IN PIAZZA LA NOSTRA IDENTITÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IN PIAZZA LA NOSTRA IDENTITÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO

In piazza la nostra identità

25 APRILE. Questo anniversario della Liberazione è stato forse il più antifascista di sempre, perché ha moltiplicato la presenza di donne, anziani, ragazzi nelle piazze, da Milano a Roma

Norma Rangeri  26/04/2023

Mentre il presidente Mattarella va in montagna con Piero Calamandrei ricordando il significato del 25 aprile, la presidente del consiglio sciorina al Corriere della Sera un fiume di parole quando ne bastava una. Difficilmente i due Palazzi romani hanno mostrato la diversità, svelato la distanza, interpretato il contrasto tra una cultura che affonda le radici nell’antifascismo e perciò nella Costituzione, e una ideologia liberticida che galleggia sui luoghi comuni del neo-post-fascismo.

Questo anniversario della Liberazione è stato forse il più antifascista di sempre, perché ha moltiplicato la presenza di donne, anziani, ragazzi nelle piazze, da Milano a Roma (come abbiamo documentato con la diretta-tv sul manifesto.it), rinnovando l’impegno alla resistenza antifascista e antirazzista. Dopo sei mesi di messa alla prova del governo più a destra della storia dal ’45 a oggi, sappiamo che sono sotto attacco i diritti individuali e collettivi, civili e sociali da parte di forze e personaggi che, per convinzione, sono estranei ai valori della Resistenza.

Per il partito di maggioranza il 25 aprile è ancora vissuto come il giorno della sconfitta, comunque camuffata, preferibilmente usando il metro fasullo, come è tornata a dire la premier sul Corriere, dell’equiparazione tra chi resisteva al nazifascismo e chi combatteva con e per Mussolini e Hitler, con e per i protagonisti di Salò, efferata espressione di atrocità.

Un volgare, falso, irricevibile paragone, per tante ragioni che possiamo facilmente riassumere con le parole di Italo Calvino: dietro al peggiore partigiano c’erano comunque la democrazia e la libertà, dietro al migliore repubblichino c’erano il lager e la dittatura. O con quelle con cui Vittorio Foa si rivolse al missino Giorgio Pisanò: «Se aveste vinto voi io sarei ancora in prigione; abbiamo vinto noi e tu sei senatore».

Quando Meloni scrive che i partiti che rappresentano la destra hanno dichiarato la loro «incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo», portando queste forze nell’alveo della democrazia, senza mai pronunciare l’aggettivo antifascista, non fa altro che replicare il motto del padre politico, Almirante, quel «né restaurare, né rinnegare» che gli consentì di guidare un partito votato in parlamento – il Msi – e di partecipare a due elezioni del Quirinale, senza mai per questo rinnegare i valori della sua famiglia politica. E chi lo fece, come Fini, oggetto ancora oggi degli strali dei suoi ex colonnelli, alla fine subì la nascita dei Fratelli d’Italia di Meloni e La Russa, saliti al governo del Paese. Spesso ci domandiamo come è stato possibile che i fascisti siano tornati, oltretutto in posizione di comando. Forse la risposta alla fine è semplice: perché non se ne sono mai andati.

Ma le chiacchiere stanno a zero di fronte alla partecipazione, forte, festosa, pacifica alle tante manifestazioni di ieri, che hanno contrassegnato una presenza popolare molto sentita, e senza ambiguità: il 25 aprile è per sempre. Ed è il marchio d’origine della nostra vera, profonda, radicata identità nazionale.

La Liberazione: la doppia ragione del Sud per celebrarla

COMMENTI. Abbiamo confidato, giustamente, che il 25 aprile di quest’anno, la prima ricorrenza della liberazione dell’Italia dal nazifascismo che vede al governo gli eredi diretti di quella sciagurata dittatura, le piazze […]

Pino Ippolito Armino  26/04/2023

Abbiamo confidato, giustamente, che il 25 aprile di quest’anno, la prima ricorrenza della liberazione dell’Italia dal nazifascismo che vede al governo gli eredi diretti di quella sciagurata dittatura, le piazze di tutte le città italiane si sarebbero gremite, com’è stato, di cittadine e di cittadini come lo furono settantotto anni fa per festeggiare la fine della guerra e della tirannia. È stato dunque un segnale forte all’indirizzo della smemorata politica nazionale che inevitabilmente parla anche alle altre nazioni europee che osservano preoccupate l’evoluzione italiana, timorose di un contagio che cancellerebbe conquiste di civiltà faticosamente raggiunte nel corso del dopoguerra.

In anni piuttosto recenti la ricerca storica ha potuto meglio documentare anche il ruolo e l’importanza che nella guerra di Liberazione ebbero i meridionali combattendo nelle regioni del Centro Nord occupate dai tedeschi grazie alla complicità dei fascisti.

