IL I° LUGLIO ISRAELIANI E PALESTINESI UNITI PER DIRE “BASTA”! da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL I° LUGLIO ISRAELIANI E PALESTINESI UNITI PER DIRE “BASTA”! da IL FATTO

Il 1° luglio israeliani e palestinesi uniti per dire “Basta!”

PER IL FUTURO – Al palazzetto dello sport più di 50 ong pacifiste

 MANUELA DVIRI  21 GIUGNO 2024

È come se una maledizione fosse caduta su di noi e il suo nome è Benjamin Netanyahu. Alcuni giorni fa è iniziata a Gerusalemme “la settimana della collera” con il simbolo dai! cioè “basta”. Davvero basta. Come siamo arrivati a questo punto? Non tutti scendono in strada a protestare, non tutti passano dalla protesta di Tel Aviv a quella di Gerusalemme, da quella di fronte alla Knesset alle residenze pubbliche e private del primo ministro. Non tutti vengono attaccati o feriti o tirati per i capelli da una polizia sempre più violenta (mentre nessun poliziotto è stato ferito) non tutti vivono dentro la protesta e per la protesta, ma credo che moltissimi abbiano ormai capito che abbiamo un governo che sta giocando con la nostra vita e un primo ministro che sembra impazzito fino ad accusare ingiustamente Biden e gli Stati Uniti, gli unici alleati al nostro fianco. Che riesce addirittura a diffamare il suo stesso esercito in dichiarazioni a dir poco irresponsabili se non folli. Oggi Gadi Shamni, generale in riserva che fu segretario militare dei primi ministri Ariel Sharon ed Ehud Olmert, ha affermato in un’intervista a Galei Zahal, la radio militare, che il primo ministro è persino capace, ora che la guerra a Gaza è nella realtà finita, di iniziarne una ben più grave al nord. Una guerra totale. Perché finché c’è guerra c’è governo. Con notizie di questo genere la maggioranza di chi ha parlato al pubblico in questi giorni di protesta ha chiesto di non perdere la speranza, di non lasciarsi prendere dalla disperazione. Che è poi quello che vogliono i dittatori. Se sei disperato, non reagisci più. Di giorno in giorno intanto le crepe all’interno della coalizione di governo diventano sempre più visibili. E anche la collera cresce. Ma il governo non cade. È come se l’angelo della distruzione avesse forze sovrannaturali, perché pur essendo abilissimo e mendace e finto e menzognero supremo, malgrado nessuno, compresi i suoi alleati, non gli creda più, resiste. Anzi, più ha paura, più diventa pericoloso. Ma crollerà. “Quando?” chiedo a Ehud Olmert, ex primo ministro, in un’intervista lampo “le crisi politiche hanno i loro tempi, ma questo governo è talmente marcio che il giorno si sta avvicinando. Ancora un altro po’, ma succederà” risponde. Nel frattempo il 1° luglio sarà una data da ricordare. Alle 18 ci troveremo in 6.000 in un palazzetto dello sport a Tel Aviv per una grande dimostrazione di forza del campo pacifista israeliano nel convegno “è giunto il momento”. Chiederemo un accordo per riportare a casa gli ostaggi e per la fine della guerra, e inizieremo a mobilitarci per il dopo e per una soluzione pacifica al conflitto che garantisca il diritto di entrambi i popoli all’autodeterminazione, alla sicurezza, alla dignità e alla libertà. Lì non si parlerà di Netanyahu, si parlerà di futuro. Di questo argomenteranno il filosofo Yuval Noah Harari e l’imprenditore Maoz Inon che ha perso il 7 ottobre i suoi genitori trucidati da Hamas. Di questo racconteranno i genitori di caduti e di ostaggi. Parteciperanno all’evento ben 50 organizzazioni di pace e collaborazione tra israeliani e palestinesi, ci saranno ebrei e arabi, artisti e personaggi pubblici, e canterà anche la nostra Noa che certo ci ricorderà che la vita, a volte, può essere bella anche nei momenti più difficili.

