“GAZA METÀ RISORSE IDRICHE SALTATE”. L’AJA: “INFRASTRUTTURE COLPITE INTENZIONALMENTE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“GAZA METÀ RISORSE IDRICHE SALTATE”. L’AJA: “INFRASTRUTTURE COLPITE INTENZIONALMENTE” da IL FATTO

Gaza, metà risorse idriche saltate

IN 150MILA IN FUGA – Attacchi Aja: “Infrastrutture colpite intenzionalmente”

RICCARDO ANTONIUCCI  10 MAGGIO 2024

Più della metà delle circa 600 strutture idriche e igienico-sanitarie di Gaza sono state danneggiate o distrutte nell’operazione militare avviata da Israele contro Hamas in risposta al massacro del 7 ottobre. Lo ha stimato ieri un’inchiesta della Bbc basata sul confronto di migliaia di immagini satellitari e su una lista di impianti fornita dalle autorità della Striscia. Almeno 320 impianti risultano fuori uso, tra cui i principali serbatoi e 4 dei 6 sistemi di trattamento delle acque reflue (gli altri due sono inattivi per mancanza di carburante, altra risorsa rara nella Striscia anche perché requisita da Hamas).

L’acqua potabile è una risorsa limitata da sempre a Gaza. Il 90% viene da una falda acquifera costiera contaminata da acqua di mare e sversamenti abusivi, il restante da tre condotte israeliane chiuse nelle prime settimane di guerra e ora riaperte a flusso ridotto. Il palestinesi si affidavano per lo più a impianti di desalinizzazione fai da te. Ma oggi la quasi totalità dei 2,7 milioni di gazawi è sfollata e la produzione idrica è scesa al 5% dei livelli pre-guerra, secondo l’Unicef. I palestinesi della Striscia vivono con 3 litri d’acqua al giorno (la media mondiale è 15), in parte attingendo alle taniche dei camion di aiuti, in parte a pozzi irregolari. Il 70% dell’acqua che i gazawi bevono è contaminata, dice l’Unrwa.

La maggior parte dei siti fuori uso individuati dalla Bbc sono nel nord della Striscia o nell’area di Khan Younis. A Rafah, dove hanno trovato rifugio 1,5 milioni di persone, le infrastrutture risultavano intatte, ma le immagini satellitari usate dal network britannico risalgono ad aprile, prima che l’Idf estendesse l’offensiva all’estremo sud. Tra le tende di fortuna, raccontano le ong, l’igiene manca come il cibo, le acque reflue si accumulano per strada e colera e tifo sono dietro l’angolo. Dal 6 maggio, 150 mila persone hanno lasciato Rafah per cercare rifugio altrove, secondo Tel Aviv.

La distruzione di infrastrutture vitali può costituire un crimine di guerra, secondo il diritto internazionale, salvo fondate ragioni militari. Al Fatto l’Idf ha circostanziato i raid su cinque grandi siti idrico-sanitari (i serbatoi di Bani Shuleila e Abasan Jadida, l’impianto di reflui di al-Bureij, una stazione di desalinizzazione, un magazzino di ricambi gestito dall’Unicef a Khan Younis), spiegando di averli colpiti durante combattimenti con gli islamisti: “Hamas sfrutta cinicamente, metodicamente e strategicamente le infrastrutture civili a fini terroristici”, scrivono le Forze israeliane. I casi rilevati, però, sono centinaia. Leila Sadat, ex consulente della Corte penale internazionale, ha spiegato alla Bbc che “non si può guardare il singolo attacco” ma che “eliminare più della metà dell’acqua e dei servizi igienici non intenzionalmente pare difficile”.

Né Biden né gli ostaggi, Bibi senza freni: Rafah a ogni costo

ISRAELE/PALESTINA. Le pressioni degli Usa non bastano, l’offensiva continua. E al Cairo non si negozia più. Oltre 100mila palestinesi in fuga dalla città verso la zona «sicura» di al-Mawasi. Poi Israele la bombarda

Chiara Cruciati  10/05/2024

Il governo israeliano sceglie il suo volto più borioso per rispondere a Joe Biden. L’arroganza cela la preoccupazione. Perché se è vero che il sostegno statunitense non viene meno (viene meno, almeno temporaneamente, un pezzo di appoggio militare: la distanza è sui metodi e non sugli obiettivi), la sospensione dell’invio delle mega bombe statunitensi è una mossa senza precedenti. Ieri sera il gabinetto di guerra si è riunito per discutere il da farsi dopo la decisione della Casa bianca e l’intervista che Biden ha rilasciato mercoledì alla Cnn.

«COMBATTEREMO con le unghie se necessario», avrebbe detto al suo entourage il primo ministro Netanyahu dopo una telefonata – tesissima – con il presidente Usa. Che da parte sua è sotto significativa pressione: da giorni è attesa la consegna al Congresso del rapporto del Dipartimento di Stato sull’eventuale violazione da parte israeliana del diritto internazionale con armi statunitensi.

