IL LABORATRIO COLLETTIVO DELL’EMANCIPAZIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL LABORATRIO COLLETTIVO DELL’EMANCIPAZIONE da IL MANIFESTO

Il laboratorio collettivo dell’emancipazione

25 APRILE. La Resistenza costituisce la prima – e forse ancora ineguagliata – «officina» della costruzione spontanea di un’autonomia degli individui

Claudio Vercelli  25/04/2023

Lo sforzo che è consegnato ad ognuno di noi, in quanto cittadini del nostro tempo, è quello di imparare ad interpretare i segni dell’età corrente. Che non è mai un esercizio fine a se stesso. Piuttosto, richiama la capacità di dotarsi del senso dell’azione politica, la quale non è certezza precostituita bensì ricerca di significati nella babele del presente, tali poiché capaci di congiungere esistenze altrimenti divise per sempre.

Se il fascismo divide, l’antifascismo cerca, a modo suo, di unire. Quindi, c’è un lascito, nell’esperienza della lotta di Liberazione, che ci è consegnato dal tempo che passa e che, nel suo trascorrere, ci avvicina – invece che allontanarci – dal senso profondo della concreta esperienza storica di essa: la Resistenza, nella storia del nostro Paese, costituisce il primo – e forse l’ancora ineguagliato – laboratorio di costruzione spontanea di un’autonomia degli individui così come delle collettività. Si tratta quindi dell’officina dell’emancipazione. Poiché rompe non solo con il tempo del regime mussoliniano ma anche con quello dell’età liberale. Come tale è necessariamente imperfetta, da molti punti di vista. Essendo soprattutto impresa di auto-riorganizzazione tanto immediata quanto plurale, nata e cresciuta attraverso le spinte spontanee, improvvise nonché improvvisate – quindi tra di loro anche molto contraddittorie – provenienti dal basso di quella società, già piegata in sé, che stava per essere definitivamente schiacciata dal rullo compressore degli eventi.

Tutto ciò, e molto altro ancora, rappresenta l’esatto inverso del fascismo-regime prima, come del crepuscolare, bilioso e rancoroso fascismo repubblicano poi. In quanto questi due ultimi enfatizzavano la dipendenza e la subordinazione gerarchica come caratteri imprescindibili nell’esistenza degli individui. Lo scandalo del fenomeno resistenziale, in fondo, riposa in qualcosa che già un giovanissimo Marx («Per la critica della filosofia del diritto di Hegel», 1842-1843) aveva identificato, a suo tempo, come il fondamento della lotta per la propria libertà: «l’arme della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse.

La teoria è capace di impadronirsi delle masse non appena dimostra ad hominem, ed essa dimostra ad hominem non appena diviene radicale. Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso».

Fin troppo facile, ad oggi, prendersi gioco di tutto ciò. Nulla peraltro transita inutilmente. La contrapposizione odierna tra antifascismo e fascismo, tanto più a distanza di quei molti anni consumatisi dall’accadimento delle vicende storiche in questione, va quindi riformulata anche sulla base di questa consapevolezza. Poiché, proprio per una tale ragione, non si è esaurita con il trascorrere del tempo, trattandosi semmai di una questione che rimanda al senso profondo dell’esistenza. Individuale così come collettiva. In quanto rivela l’antitesi tra il bisogno di dotarsi di un’etica civile, basata sulla ricerca del senso della libertà, e la capitolazione alla necessità di vivere altrimenti la propria esistenza, ossia in termini subalterni, omologati, uniformati.

L’autentica frattura tra ciò che definiamo come «fascismo» e quanto ad esso storicamente si oppose, si gioca pertanto su questa profonda discriminante esistenziale. Che diventa poi solo successivamente consapevolezza politica. Se fosse altrimenti, infatti, avremmo già archiviato quella che costituirebbe una parentesi trascurabile della nostra storia individuale, familiare, nazionale, continentale. Esattamente quello che le destre postfasciste, populiste e sovraniste ci chiedono invece di fare.