Fu il comandante Barbato, il siciliano Pompeo Colajanni, a trasgredire l’ordine del colonnello inglese John Stevens, che era a capo della Special Force in Piemonte, e raggiungere per primo Torino con i suoi uomini per liberarla dopo tre giorni di intensa battaglia. E toccò al suo vice, Petralia, anch’egli siciliano, l’onore di portare la bandiera in piazza Vittorio Veneto nella manifestazione conclusiva dell’esperienza partigiana il 6 maggio del ‘45. Non un caso isolato, per quanto di fondamentale importanza. In Emilia nel luglio del ’44 è stato il pugliese Achille Pellizzari, nome di battaglia Poe, a diventare prefetto del Territorio Libero del Taro, una delle prime repubbliche istituite dai partigiani; mentre era il siciliano Giacomo di Crollalanza, Pablo nella guerra partigiana, il comandante militare della piazza di Parma, caduto poi in un agguato tesogli in ottobre. In Val Sangone il movimento resistenziale prese il via per iniziativa dell’abruzzese Luigi Milano e sarà guidato sino alla liberazione dai fratelli calabresi Franco e Giulio Nicoletta che avranno al loro fianco un’altra coppia di comandanti calabresi, Antonio e Federico Tallarico.

Nella Liguria di Levante sono stati invece due sardi, Piero Borrotzu e Franco Coni, a svolgere un ruolo decisivo nell’organizzazione della Resistenza e il primo dei due cadrà da autentico eroe in un piccolo borgo dell’entroterra, consegnandosi al nemico per impedire la rappresaglia sulla popolazione civile.

Non sono che esempi di una storia che il Mezzogiorno ha vissuto da protagonista ma di cui fa ancora fatica ad appropriarsi perché per lungo tempo ha retto il paradigma che la Resistenza sia stata una vicenda tutta settentrionale. Per questo era auspicabile che ieri, 25 aprile, scendessero in piazza anche le città del Sud, rivendicando l’appartenenza a una storia che è stata comune a tutti gli italiani e ha portato alla Repubblica e alla Costituzione.

I meridionali hanno anche una ragione in più per farlo. Devono sventare un’altra minaccia, quella dell’autonomia regionale differenziata che porterebbe a una nuova divisione del Paese.

Non possono consentirlo perché, grazie al sacrificio di tanti partigiani anche del Sud, l’Italia ha ritrovato la sua unità nazionale sconfiggendo il fascismo e i progenitori dei sedicenti patrioti di oggi, fondatori di un’altra repubblica, quella di Salò.

Una svolta piena di troppi però: passata la festa gabbato lo santo

 

 GAD LERNER  26 APRILE 2023

In termini calcistici quello del Corriere può essere definito un assist: il giorno prima interviene Luciano Violante per certificare che “Giorgia Meloni non è fascista” e che ormai “destra e sinistra non sono più le grandi categorie novecentesche, sono arcipelaghi”. E l’indomani, 25 aprile, la premier ringrazia e sfrutta il passaggio: “La destra italiana da 30 anni è incompatibile con qualsiasi nostalgia del fascismo”. Uno schema di gioco ben studiato. E pazienza se Giorgia Meloni, pur di mantenere le sue riserve sulla Resistenza da cui nacque la Costituzione in cui oggi assicura di riconoscersi, dimentica che essa reca anche la firma di Umberto Terracini, fondatore del Partito comunista. Che da allora in Italia non è mai venuto meno al patto di democrazia antifascista. Mentre i reduci di Salò che fondarono il partito a cui lei si iscrisse giovanissima lo contestavano. Per questo non può bastare una lettera al Corriere. Fratelli d’Italia dovrà assumere formalmente, tracciando un bilancio storico onesto, la svolta che resta finora troppo piena di ma e di però. Altrimenti potremo pure archiviare la parola “fascismo” ma resterà il nazionalismo suprematista che fino all’anno scorso la portava a delirare di blocco navale, sostituzione etnica, politica di riarmo, disprezzo per il diverso.

L’operazione era stata preparata con cura, scovando la valorosa partigiana medaglia d’oro Paola Del Din (con tanto di fotografia affiancate), legittimamente anticomunista e ostile all’Anpi, pur di rinnovare la solita distinzione fra buoni e cattivi che resta l’esatto contrario di quella unità antifascista da cui scaturì la democrazia nel dopoguerra.

Attendiamo il congresso, o il convegno, che faccia davvero i conti con il passato oscuro impersonato dalla figura di Giorgio Almirante. Per non dover pensare che valga sempre il proverbio: passata la festa, gabbato lo santo.

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