IL FILO NERO: DAI DECRETI AI MANGANELLI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL FILO NERO: DAI DECRETI AI MANGANELLI da IL MANIFESTO

Dai decreti ai manganelli, il filo nero

REPRESSIONI. Manifestazioni per la Palestina e manganelli. Sta diventando una inaccettabile costante: ieri, a Pisa, Firenze, Catania; pochi giorni fa ai presidi sotto la Rai, a Napoli, Torino e Bologna. La […]

Alessandra Algostino  24/02/2024

Manifestazioni per la Palestina e manganelli. Sta diventando una inaccettabile costante: ieri, a Pisa, Firenze, Catania; pochi giorni fa ai presidi sotto la Rai, a Napoli, Torino e Bologna.

La deriva autoritaria che ha la sua veste istituzionale nella riforma sul premierato si esercita nelle piazze sotto forma di violenza delle forze di polizia, nelle aule di tribunale con la repressione del dissenso, nello spazio pubblico con l’espulsione del pensiero divergente.

Quasi sembra di vivere in una distopia, non nella realtà: sul serio non si può nemmeno pronunciare la parola «genocidio» se accostata alla Palestina e Israele? Non si può manifestare per un cessate il fuoco, per la pace?

Sembra quasi una commedia dell’assurdo, se non stessimo manifestando per una tragedia e se non fosse che stiamo scivolando verso il baratro.

Manifestare per la pace, per il lavoro, manifestare in sé, è agire e attuare la Costituzione; una democrazia che impedisce la libertà di espressione, la discussione, il dibattito, abbandona i suoi presupposti, le condizioni minime di una «democrazia liberale».

È un filo nero quello della repressione del dissenso che lega decreti sicurezza che si susseguono senza soluzione di continuità, normalizzando, con un ossimoro, presunte emergenze e stabilizzando eccezioni (violazioni) dei diritti; prassi delle procure che considerano la protesta eversiva rispetto alla democrazia; pronunce della magistratura civile e amministrativa che infliggono risarcimenti a chi contesta scelte politiche; provvedimenti di prefetti e questori che sottraggono spazi pubblici alle manifestazioni e comminano fogli di via agli eco-attivisti per le azioni di disobbedienza civile; limitazioni delle commissioni di garanzia agli scioperi; nuovi reati e pene per il dissenso, il disagio sociale e la solidarietà; daspo urbano per chi disturba il decoro della città.

È un filo che sta tessendo una cappa nera, che si diffonde a partire dai margini: dagli «antagonisti», come tendenzialmente vengono qualificati tutti i manifestanti, che si sa sono tutti violenti; dai migranti, che non sono «noi», non sono cittadini e forse anche un poco meno umani; dai poveri, che in fondo qualche colpa per la loro situazione l’avranno pure.

E la cappa diviene sempre più asfissiante, il diritto penale del nemico diviene panpenalismo, perché chi è controcorrente, con la materialità della sua esistenza o con la manifestazione delle sue idee, è un nemico. Preciso: occorre denunciare e resistere all’espulsione sociale e politica di ciascuna persona, non solo perché è un passo verso altre repressioni, ma in quanto tale; ogni diritto negato a qualsiasi persona, senza che si reagisca, rende tutti un po’ meno democratici, un po’ meno umani.

La logica della guerra, che non chiede di ragionare, ma di obbedire, e l’egemonia del modello neoliberista, che nega alternative e deve blindarsi per sopravvivere agli effetti brutali che produce (sulle persone e sulla natura), convergono naturalmente (del resto muovono dalla stessa radice di sopraffazione) nella volontà di anestetizzare il conflitto.

La passività, l’acquiescenza, l’ignavia sono la strada più comoda. Ed è un percorso facilitato da scuola e università che le controriforme tendono a ridurre a mercati dove acquistare nozioni (i crediti) da spendere nel mercato del lavoro, sterilizzandone le potenzialità come luoghi di creazione e discussione di sapere critico.

E se ancora vi sono resistenze, se ancora studentesse e studenti scendono in piazza, le cariche della polizia e i processi a carico dei manifestanti che poi ne seguono, si incaricano della repressione e della dissuasione.

È una democrazia quella che intimida chi manifesta, delegittima chi esprime opinioni controcorrente, accetta campi di detenzione e morti alle frontiere, punisce ed espelle chi vive condizioni di disagio?

Sicuramente non è la democrazia disegnata dalla Costituzione, che persegue la rimozione dei condizionamenti economici e sociali, sancisce il diritto di asilo, ripudia la guerra, promuove la partecipazione effettiva. Della democrazia non basta mantenere il nome.