Al nocciolo del fascismo di sempre non c’è solo la sua intrinseca violenza, il suo richiamo alla sopraffazione come vocazione di fondo (quindi tanto «naturale» nel suo essere falsamente «autentica», cioè in quanto fondamento della pulsione di gruppo) rispetto a ciò che invece riconosciamo come «umano»; semmai, il suo vero nucleo è anche – e soprattutto – la commistione tra qualunquismo e conformismo. In quest’ultimo caso si tratta del vero significato dell’abbandono di se stessi all’incoscienza e all’omologazione alle logiche mortifere del sistema di potere dominante. Il nocciolo della continuità tra il passato e il presente, il vero calco ideologico, non si trova nei Farinacci, in Balbo, nei Pavolini ma in un Montanelli e nei corifei della subordinazione qualunquista.

Proprio per una tale ragione, quindi, il fascismo non è mai morto. In quanto ripete ciò che già gli preesisteva in età liberale e che come tale, dopo il 1945, persiste, sia pure in maniera carsica, a tutt’oggi, in epoca repubblicana e costituzionale. Anzi, si rinnova e si ripete. Con consenso e successo evidenti, posto il panorama politico, nazionale e continentale, con il quale dobbiamo confrontarci. Il senso della lotta di Liberazione, se dobbiamo pertanto trovare una radice che non muore, sta nella capacità, nei momenti di violenta transizione, di cercare nell’auto-organizzazione dal basso le risorse elementari per ricostruire il significato dell’esistenza.

Non si tratta solo di un rimando al passato; semmai è viatico per il futuro a venire. Anche per un tale ordine di ragioni, quindi, alla stanca e trita riproposizione di una narrazione che vorrebbe assopite e poi esaurite, una volta per sempre, non solo le contrapposizioni ma anche le passioni e, soprattutto, le ragioni, del tempo trascorso, va invece contrapposta l’esigenza di una netta separazione. Non tra il giusto e l’ingiusto, tra il corretto e lo sbagliato (in storia, così come in politica, a conti fatti queste categorie valgono poco se non nulla) bensì tra il generativo, ovvero quel che dà corpo e sostanza ad un mondo a venire, e il distruttivo, ciò che divora quanto già c’è.

Il fascismo eterno, quello che non termina mai, essendo reazione all’evoluzione delle società, non è un’ideologia politica ma la devastazione, la desertificazione, la frantumazione del pluralismo. Una questione, quest’ultima, che si ripropone oggi. Con urgenza, nell’età del capitalismo digitale. In un tale ordine di considerazioni si inscrive quindi la ricerca di un’inesistente «pacificazione» tra le parti opposte. Che nei tempi a venire, se ne può stare certi, verrà ossessivamente riproposta per legittimare, parificare e poi recuperare (e magari beatificare) il fascismo repubblicano e poi, con esso, il neofascismo. Poco ma certo.

Le traiettorie sono già da adesso evidenti: sganciare la tragedia della Shoah dalle sue responsabilità politiche; affogare la violenza fascista e neofascista dietro un rimando al «clima d’odio» che, nel momento stesso di fingere di volerlo contrastare, è invece richiamo all’ordine gerarchico dei più forti; annichilire il conflitto sociale, trasformandolo in una sorta di eterna guerra etnica, tra «migranti» e autoctoni, nel mentre una società signorile di élite coltiva le sue prerogative di contro al resto della comunità. Il tema della violenza, come rottura del monopolio statale del ricorso alla forza, si inscrive ancora una volta in quest’ordine di riflessioni.

Si tratta di una questione tanto spinosa quanto impronunciabile, al giorno d’oggi. Poiché si inscrive in una falsa pedagogia pubblica che invece identifica nell’ordine neoliberale, e liberista, il fondamento di ogni residua liceità. Quel che oggi dobbiamo continuare a cercare non è una precostituita moralità della Resistenza bensì quell’etica che spontaneamente riposa in essa, essendosi costituitasi nel corso del tempo, con l’esperienza storica che fa di sé. Come tale – tuttavia – destinata quindi a riflettersi su ognuno di noi.

