GOVERNO SENZA POPOLO. C’È DEL METODO, OLTRE IL REFERENDUM da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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GOVERNO SENZA POPOLO. C’È DEL METODO, OLTRE IL REFERENDUM da IL MANIFESTO

Governo senza popolo. C’è del metodo, oltre il referendum

Referendum Già ora circa metà degli aventi diritto disertano le urne, incoraggiare questa tendenza è irresponsabile

Gaetano Azzariti  04/06/2025

È evidente che gli inviti a disertare le urne coprono un uso strumentale delle regole base della democrazia. Solo la mancanza profonda di senso delle istituzioni da parte della nuova classe dirigente del Paese può giustificare atteggiamenti al limite dell’illecito. Se non si vuole scomodare l’articolo 98 del testo unico sulle leggi elettorali (esteso dall’articolo 51 della legge 352 del 1970 anche ai referendum) che punisce i pubblici ufficiali che nell’esercizio delle proprie funzioni inducono gli elettori all’astensione, basta ricordare l’articolo 54 della nostra Costituzione che impone a tutti i cittadini che ricoprono pubbliche funzioni il dovere di svolgerle con disciplina e onore. Può la presidente del Consiglio, affiancata da un coro coordinato dalla seconda carica dello Stato, ma composto dall’intero governo e dalla maggioranza dei parlamentari eletti, invitare a non esercitare quel che la nostra Costituzione indica come «dovere civico»?

Chi avesse lo sguardo lungo – una classe dirigente degna del nome – dovrebbe comprendere che la salvaguardia delle regole di base di una democrazia valgono più di ogni tatticismo e non possono essere piegate a scopi contingenti. L’invito al non voto favorirà l’astensionismo dalla politica, non solo nel caso del referendum. Già ora circa metà degli aventi diritto disertano le urne, incoraggiare questa tendenza è irresponsabile.

A meno che non si voglia immaginare una democrazia a basso tasso di legittimazione popolare. In fondo per le elezioni politiche non v’è alcun quorum da aggiungere e, dunque, perché sprecarsi ad ottenere il consenso di larghe fasce di popolazione? Bastano coloro che sono direttamente interessati alle questioni di governo. Un tempo la limitazione del suffragio garantiva questo risultato, oggi si può ottenere il medesimo esito disincentivando l’esercizio di un diritto che appartiene a tutti i cittadini. Se non bisogna andare a votare ai referendum perché le questioni poste (lavoro e cittadinanza) sono «troppo complesse», figuriamoci che deve dirsi delle politiche nazionali e internazionali che devono essere decise dai governi della Repubblica. Governare è un’arte che non può essere compresa da tutti e dunque: lasciateci lavorare, andate al mare.

In fondo, la limitazione della partecipazione attiva sostituita da un aumento della propaganda politica si pone a fondamento di ogni regime autoritario. Non siamo ancora a questo, ma non ne siamo neppure troppo lontani. Per ora non ci sono divieti, ma solo buoni consigli, esempi da imitare, escamotage da ideare per irridere alle regole poste in costituzione, per sterilizzare gli istituti posti a fondamento della partecipazione popolare. Oggi il referendum, domani il parlamento.

Anzi, a ben vedere s’è già fatto un bel pezzo di strada. Basta non invertire la rotta e proseguire nella emarginazione del parlamento, nella concentrazione dei poteri nelle mani del governo e del Capo dell’esecutivo, nella sterilizzazione dei controlli, di quelli dei giudici in particolare, limitare – non ancora impedire – i diritti e le libertà dei singoli.

A voi ricorda qualcosa quest’elenco? A me – chissà perché? – fanno venire in mente le ultime riforme promesse. In primo luogo, l’inarrestabile ascesa della decretazione d’urgenza ormai sostitutiva in toto dell’attività del parlamento, così come dimostra l’ultima vicenda della trasformazione del disegno di legge sicurezza in un decreto legge alla viglia della sua approvazione parlamentare. In secondo luogo, la riforma costituzionale del premierato che si propone non solo di concentrare i poteri di governo al vertice dell’esecutivo, ma anche di subordinare il parlamento mediante la previsione di una maggioranza presidenziale artificialmente imposta. In terzo luogo, le misure reiterate per sfuggire la controllo di magistrati che fanno prevalere le ragioni dello stato di diritto su quelle del potere politico, nel caso dei migranti, ma non solo, e che troveranno la loro epifania nella riforma costituzionale di separazione delle carriere. In quarto luogo, le misure sull’ordine pubblico che appare una solida costante dell’attuale governo, dal decreto anti-rave al decreto sicurezza, che ci sta portando in tempi rapidi a un diritto penale illiberale, ma in generale ad una visione della società e del conflitto sociale lontana da quella degli stati di democrazia sociale pluralista.

