella distribuzione e accusano Hamas di aver deviato gli aiuti o la polizia di Gaza di non aver messo in sicurezza i convogli.

Per Human Rights Watch il governo israeliano non può scaricare le colpe per sfuggire alle proprie responsabilità. In quanto potenza occupante, Israele è obbligato a provvedere al benessere della popolazione occupata e a garantire che i bisogni umanitari della popolazione di Gaza siano soddisfatti. Il gruppo israeliano per i diritti umani Gisha ha contestato le affermazioni del governo israeliano secondo cui le autorità del paese non starebbero ostacolando l’ingresso o la distribuzione degli aiuti, e ha rilevato che Israele non sta rispettando l’ordinanza della CIG.

Le autorità israeliane hanno anche ostacolato gli aiuti che entrano a Gaza per raggiungere le aree a nord. L’indagine delle organizzazioni umanitarie ha riscontrato che “quasi nessun aiuto viene distribuito oltre Rafah”, il governatorato più meridionale di Gaza. Il 20 febbraio, il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha sospeso le consegne di cibo salvavita al nord, citando la mancanza di sicurezza. Le forze israeliane hanno colpito un convoglio alimentare il 5 febbraio, secondo quanto dichiarato dalle Nazioni Unite e documentato dalla CNN.

Tra il 1° e il 15 febbraio, le autorità israeliane hanno facilitato solo 2 delle 21 missioni pianificate per la consegna di carburante a nord dell’area di Wadi Gaza, nel centro di Gaza, e nessuna delle 16 missioni pianificate per la consegna di carburante o la valutazione delle stazioni di pompaggio dell’acqua e delle acque reflue nel nord. Secondo l’OCHA, tra il 1° gennaio e il 15 febbraio è stato facilitato meno del 20% delle missioni pianificate per consegnare carburante e intraprendere valutazioni a nord di Wadi Gaza, rispetto all’86% delle missioni pianificate tra ottobre e dicembre.

“Le forze di terra israeliane sono in grado di raggiungere tutte le zone di Gaza, quindi le autorità israeliane hanno chiaramente la capacità di garantire che gli aiuti raggiungano tutta Gaza”, ha dichiarato Shakir.

Dopo l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia, le autorità israeliane sembrano aver distrutto gli uffici di almeno due organizzazioni umanitarie a Gaza, e hanno preso provvedimenti per minare l’operatività dell’UNRWA, principale fornitrice di aiuti umanitari a Gaza, da cui più della metà delle altre organizzazioni umanitarie dipende per facilitare le proprie operazioni. Il capo dell’UNWRA, Philippe Lazarini, ha dichiarato in una lettera del 22 febbraio al presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che l’agenzia ha raggiunto un “punto di rottura” a causa delle molteplici sospensioni dei finanziamenti da parte del governo e della campagna di Israele per far chiudere l’agenzia.

Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha dichiarato il 13 febbraio di aver bloccato una spedizione di farina a Gaza finanziata dagli Stati Uniti, perché destinata all’UNRWA. Lo scorso gennaio Israele ha affermato che almeno 12 dei 30mila dipendenti dell’agenzia hanno partecipato agli attacchi del 7 ottobre, accuse su cui le Nazioni Unite stanno indagando.

Cosa sappiamo finora delle accuse di Israele all’UNRWA

https://www.valigiablu.it/israele-unrwa-accuse-cosa-sappiamo/embed/#?secret=IQ36kDb33t#?secret=5jyhTkQtXg A fine dicembre, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), un’iniziativa multipartner che pubblica regolarmente informazioni sull’entità e la gravità dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione a livello globale, ha concluso che oltre il 90% della popolazione di Gaza si trova a un livello di crisi di insicurezza alimentare acuta o peggiore. L’IPC ha affermato che praticamente tutti i palestinesi di Gaza saltano i pasti ogni giorno, mentre molti adulti soffrono la fame per far mangiare i bambini, e che la popolazione rischia la carestia se le condizioni attuali persistono. “Si tratta della percentuale più alta di persone che affrontano alti livelli di insicurezza alimentare che l’iniziativa dell’IPC abbia mai classificato per una determinata area o paese”, ha dichiarato il gruppo.

Il 19 febbraio, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) ha rilevato che il 90% dei bambini sotto i 2 anni e il 95% delle donne incinte e che allattano si trovano in condizioni di “grave povertà alimentare”. Il 22 febbraio, Save the Children ha dichiarato che le famiglie di Gaza “sono costrette a cercare resti di cibo lasciati dai topi e a mangiare foglie per la disperazione di sopravvivere”, osservando che “tutti gli 1,1 milioni di bambini di Gaza [rischiano] di morire di fame”.

In risposta alla richiesta del Sudafrica di ulteriori misure provvisorie in seguito all’ordine del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle autorità israeliane di esplorare un possibile piano di evacuazione di Rafah in vista di un’incursione via terra, la CIG ha affermato che la “situazione di pericolo richiede l’attuazione immediata ed efficace delle misure provvisorie” in tutta Gaza – ma non nuove misure – e ha sottolineato il dovere di Israele di garantire “la sicurezza e l’incolumità dei palestinesi nella Striscia di Gaza”.

Oltre a consentire la fornitura di servizi e aiuti di base, le misure contenute nell’ordine vincolante della CIG richiedono a Israele di prevenire il genocidio contro i palestinesi di Gaza e di prevenire e punire l’incitamento a commettere genocidio. La CIG ha emesso queste misure “per proteggere i diritti rivendicati dal Sudafrica che la Corte ha ritenuto plausibili”, tra cui “il diritto dei palestinesi di Gaza di essere protetti da atti di genocidio”. Sebbene il Sudafrica abbia chiesto alla Corte, durante le udienze di gennaio sulle misure provvisorie, di rendere pubblica qualsiasi relazione ordinata, la Corte non ha indicato di averlo fatto.

Tra il 26 gennaio e il 23 febbraio, più di 3.400 palestinesi sono stati uccisi a Gaza, secondo i dati del ministero della Sanità di Gaza compilati dall’OCHA.

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