Il rettore di Venezia Albrecht: “Ricostruiremo Gaza dal basso. Solo così si può favorire la pace”

ISTITUTO UNIVERSITARIO DI ARCHITETTURA – “È una chance per l’economia di tutta la Palestina e può portare ai due Stati”

COSIMO CARIDI  21 GIUGNO 2024

“Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) ero in Università con Sufian Mushasha, palestinese a capo del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite a Gerusalemme. Mi diceva che prima di conoscerci era molto pessimista per il futuro. Ha cambiato idea”. Benno Albrecht è il rettore dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (Iuav). L’Ateneo ha ricevuto l’incarico dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) di pianificare una strategia per la ricostruzione di Gaza. Albrecht ha una lunga esperienza di interventi in zone di crisi, in Nord Africa come in Medio Orente. Architetti e urbanisti della Iuav hanno immaginato di ripartire nella riedificazione della Striscia sulla base di cellule abitative da 15 mila persone. “Tutte le ricostruzioni, dopo la Seconda guerra mondiale, sono basate praticamente sullo stesso schema: dall’alto verso il basso. Grandi finanziamenti, grandi prestiti, grandi aziende, enti statali forti. Noi proponiamo un approccio diverso, a strati: partendo dal basso”.

Come si sviluppa il processo?

Ogni cellula è finita in sé. C’è dentro tutto: strade, case, scuole, infrastrutture. Il fatto di costruire per pezzi finiti dà molti vantaggi in termini di emulazione, in termini di comprensione dei problemi. Non c’è un modello imposto uguale per tutti, ogni cellula sviluppa quello che fanno le altre adattandolo e migliorandolo, ma con indipendenza. Una progettazione simile fu usata per il terremoto del Friuli. Sistemi molto piccoli e molto diffusi.

Si può parlare di ricostruzione con una guerra ancora in corso?

Bisogna farlo. Le guerre contemporanee finiscono a macchia di leopardo. Non c’è più un trattato di pace. Abbiamo a che fare con elementi di Stato molto evanescenti, come in Siria. Quindi certo, bisogna immaginarsi la ricostruzione prima che questa debba essere messa in atto. Perché quello che sappiamo con certezza è che una buona ricostruzione favorisce la pace, una cattiva ricostruzione riconduce alla guerra.

Gaza è una somma di campi profughi, si può decolonizzare questa urbanizzazione?

Penso di sì. Per noi l’importante è lavorare sulle relazioni delle cose e sulla loro vicinanza o distanza, perciò sulla prossemica. È un’ideologia di quartiere e riesce a rispondere in maniera efficace al tempo contemporaneo e futuro. Una volta era tutto molto rigido, invece questi progetti sono adattivi.

Come sono cambiate le guerre dal suo punto di vista?

Prima non si combatteva in città, oggi si distruggono i centri abitati. Con tutte le conseguenze che questo comporta.

La Striscia è schiacciata tra mare e deserto, la vegetazione è stata pressoché distrutta e ci sono limitate risorse idriche. Come lavora in queste condizioni? Con quali materiali?

Allo Iuav siamo specializzati in questo, creare processi nuovi. Per esempio: esiste la possibilità di trovare sul mercato il cemento per ricostruire tutto in calcestruzzo. Ma manca l’acqua per impastarlo. È necessario adottare materiali waterless “senza acqua”. Questa da una parte è un’esigenza e dall’altra un’opportunità per chi ricostruisce. Possono infatti apprendere e sviluppare una tecnologia che è molto avanzata. Compiendo così un salto qualitativo e tecnologico gigantesco in pochissimo tempo, cosa che noi qui non possiamo fare. Ci sono dei mercati – acciaio e calcestruzzo – mentre lì se ne può inventare uno nuovo. È una grandissima opportunità per i palestinesi, devono sfruttare la ricostruzione come un volano economico.

La Banca mondiale stima che i danni a Gaza ammontino a oltre 18 miliardi di dollari, circa il 100% del Pil combinato di Striscia e Cisgiordania. Basteranno gli investimenti per la riedificazione?

Questi calcoli sono sempre da usare con attenzione. Ricostruire vuol dire lavoro e quindi si creano linee di reinvestimento. Non penso che sia un problema di soldi, questo è un problema economico. La ricostruzione di Gaza è la chance gigantesca di creare lavoro e quindi un’economia. Non solo per la Striscia, ma per tutta la Palestina. Questo può portare ai due Stati, alla Pace.

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