È vero che tutto ciò non può essere dedotto da una dichiarazione di Giorgia Meloni degna di Nanni Moretti («Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?»), ma ogni tanto la comicità involontaria aiuta a capire.

Sicurezza. Il governo del manganello

Sergio Segio  04/06/2025

Il decreto Piantedosi, che ha già ottenuto il voto di fiducia della Camera, è stato definito «fascistissimo» a rimarcarne intenti ed effetti che superano persino il codice Rocco.

Mitridatizzati da un ventennio di enfatizzazione della “sicurezza”, sorretta dalla retorica bipartisan di una “cultura della legalità” declinata in chiave di ordine pubblico e di populismo penale, rischiamo infatti di non cogliere appieno l’involuzione autoritaria imposta dall’attuale governo.

A differenza dei precedenti (utilmente riepilogati da Livio Pepino: Maroni, 23 febbraio 2009, n. 11; Minniti, 17 febbraio 2017 n. 13 e 20 febbraio 2017, n. 14; Salvini, 4 ottobre 2018, n. 113 e 14 giugno 2019, n. 53; Lamorgese, 21 ottobre 2020, n. 130), l’attuale decreto sicurezza (11 aprile 2025, n. 48), ora al Senato, si inscrive con maggiore coerenza ed evidenza in un progetto di forzatura costituzionale e della democrazia.

L’attenzione mediatica e i rilievi critici si sono maggiormente appuntati sull’introduzione di nuove fattispecie di reato (14) e aggravanti (9) e sugli aumenti di pena di cui al Capo I (Disposizioni per la prevenzione e il contrasto del terrorismo e della criminalità organizzata) e del Capo II (Disposizioni in materia di sicurezza urbana), trascurando quanto disposto dal Capo III (Misure in materia di tutela del personale delle forze di polizia e delle forze armate).

Queste maggiori tutele si tradurranno in pene aumentate della metà nei casi di violenza, minacce o resistenza nei confronti dei pubblici ufficiali per arrivare addirittura a 16 anni di carcere nel caso di lesioni.

Non meno eloquenti e preoccupanti sono le prerogative concesse: la copertura delle spese legali nel caso (in verità assai raro) un agente venisse processato per fatti di servizio e la facoltà di portare fuori servizio senza licenza un’arma diversa da quella di ordinanza.

È poi significativo che siano inserite in questo Capo anche misure relative alle carceri e ai centri di trattenimento per i migranti, la cui ratio è di punire in misura abnorme qualsiasi protesta e diventa massima di fronte alle Disposizioni per il potenziamento dell’attività di informazione per la sicurezza (art. 31).

Nella formulazione dell’originario disegno di legge vi era persino l’obbligo per le pubbliche amministrazioni, e in particolare per le università, di collaborare con i servizi segreti e di fornire loro informazioni.

Non meno allarmanti sono le misure, rimaste nel testo trasferito nell’attuale decreto, che consentono non solo l’infiltrazione di agenti all’interno di associazioni con finalità di terrorismo ed eversione, ma la stessa promozione e organizzazione di tali associazioni, con la garanzia che le identità fittizie di copertura potranno essere mantenute anche in sede processuale. Quanto sia pericolosa e potenzialmente estensibile tale norma ce lo mostra, ad esempio, la vicenda di Potere al popolo di Napoli – per inciso, si tratta di un partito politico democratico e non un gruppo sovversivo – che ha recentemente denunciato la presenza di un poliziotto infiltrato in incognito tra le proprie fila.

Alla repressione generalizzata e al “diritto penale del nemico” rivolto alle “classi pericolose”, ovvero a ecoattivisti, dissidenti politici, occupanti di case per bisogno, utilizzatori di cannabis per diletto o per mestiere, lavoratori in lotta, studenti contestatori, madri in carcere, migranti, poveri e marginali in genere, si accompagnano insomma la più classica impunità per le illegalità in divisa e una nuova strategia della tensione, a loro volta funzionali a un processo di fascistissimo irrigidimento liberticida.

Contro cui è però forte e crescente la reazione dal basso, come mostra la grande manifestazione a Roma del 31 maggio e il partecipato digiuno a staffetta in corso.

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