Di fatto, però, Biden lo ha già detto in tv: le mega bombe sono state usate per colpire civili. Difficile non sia avvenuto: sono quotidiani i raid a tappeto su Gaza, gli uccisi sono 35mila, i dispersi 10mila. Dal Dipartimento della Difesa Usa sono già partiti 50mila munizioni d’artiglieria, 30mila munizioni per obici, altre migliaia di missili. E poi le famose bombe «stupide», con allegato il kit per renderle «intelligenti».

Mettere in pausa 3.500 bombe è il modo che Washington ha per dire a Tel Aviv di non marciare su Rafah, o almeno di farlo con moderazione.

LA REAZIONE a Tel Aviv è isterica. La parlamentare del Likud Tali Gottlieb ha detto che se «gli Usa minacciano di non darci missili precisi, allora ho una notizia per loro: useremo quelli imprecisi. Farò collassare dieci palazzi». Il ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir, estremista della destra kahanista, ha scritto su Twitter che «Hamas ama Biden».

Israeli MK and Likud Official Tali Gottlieb have a message to the US:

“The US is threatening not to give us precise missiles . Oh yeah? Well, I got news for the US. We have imprecise missiles. I’ll use it. I’ll just collapse ten [in Gaza]. Ten buildings. That’s what I’ll do” pic.twitter.com/iQ5F3M2uuJ

— Younis Tirawi | يونس (@ytirawi) May 8, 2024

E poi c’è chi le decisioni le prende. E non sono rassicuranti. Il ministro della difesa Gallant ieri ha mandato a dire a «nemici e amici» che «lo Stato di Israele non può essere domato». Netanyahu non intende fermarsi, dicono funzionari israeliani e statunitensi alla Nbc, né per preservare alleanze storiche né tanto meno per salvare la vita agli ostaggi ancora in vita: nessun accordo di scambio con Hamas, dicono le fonti, a meno che non gli si permetta di attaccare Rafah.

Di certo si sa che al Cairo non è rimasto nessuno: il direttore della Cia William Burns se n’è andato e sia Tel Aviv che Hamas hanno richiamato le rispettive delegazioni di negoziatori, con il movimento islamico che accusa Israele di aver lanciato l’offensiva su Rafah per far deragliare il dialogo.

Dal Cairo Rafah dista poco più di 300 chilometri, da Tel Aviv un centinaio. Tutti gli occhi sono su Rafah, lo recitano migliaia di cartelli che in questi giorni affollano le piazze di mezzo mondo, All eyes on Rafah.

SECONDO l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, da lunedì sono almeno 100mila i palestinesi scappati dalla città che si pensava un rifugio, un numero enorme di sfollati in appena quattro giorni che, senza tende né rifugi, provano a trovare riparo negli scheletri delle case distrutte.

«C’è tanta paura – dice un funzionario dell’Onu al Guardian – Le strade sono congestionate, auto, carretti trainati da asini, gente a piedi. Alcuni sono stati sfollati diverse volte. Potrebbero diventare 300mila in pochi giorni. Il problema è che non c’è un posto che possa accogliere un simile numero di persone, che sia sicuro e provvisto di servizi di base».

Si gira in tondo, su e giù, dando fondo agli ultimi risparmi, chi ne ha ancora. Le zone che Israele ha definito sicure – Khan Younis e al-Mawasi – sono letteralmente in macerie o prive di strutture in grado di accogliere gli sfollati.

Per questo la maggior parte del milione e mezzo di palestinesi ammassati al confine sud non scappa: non sanno dove andare e risalire verso nord significherebbe allontanarsi dagli aiuti umanitari. Che però, con i due valichi (Rafah e Kerem Shalom) ancora chiusi da Israele, rischiano di scomparire anche da Rafah. Non entra niente da lunedì.

Nonostante ciò gruppi di estremisti israeliani – tra loro anche qualche sindaco – vogliono assicurarsi che si muoia di fame: ieri hanno bloccato le strade che portano a Kerem Shalom con centinaia di massi.

اغلق “المدنيين الاسرائيليين ” الطرق بالحجارة لمنع مرور قوافل المساعدات إلى قطاع غزة .
حتى الان لم يدخل شيء الى قطاع غزة . الاوضاع جداً صعبة . https://t.co/7Wh48gVJih pic.twitter.com/HfraFpEhw1

— Tamer | تامر (@tamerqdh) May 9, 2024

E MENTRE all’ospedale Shifa post-assedio israeliano emerge la terza fossa comune (49 i corpi finora recuperati, di alcuni solo parti smembrate. È la settima finora scoperta in tutta Gaza), le bombe continuano a cadere. A Gaza City si contano almeno 20 uccisi della famiglia Abu Sharia.

A Rafah sono stati colpiti i quartieri centrali e occidentali, anche la «sicura» al-Mawasi, «nuovi» fronti dopo i raid a est e sud. Ai palestinesi i bombardamenti appaiono casuali, privi di una vera regia militare e per questo ancora più spaventosi, come il ronzio costante dei droni e il rimbombo dei caccia. «Non riesco a camminare, le mie gambe non reggono più – dice un uomo al quotidiano britannico – Sono spaventato da troppo tempo».