Sono due cose molto diverse, a ben vedere. Qualsiasi rigetto di ciò che si dà come potere costituito, non necessariamente ha una qualche legittimazione per il fatto stesso di mettere in discussione la liceità dell’esistente. Semmai, il vero punto di rottura, e quindi di non ritorno, è la capacità di prefigurare quel che potrebbe ad esso subentrare. Non solo sostituendosi bensì creando una nuova legittimità. Fondata su un’etica del tutto inedita. Questo è il vero lascito della lotta di Liberazione.

«Antifascismo è trasformazione della società»

INTERVISTA . Aldo Tortorella interviene oggi alla manifestazione di Milano. E qui spiega perché aver accettato un’idea riduttiva della Liberazione ha aperto la strada alla destra

Andrea Fabozzi  25/04/2023

Aldo Tortorella – novantasette anni quest’anno, una biografia straordinaria di partigiano, dirigente comunista, direttore dell’Unità – questo pomeriggio interverrà con un collegamento video alla manifestazione di piazza Duomo a Milano.

Aldo, ho trovato in archivio la lettera che scrivesti al manifesto per aderire al grande corteo che il giornale lanciò nel 1994. Sono passati trenta 25 aprile da allora e in qualche modo si chiude un cerchio: ad aprirlo fu la vittoria di Berlusconi, a chiuderlo oggi c’è al potere una destra apertamente revisionista. Se allora andava male, oggi va peggio.
C’è stata da parte delle forze progressiste una lontananza dai bisogni e dalle aspettative della parte meno protetta della società ed è questo che ha favorito la deriva, prima populista e poi indirizzata verso le ideologie e la demagogia di una destra estrema. La quale è da sempre esperta nell’esasperare paure e pregiudizi di carattere ancestrale: la paura del diverso per il colore della pelle e per altri motivi: origini culturali oppure religiose, scelte nei rapporti personali e sessuali. Si è affermata l’idea – pensiamo all’abolizione dell’articolo 18 dello statuto del lavoro sulla giusta causa nei licenziamenti – che le forze di centro sinistra fossero ormai unicamente dedite alla difesa degli interessi dei ceti abbienti. Così si è chiuso questo cerchio. Naturalmente c’è qualcosa di paradossale: ad avviare questo processo politico che ha spostato gli orientamenti popolari è stato uno degli uomini più ricchi del paese, anche grazie al suo enorme patrimonio, costruito nel modo che la magistratura indaga. Ora la deriva prosegue orientandosi verso forze che operano con capacità demagogica, ma al servizio del mantenimento delle gerarchie sociali date.

Vedi in campo una capacità di reazione sul genere di quella del 1994?
Oggi è diversa, perché è affidata a generazioni nuove. Nel ‘94 erano ancora in campo non voglio dire i residui, ma energie e mentalità formate durante stagioni di riscossa e di avanzata della sinistra, durante gli Anni 70. Le generazioni nuove hanno interessi diversi e esperienze diverse. Credo che la capacità di reazione ci potrà essere se da parte di tutte le forze democratiche e antifasciste si raggiungeranno forme di intesa, e contemporaneamente se si sapranno riconoscere e raccogliere le ansie e le preoccupazioni delle generazioni nuove, a cominciare dalla questione ambientale e dalla situazione del lavoro.

Una situazione fatta di precariato, di salari vergognosamente bassi, dell’incapacità di riconoscere e valorizzare le competenze. Molti giovani laureati sono costretti a andare all’estero per trovare collocazioni adeguate. E questo determina la difficoltà di costruire relazioni stabili, impedisce la stessa costruzione di una famiglia, se la si vuole. Qui deve valere l’impegno, la capacità di iniziativa politica e culturale: la protesta o la ribellione spontanee chiedono obiettivi credibili. Era vero in quel 25 aprile del 1994, ed è vero oggi. È essenziale saper interpretare i sentimenti nuovi che sono oggetto di contesa nel confronto con la destra, e fondamentale sarà la capacità di esprimere in modo corretto, esplicito, una forte, credibile volontà di pace.

