GRAMSCI, GEOPOLITICA e REALISMO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GRAMSCI, GEOPOLITICA e REALISMO da IL FATTO

Gramsci insegna: anche la geopolitica si basa sul realismo. Tra Russia e Ucraina serve mediare

Andrea Masala  17 MARZO 2022

“Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”: la famosa frase di Gramsci è tanto citata quanto poco compresa. Gramsci non scrive per i baci Perugina, questa frase è una indicazione dì filosofia politica: dice che l’analisi deve essere fatta con metodo realista, ispirata alla corrente del realismo politico (da Machiavelli a Weber, da Pareto a Schumpeter) mentre la proposta, basata sull’analisi realista, deve ispirarsi all’idealismo politico (da Kant a Rawls), cioè all’aspirazione universale alla giustizia degli umani.

È su questo punto che non ci capiamo oggi.

Realismo e idealismo sono due correnti che in filosofia politica, e poi nella politica attuata, si fronteggiano, si combattono. Il marxismo invece è stato un tentativo dì metterle insieme (la frase dì Gramsci indica questo): analisi scientifica del capitale e dei rapporti di forza (realismo) seguita da proposta idealista (socializzazione degli apparati produttivi e condivisione della ricchezza prodotta). Oggi si ragiona al contrario: si fa una analisi idealistica/valoriale (democrazie contro dittature) e una proposta realista, la guerra (da sempre il massimo del realismo politico, la gioia dei realisti alla Schmitt).Se l’analisi si fa partendo da assunti idealistici (le democrazie contro le dittature, i saggi e buoni contro i pazzi cattivi) non solo non si riescono a spiegare le cose (pensate alla storia analizzata così, funzionerebbe? Avrebbe serietà analitica una storiografia che parlasse di Pompeo pazzo contro Cesare savio? Di Maria Stuarda cattolica buona contro la perfida luterana Elisabetta, o viceversa a seconda se siamo cattolici o luterani?) ma soprattutto non sono consentite mediazioni: se da una parte c’è il bene e dall’altra il male, allora non solo non è possibile ma non è proprio neanche “giusto” mediare, trattare, giungere a compromessi.

Questo tipo di analisi dice delle “verità”: è vero che Putin è un autocrate a capo di un sistema oligarchico-criminale, è vero che ha aggredito in barba al diritto internazionale, è vero che in Europa ci sono democrazie e Stati di diritto (anche se fino a ieri ci scagliavamo contro i governi sovranisti di Polonia e Ungheria), è vero che l’Ucraina sovrana ha il diritto di scegliersi l’alleanza militare e gli armamenti che vuole. Si tratta di capire però se nella geopolitica queste “verità” siano spiegazioni plausibili dei comportamenti dei diversi attori. E qui appunto serve la storia, perché se così fosse allora la democratica America avrebbe lasciato i missili a Cuba sovrana e non avrebbe mai favorito il golpe militare contro un presidente democraticamente eletto, dai cileni sovrani, come Allende.Cosa voglio dire? Che nella geopolitica i comportamenti dei grandi e piccoli attori si spiegano invece con l’analisi realistica: per la Russia gli interessi strategici in Europa, sul suo fronte occidentale, sono sempre, circa, gli stessi, sia che governino gli zar, che governi Stalin o che governi Putin (che su questo ha criticato perfino Lenin, ultimo bolscevico ad usare realismo e idealismo – per il bene superiore della pace cede il bene tattico dei territori -, da Stalin in poi resta solo il realismo). Come sono gli stessi per gli Usa, sia che governi Obama o che governi Trump (che in quattro anni di mandato non ha ascoltato nessuna richiesta di Putin, che la propaganda voleva suo amico, su Ucraina e Nato).

Se non si usa questo realismo nell’analisi poi è impossibile proporre soluzioni di giustizia, cioè la mediazione, il compromesso per il bene superiore della pace e della libertà. Se si parte da una analisi idealista (bene vs male) abbiamo poi solo la soluzione giustizialistica: la fine del dittatore e il trionfo del bene, costi quel che costi. E non è un caso che questo costo lo sopportino nella sua parte massima gli Ucraini, nella sua parte media gli altri europei e nella parte minima gli americani, cioè uno dei due grandi attori di questa vicenda.

I neoliberisti, soprattutto nella loro corrente democratica, adottano il principio filosofico-politico dell’ottimismo della ragione (idealismo del bene contro male) e pessimismo della volontà (la guerra). Dobbiamo ancora una volta opporgli il pessimismo della ragione (l’analisi scientifica della geopolitica) e l’ottimismo della volontà: LA PACE.

Ucraina, per me la narrazione del conflitto in Occidente non tiene conto di alcuni elementi

Roberto Iannuzzi*  18 MARZO 2022

Nei paesi occidentali, l’intera narrazione sul tragico conflitto ucraino si fonda su una serie di false interpretazioni storiche, laddove non è completamente decontestualizzata. Se una guerra viene trasformata in una sorta di evento astorico, le cui cause sono ignorate o peggio ancora deformate, semplicemente si pongono le premesse per un inasprimento del conflitto in corso e per l’esplosione di nuove ostilità in futuro.