Sono tanti i segnali inquietanti che ci circondano, cerchiamo di vederli, comprendere le loro connessioni, denunciamo la violenza della polizia, in sé e quale espressione fisica della violenza «di sistema», continuiamo ostinatamente a manifestare e manteniamo aperto lo spazio della critica dell’esistente

Polizia e populismo nell’Italia contemporanea

SCAFFALE. «Incontri troppo ravvicinati?», un libro di Vincenzo Scalia. Nel saggio, tra sociologia e politica, vengono analizzate diverse storie di abusi

Giso Amendola  28/06/2023

Federico Aldovrandi e Riccardo Magherini sono due casi di «incontri troppo ravvicinati», uccisi dall’intervento dei tutori dell’ordine. Vincenzo Scalia (Incontri troppo ravvicinati? Polizia, abusi e populismo nell’Italia contemporanea, manifestolibri, pp. 180, euro 12, con prefazione di Stefano Anastasia) muove dall’analisi dei discorsi prodotti dalle e sulle forze di polizia in quelle circostanze, per mostrare come, contro ogni retorica delle mele marce, quei fatti siano rilevatori della violenza strutturale delle politiche dell’ordine pubblico.
Scalia fa emergere un blocco culturale di fondo che riguarda la cultura dell’Europa continentale: le polizie tendono ad essere identificate strutturalmente e persino «eticamente» con lo Stato, sicché l’indagine stessa, anche solo scientifica, sulle forze dell’ordine è a priori sospetta di contenere una qualche insidiosa minaccia alla nazione.

UN MODELLO di organizzazione centralistico e un onnipresente elemento di militarizzazione, che resiste malgrado le riforme, testimoniano dentro la struttura delle forze dell’ordine questa matrice statualistica. Il ricorso continuo da parte della polizia a pratiche di «alterizzazione», vale a dire alla costante riduzione a «nemico» dei diversi attori che ne incrociano l’azione, e una cultura interna caratterizzata da machismo e conservatorismo, ne testimoniano il costitutivo isolamento dalla popolazione.
Molto più dinamico è invece il rapporto tra società e polizia nei modelli anglosassoni, ispirati al decentramento e a un rapporto più stretto con le comunità. Non è vero, però, che una governance decentrata sino a giungere all’elezione democratica dei capi della polizia, garantisca contro la violenza sistemica molto di più del centralismo continentale. Questo perché, spiega bene Scalia, l’offerta di polizia «dall’alto» si incrocia con la domanda «di sicurezza» dal basso.

IL SECURITARISMO poliziesco è evidentemente un prodotto dell’irriducibilità violenza del comando statuale, ma è anche, in modo forse più complesso e insidioso, il frutto delle politiche neoliberali che hanno destrutturato il welfare. L’analisi delle politiche della sicurezza in pandemia è un buon esempio di questo intreccio tra controllo dall’alto e domanda di sicurezza dal basso: la richiesta di protezione sociale è stata sistematicamente elusa e tradotta esclusivamente nei termini di una gestione emergenziale dei comportamenti, e nella sollecitazione di una sorveglianza diffusa affidata alla popolazione stessa.
Questo intreccio critico di culture securitarie di polizia e di populismo penale dal basso non chiude però tutti gli spazi. Se il neoliberalismo ha reso difficile avanzare richieste di cura collettiva e di diritti sociali, non ha eliminato un certo senso comune sulla difesa dei diritti individuali, che rende difficile affossare le vicende più gravi di abuso poliziesco. Si tratta di contestare la tesi delle «mele marce», e di portare avanti lotte per una responsabilizzazione delle forze dell’ordine, sul modello delle richieste dei numeri di riconoscimento visibili e delle commissioni di inchiesta.
Molto più scettico invece si mostra Scalia sui movimenti abolizionisti, che hanno proposto lo smantellamento della polizia o almeno un radicale spostamento di risorse dalla polizia a modalità alternative e democratiche di controllo. Scalia solleva il problema che l’abolizionismo potrebbe, contro le sue intenzioni, finire per dare una mano ad un ulteriore privatizzazione del controllo di polizia.

SE QUESTO AVVERTIMENTO deve essere sicuramente tenuto prudentemente presente nel progettare alternative praticabili alla polizia, è bene ricordare, però, il grande ruolo che le campagne abolizioniste dei movimenti americani tipo «Defund the police!» hanno avuto nel creare, contro la violenza di Stato, un forte terreno di connessione intersezionale tra mobilitazioni di classe, di genere e di razza.
L’abolizionismo potrebbe offrire alla lotta contro gli abusi di polizia un orizzonte più generale di riappropriazione radicale di democrazia e di mobilitazione antiautoritaria, senza peraltro essere alternativo alle necessarie e saggiamente riformiste campagne sull’accountability democratica delle forze dell’ordine.

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