Le affermazioni di La Russa su via Rasella secondo te possono essere, banalmente, il frutto di un’ignoranza di parte? In fondo sono tesi da sempre presenti nella pubblicistica storica neofascista.
Certo c’è questa ignoranza, peraltro confessata dal medesimo soggetto usandola per avvalorare le scuse tardive. Ma anche se fosse solo ignoranza di parte sarebbe un’aggravante per una persona che riveste una così alta carica democratica, la seconda dopo quella della presidenza della Repubblica, un ruolo che dovrebbe essere di garanzia. Ma non si tratta solo dell’ignoranza della storia, che è comunque un fatto inaudito, non c’è solo questo, c’è altro.

Può esserci una strategia precisa dietro queste dichiarazioni? Quale?
C’è la volontà ben determinata e precisa di capovolgere la verità storica, di riscrivere la storia della Repubblica. La volontà di cancellare l’antifascismo come fondamento della nuova Italia. Ci fu un errore anche nostro, intendo del movimento antifascista che si divise alla metà del 1947. Volevamo la pacificazione nell’Italia, il che era un obiettivo giusto, ma fu un errore non fondarla, come avvenne per il nazismo in Germania, su una campagna di chiarimento popolare sul fascismo quale crimine e non solo per il razzismo antisemita e il genocidio del popolo ebreo.

Su venti anni di tirannide, dieci erano stati di guerre di aggressione: Etiopia, Spagna, poi Grecia, Francia, Jugoslavia, Urss: generazioni intere mandate a morire per cause ingiuste. Occorreva rendere ben chiare le aberranti matrici ideologiche del fascismo e punire chi si era macchiato di reati orrendi. Anche l’amnistia voluta da un governo unitario antifascista e varata da Togliatti ebbe poi come interpreti giudici compromessi col fascismo stesso. Per medesimi atti di guerra i dirigenti fascisti furono assolti come militari “regolari”, mentre i partigiani vennero condannati quasi come partecipi di bande private.

Migliaia di anni di galera furono comminati ai partigiani. C’è ormai una ampia documentazione di questa vergogna. Va anche detto che in quei tempi i partiti di centro non vollero l’equiparazione dei combattenti partigiani alle formazioni dell’esercito regolare. Questa criminalizzazione del movimento partigiano e dell’antifascismo durò più di un decennio, accompagnata dalla repressione violenta e sanguinosa dei moti popolari operai e contadini. Il risultato fu che si punirono i fascisti in basso e non in alto, e la chiarificazione ideale non ci fu.

Il presidente del senato ha detto anche che «è noto che gli antifascisti rossi non volevano un’Italia libera perché avevano il mito della Russia comunista». Chiedo a te che sei stato un giovane partigiano rosso: non volevi l’Italia libera?
Questa è stata un’altra delle falsificazioni storiche, di cui costui si fa portavoce. In questo caso contro le formazioni Garibaldi che furono meno della metà delle formazioni combattenti. Intanto non erano tutte formate da comunisti, i quali erano spesso in posizioni dirigenti, ma affiancati da esponenti anche di altre forze di sinistra e da ex ufficiali dell’esercito. Furono tutti volontari fedeli alle parole d’ordine del Comitato di liberazione nazionale e del loro comando rappresentato innanzitutto da Luigi Longo. La parola d’ordine dei comunisti fu quella di Togliatti che indicava la strada della «democrazia progressiva», e non più quella della «dittatura del proletariato».

Dunque si tratta di una bugia. Io, come partigiano “rosso”, allora studente universitario precoce, posso testimoniare che ho imparato i concetti fondamentali della democrazia da quello che era il mio comandante, fondatore e capo del Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà, altra realtà unitaria della Resistenza: Eugenio Curiel, membro della direzione del Pci clandestino, autore di saggi importanti sulla «democrazia progressiva». Era un fisico di talento, oltre che di formazione filosofica, espulso dall’Università perché ebreo e assassinato nel ‘45 a Milano dalle Brigate nere.

Hai già sentito questa tesi di La Russa? Non è la stessa che seguì la rottura dell’unità nazionale dal 1948 in avanti?
Certo è la medesima tesi che fu sostenuta e propagandata allora. Fu uno strumento propagandistico per operare una divisione nell’antifascismo e ingenerare la persecuzione anti partigiana.

