“IL GOVERNO MELONI CI RUBA IL FUTURO” da IL MANIFESTO
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“IL GOVERNO MELONI CI RUBA IL FUTURO” da IL MANIFESTO

«Il governo Meloni ci ruba il futuro»: una piattaforma contro la secessione dei ricchi

LA MOBILITAZIONE. Nel pomeriggio di ieri a Roma hanno sfilato diecimila persone che hanno aderito all’appello di un’ampia rete di soggetti sindacali, partiti e movimenti contro le politiche del governo Meloni “guerrafondaio” che sostiene “le richieste delle grandi imprese per far ricadere i costi sociali sui lavoratori e i settori popolari”. Prosegue la raccolta delle firme per la proposta di iniziativa popolare sul salario minimo orario da 10 euro

Mario Pierro  25/06/2023

Diecimila persone hanno sfilato ieri pomeriggio da piazza della Repubblica a piazza san Giovanni a Roma in una manifestazione di opposizione sociale e politica al governo Meloni. È stata organizzata dal sindacato di base Usb insieme a una quarantina tra partiti (Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Partito Comunista Italiano), movimenti (per il diritto all’abitare, No Tav, Rete dei Comunisti), associazioni (come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, Osservatorio contro la repressione, Associazione nazionale per la scuola della Repubblica o i Comitati Per il ritiro di ogni Autonomia Differenziata).

Insieme a una rappresentanza della società civile e politica diffusa delle sinistre conflittuali, anti-capitaliste e anti-liberiste questi soggetti hanno articolato una piattaforma che ha lanciato la manifestazione e nella quale è possibile leggere un’aspra critica all’ideologia e all’operato dei primi mesi di Meloni & Co.

Distante politicamente dalle esperienze dei partiti di «centro-sinistra», come dai sindacati confederali criticati dal palco di piazza San Giovanni per la concertazione trentennale con la contro-rivoluzione neoliberale in corso, questa rete ha sviluppato un’analisi sull’emergenza abitativa provocata da un mercato con prezzi alle stelle; sulla riduzione del patrimonio di case popolari al lumicino; su un sistema sanitario pubblico tenuto in ostaggio dalle aziende private; su un Welfare che impedisce a larghe fasce della popolazione di curarsi.

L’irrigidimento dell’«assegno di inclusione» rispetto al già parziale sistema di Workfare chiamato impropriamente «reddito di cittadinanza», come la liberalizzazione del lavoro precario contenuto nel «Decreto lavoro» o l’inadeguatezza del taglio del cuneo fiscale davanti alla super-inflazione che taglieggia salari e risparmi per i mutui impazziti per l’aumento dei tassi di interesse disposti dalla Bce hanno costituito un altro punto condiviso del corteo.

Un’altra delle analisi ribadite dagli speaker dal camion di apertura del corteo, e sul palco di San Giovanni, è stata quella sull’«economia di guerra» che sposa le politiche recessive della Bce con l’abbassamento dei salari e l’aumento dei profitti attraverso la speculazione sulle materie prime energetiche o alimentari. Lo slogan indovinato «Abbassate le armi, alzate i salari» sostiene la richiesta di fermare sia la «guerra ai poveri» che quella russa in Ucraina. In questa prospettiva si spiega anche il sostegno della manifestazione alla legge di iniziativa popolare per un salario minimo di almeno 10 euro l’ora, lanciata da Unione Popolare e da Usb. Ad oggi l’unica iniziativa concreta in campo. Si tratta di una misura che il governo Meloni non intende comunque adottare.

Vibrante è stata inoltre la denuncia decreto Calderoli sull’«autonomia differenziata»: «Colpirà i diritti sociali, taglierà ancor di più i servizi pubblici, manterrà il Mezzogiorno in uno stato di arretratezza».

La visibile presenza in piazza dei lavoratori braccianti immigrati, e delle famiglie che vivono nelle occupazioni autogestite nella Capitale, ha evidenziato il carattere «meticcio» di una forza lavoro, e di una cittadinanza, in trasformazione eppure senza diritti fondamentali. «L’ingiustizia – è stato detto durante il corteo – comincia da come i migranti sono trattati, non devono avere diritti e dignità, ma solo obbedire».

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