C’è troppa Gaza su TikTok: per questo lo oscurano

FRANCESCO SYLOS LABINI  10 MAGGIO 2024

Gli studenti di centinaia di università nel mondo occidentale chiedono una sola cosa: la fine dello sterminio a Gaza. Le immagini che arrivano dalla Palestina passano con difficoltà nei media tradizionali, ma straripano nei social media ormai accessibili in tutto il mondo in tempo reale. Il vettore di questa diffusione è lo smartphone. Come spiega Juan Carlos De Martin nel suo bel libro Contro lo smartphone – Per una tecnologia più democratica (ADD editore), mai prima d’ora un’innovazione tecnologica aveva raggiunto una portata così vasta così velocemente, diventando indispensabile per le attività quotidiane.
Oggi si conta che almeno metà della popolazione mondiale, 4 miliardi di persone, passi in media dalle 4 alle 5 ore al giorno utilizzando lo smartphone. Tre quarti del tempo sono dedicati ai social media come Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, TikTok e WhatsApp. Soprattutto le giovani generazioni, avendo quasi completamente abbandonato la carta stampata e i talk show televisivi, acquisiscono la gran parte dell’informazione proprio dai social media. Lo smartphone sta dunque svolgendo un ruolo analogo a quella della televisione nel dopoguerra. Ora lo stesso fenomeno sta avvenendo a scala mondiale.
Se da un lato sui social media chiunque può teoricamente postare ciò che desidera, nella pratica l’interazione con i contenuti e gli altri utenti è mediata dagli algoritmi delle poche app che selezionano la timeline e che possono limitare o eliminare contenuti ritenuti non adeguati. In particolare, sia Facebook che Instagram, entrambe di proprietà della statunitense Meta, stanno via via rendendo più difficile la diffusione di contenuti politici sia con l’introduzione di improbabili factcheckers, che controllerebbero le notizie, sia limitando alcuni tipi di contenuti o oscurandone altri, sia vietandone l’uso ad alcuni utenti. Già durante la pandemia, le autorità politiche, sia negli Usa, sia nella Ue, hanno fatto forti pressioni sulle Big Tech perché eliminassero, o comunque ostacolassero, contenuti sgraditi: lo stesso si è verificato con la guerra Russia-Ucraina e ora con Israele-Palestina.
TikTok, una piattaforma di video sharing, è l’unica applicazione che in Occidente si distingue nel mondo dei social perché di proprietà cinese. Gli Stati Uniti stanno pensando di vietarla su tutto il territorio nazionale con la motivazione che i dati personali degli utenti possono essere gestiti in modo poco trasparente. Il Segretario di Stato Antony Blinken ha però recentemente dato una spiegazione più convincente: il divieto di TikTok è richiesto perché nell’ambiente di questo social “il contesto, la storia e i fatti sono persi mentre l’emozione e l’impatto delle immagini domina e questo rappresenta una sfida alla narrativa degli eventi”, cioè a quella prodotta dai media tradizionali. Questo è il motivo per il quale TikTok è entrato nel mirino dei legislatori statunitensi e, in seconda battuta, di quelli europei.
Proprio l’emozione trasmessa dalle immagini terrificanti che arrivano in tempo reale dalla Striscia di Gaza, che sono disponibili agli utenti in tutto il mondo in tempo reale, sta formando con una velocità inaspettata un movimento che esprime un disagio profondo e un coinvolgimento ampio. La lista delle università statunitensi in cui è in atto una mobilitazione contro il massacro in Palestina si allunga di giorno in giorno e comprende sia i campus più prestigiosi della Ivy League sia università più piccole e meno note. La protesta si sta diffondendo a macchia d’olio e ora comprende anche università come Cambridge, Oxford, la Sorbonne, e tante altre in tutta Europa: nel nostro Paese, Torino, Bologna, Roma, Napoli. Gli studenti universitari sono sì una minoranza, ma il compito dell’università è proprio quello di favorire il confronto delle idee, lo sviluppo dello spirito critico e la formazione di pensiero innovativo che potrà percolare nella società. Il confronto con il movimento del ’68 e la guerra del Vietnam è improprio per il fatto che oggi non c’è la coscrizione obbligatoria, ma l’orrore per i massacri di civili è lo stesso potente motore di mobilitazione.
La svolta repressiva nei Paesi occidentali nei confronti degli studenti e della libertà di parola è la prova evidente che il consenso politico pro-Israele del Paese sta venendo meno. Forse i dirigenti del “giardino ordinato” ogni tanto lo dimenticano, ma nel resto del mondo dove vive il 90% della popolazione del pianeta, si osserva a quello che succede qui da noi, sempre in tempo reale e sempre grazie ai social media, e si resta, per usare un eufemismo, perplessi sullo stato delle democrazie liberali.

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