La presidente del Consiglio Meloni ha voluto ricordare i martiri delle Fosse ardeatine come «italiani». Secondo te, le è più difficile accettare che le vittime fossero antifasciste o che alcuni italiani stavano dalla parte degli assassini?
Naturalmente penso che certi convincimenti per lei derivino da origini politico ideologiche che non ha mai voluto modificare. Anche in questo caso può trattarsi di ignoranza colpevole, ma c’è anche il calcolo: l’intenzione di fare dimenticare le colpe dei fascisti italiani complici dei nazisti e di non commemorare la Resistenza. Ma si tratta di un vero insulto alla quasi totalità dei martiri. Le vittime della rappresaglia alle Fosse Ardeatine «colpevoli solo di essere italiani» erano i pochi detenuti per reati comuni presi dal carcere per raggiungere il numero stabilito per la strage.

Tutti gli altri tra i 335 erano “colpevoli” o di essere ebrei, uccisi per razzismo, oppure uomini impegnati nella resistenza, militari, appartenenti alle forze politiche che si opponevano al fascismo come Partito d’azione, Bandiera rossa, Pci, Psiup, repubblicani, democristiani, massoni anti regime, tutti assassinati in quanto resistenti, partigiani, antifascisti. Assassinati da nazisti tedeschi aiutati da fascisti italiani. Anche questa sortita della presidente del Consiglio va letta nella tendenza di questa destra di affermare una pericolosa restaurazione dall’alto.

Secondo te ha fatto bene la sindaca di Marzabotto a dire che non vuole La Russa alla cerimonia?
Secondo me ha fatto benissimo.

Vorrei chiederti se negli anni immediatamente successivi alla Liberazione tu abbia mai temuto che si sarebbe persa così tanto la memoria dei torti e delle ragioni di allora.
Sono così vecchio che ho potuto assistere al fatto che pochi anni dopo la Liberazione era già iniziata la demonizzazione della Resistenza di cui abbiamo parlato. E la perdita della memoria e della consapevolezza del valore di quella stagione che aveva riconquistato, almeno in parte, la dignità del nostro paese, che dalla guerra voluta da Mussolini era uscito sconfitto e semidistrutto. Ciò che avviene oggi ha radici molto precise. Naturalmente c’è anche il fatto che nella difesa dell’antifascismo – che poi vuol dire difesa della Costituzione – non c’è stata la necessaria coerenza da parte delle forze democratiche. Certamente se la restaurazione oggi è al governo e minaccia di rafforzarsi questo è dovuto al fatto che la battaglia contro le radici delle posizioni reazionarie è stata insufficiente o assente.

La sinistra ha qualche responsabilità per tutto questo? Quali?
Ha la responsabilità molto grande di aver accettato la limitazione dell’antifascismo solo al valore della lotta, certo essenziale, contro la dittatura. Mentre l’antifascismo è stato e dovrebbe riuscire a divenire di nuovo un insieme di ideali positivi, per la trasformazione profonda della società come indica la stessa Costituzione. In questo, dovrebbe anche ritrovare le origini: la Costituzione nasce dalle forze antifasciste, che non intendevano certo restaurare la vecchia democrazia liberale prefascista.

Si voleva una democrazia avanzata, capace di superare le ingiustizie sociali, di garantire a tutti e tutte la cultura e condizioni di vita dignitose. È stata disegnata nel primo articolo della Carta una Repubblica «fondato sul lavoro», e dunque non sul capitale. L’articolo 3 sancisce il principio della democrazia sostanziale oltre che formale. Non sappiamo come avrebbe potuto essere il mondo se, al tempo di Kennedy e di Krusciov, fosse proseguita una politica di coesistenza pacifica e di democratizzazione. Il presidente americano fu assassinato, come poi suo fratello Bob, e Krusciov venne estromesso.

Il governo spinge e spingerà sempre di più per una trasformazione verticistica delle istituzioni, per il presidenzialismo. Che rapporto c’è tra questa idea di riforma costituzionale e il tentativo di smontare le fondamenta storiche della Repubblica?
Un rapporto di causa ed effetto. Se si affermasse la tesi aberrante che la Costituzione non è essa stessa espressione dei valori positivi dell’antifascismo, ogni avventura reazionaria sul modello Orban o Erdogan ne verrebbe semplificata.

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