La prima falsificazione è che l’intervento russo sarebbe unprovoked, come recita la formula di rito immancabilmente adottata da tutta la stampa anglofona. L’Ucraina non avrebbe infatti rappresentato alcuna minaccia per Mosca. Ora, sebbene l’ingresso di Kiev nella Nato non fosse imminente, in questi anni si è assistito ad una continua infiltrazione delle strutture dell’Alleanza nel paese. Dalle ripetute esercitazioni militari congiunte, alla costruzione di capacità navali, all’invio di istruttori ed armi, paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada hanno stabilito un rapporto sempre più stretto con le forze armate ucraine. Tale infiltrazione è avvenuta nel contesto di una costante espansione della Nato verso i confini russi che, piaccia o meno, Mosca ha percepito come pericolosa per la propria sicurezza nazionale (ne ho parlato più diffusamente in un precedente post):La seconda falsificazione è che l’Ucraina sarebbe un paese omogeneo e coeso, che avrebbe unanimemente deciso di diventare parte della comunità europea ed atlantica. In realtà, sebbene la storia recente abbia separato Russia e Ucraina, i due paesi sono legati da una lunghissima storia comune. Ciò si riflette nella natura stessa della nazione ucraina che, dopo l’indipendenza del 1991, ha prodotto due differenti identità e progetti nazionali. Un progetto pluralista che considera quello ucraino come uno stato bietnico, bilingue e biculturale (ucraino e russo), radicato soprattutto nella parte orientale e meridionale del paese. E un progetto unitario e nazionalista, dedito a ripudiare l’eredità zarista e sovietica rafforzando l’identità puramente ucraina, radicato soprattutto nell’Ucraina centro-occidentale (in passato in gran parte appartenente all’impero austro-ungarico). E’ questo secondo progetto che si è imposto nel 2014 con il rovesciamento del presidente Viktor Yanukovych (in un vero e proprio golpe, secondo russi ed ucraini sudorientali), portando alla repressione della componente russofona del paese e a una guerra civile nella regione orientale del Donbass. Mentre le province occidentali erano largamente favorevoli a un’adesione dell’Ucraina all’Ue e alla Nato, l’idea era molto impopolare in quelle orientali e meridionali.

La terza falsificazione è che l’Ucraina, soprattutto dopo il 2014, sarebbe un paese essenzialmente democratico. In realtà non è così. Esso rimane dominato da un’oligarchia che, nell’era post-Yanukovych, ha stretto un’alleanza con le forze più nazionaliste dell’Ucraina occidentale (emarginando così altri “oligarchi” fedeli alla vecchia presidenza). La gestione oligarchica del potere si consolidò con il crollo dell’Urss. Come in altri stati post-sovietici, lo smantellamento a tappe forzate dello stato comunista per imporre un’economia di mercato di stampo neoliberista determinò l’emergere di una cleptocrazia incentrata sul potere di famiglie e gruppi privilegiati, mentre i comuni cittadini vennero privati dei servizi essenziali. Le ricchezze saccheggiate dagli oligarchi locali vennero riciclate nei paradisi fiscali europei e oltreoceano, determinando una costante emorragia di denaro dal blocco ex-sovietico.

In Ucraina, lo shock economico determinò un crollo del 60% del reddito pro-capite fra il 1990 e il 1997. Questo meccanismo di corruzione e di drenaggio delle ricchezze del paese, con la complicità della finanza occidentale, è rimasto pressoché inalterato dopo il 2014. Tanto che oggi l’Ucraina rimane il paese più povero d’Europa, non avendo ancora recuperato i livelli di reddito della fine dell’era sovietica.Nel periodo post-Yanukovych, le riforme imposte dall’Fmi aprirono la strada ai capitali stranieri nel settore agricolo e in quello delle materie prime. L’agribusiness occidentale si impadronì di enormi appezzamenti di terreno in un paese che è fra i principali esportatori mondiali di grano e di mais. Nel frattempo, i presidenti che si sono succeduti, da Poroshenko a Zelensky, hanno imposto leggi liberticide e repressive nei confronti della minoranza russofona. L’attuale presidente (che deve gran parte della sua fortuna politica a un oligarca, Kolomoisky, magnate dalla tripla nazionalità ucraino-israelo-cipriota e finanziatore di gruppi paramilitari di estrema destra macchiatisi di crimini di guerra nel Donbass) ha arrestato oppositori e chiuso canali televisivi considerati “filo-russi”.

La democrazia ucraina, dunque, non ha fatto grandi progressi dopo il 2014, rimanendo essenzialmente prigioniera del sistema oligarchico che la caratterizza fin dalla sua indipendenza. Dal canto loro i paesi occidentali, più che aiutare l’Ucraina sulla via dello sviluppo, ne hanno sfruttato le risorse e prosciugato le ricchezze. L’attuale regime oligarchico-nazionalista, inoltre, stringendo una ferrea alleanza con gli Stati Uniti e trasformando di fatto il paese in una postazione avanzata della Nato, ha tragicamente posto l’Ucraina in rotta di collisione con il vicino russo. Questi aspetti, che aiuterebbero a comprendere le dinamiche dell’attuale conflitto, vengono perlopiù ignorati in Occidente, sia dalla politica che dall’informazione.

*Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017).
Twitter @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/

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