FRANCIA E ITALIA, PIAZZE PIENE, PIAZZE VUOTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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FRANCIA E ITALIA, PIAZZE PIENE, PIAZZE VUOTE da IL MANIFESTO

Francia e Italia, piazze piene, piazze vuote

MOVIMENTI. La riforma delle pensioni voluta dal Presidente Macron ha scatenato una massiccia ondata di proteste. Le piazze sono piene, le strade invase, lo spazio pubblico è un grande rituale che […]

Filippo Barbera  07/04/2023

La riforma delle pensioni voluta dal Presidente Macron ha scatenato una massiccia ondata di proteste. Le piazze sono piene, le strade invase, lo spazio pubblico è un grande rituale che crea effervescenza collettiva, solidarietà, identità. Una protesta impensabile in Italia.

Non che da noi gli attacchi agli interessi materiali di chi sta peggio manchino, anzi. Lo smantellamento del reddito di cittadinanza, il via libera all’evasione fiscale di sopravvivenza», la riforma Irpef, il de-finanziamento della sanità pubblica e l’autonomia differenziata, rappresentano un’erosione delle condizioni materiali perfino più marcata di quella prevista dalla riforma Macron.

La reazione delle piazze francesi è dovuta a due elementi cruciali, assenti in Italia. Il primo riguarda l’incapacità di reazione alle violazioni della cosiddetta «economia morale». Con questo concetto, lo storico E.P. Thompson, nel suo lavoro sulle rivolte inglesi del 18° secolo, spiegò le azioni di protesta collettiva circa la distribuzione di generi di prima necessità andando oltre gli interessi materiali.
Oltre a questi, che svolgevano certamente un ruolo, la veemenza e la pervasività delle proteste erano da ricondurre alle violazioni da parte delle élite dei loro obblighi verso la collettività. Contava quindi il senso di giustizia verso tali obblighi e il senso morale che pervadeva la vita quotidiana delle classi popolari.

La riforma Macron è profondamente ingiusta, come hanno ben spiegato Mauro Napoletano e Andrea Roventini . La riforma lede dei basilari principi di giustizia sociale: il suo peso sarà assorbito dai lavoratori con titolo di studio più basso e che hanno quindi iniziato a lavorare prima. Si tratta di persone con un’aspettativa di vita più bassa e, per questo, la riforma aumenterà le diseguaglianze sociali. Inoltre, essa si inserisce in un contesto di sostanziale tenuta del sistema pensionistico e non trova quindi giustificazioni contabili.

Quanto al peggioramento del rapporto deficit/pil seguito alle spese per contrastare l’emergenza Covid-19, non si vede perché questo debba essere coperto colpendo categorie non certo privilegiate, invece che tramite un prelievo fiscale su chi sta molto meglio. La violazione dell’economia morale – del senso di giustizia e di ciò che viene percepito come obbligo verso la collettività – è in Italia molto meno rilevante.

Gli italiani si caratterizzano per il combinato disposto di bassa fiducia verso le istituzioni, scarsa fiducia interpersonale e una più elevata fiducia verso le «cerchie a corto raggio», tipicamente quelle famigliari e parentali. È, questa, la condizione peggiore per l’azione collettiva. Nel nostro Paese è più facile indignarsi per un brutto voto dato ai propri figli, che per lo smantellamento della scuola pubblica. L’idea di «mio figlio a scuola» e quella relativa a «la scuola di mio figlio», seguono percorsi separati.

La seconda condizione è complementare alla prima e riguarda l’indebolimento delle organizzazioni di rappresentanza, il cui ruolo è proprio quello di dare forma all’azione collettiva anche in presenza di queste debolezze strutturali. Storicamente è stato così: la presenza di un sindacato forte e di un partito comunista forte ha permesso di «riempire le piazze» anche in presenza di questi limiti nella capacità di protesta collettiva degli italiani, per default impegnati a difendere il particulare. Oggi, le piazze sono vuote perché la rappresentanza sociale e quella politica sono deboli.

Quanto alle organizzazioni sindacali, manca oggi in Italia un sindacato aduso al conflitto sociale e con capacità di rappresentanza ampia e trasversale dei lavoratori. Stefano Ungaro ricorda impietosamente che circa la metà degli iscritti Cgil sono pensionati, contro il 20% della Cgt. Quanto alla rappresentanza politica, Melénchon è stato votato al primo turno delle presidenziali da più del 20% dei francesi, con una sovra-rappresentazione nella fascia di età 18-34 anni. La “France Insoumise” sta giustamente cavalcando le proteste di piazza contro la riforma Macron, in ossequio all’idea liberale che la democrazia non si esaurisce nel momento del voto.

Decidere per il popolo e governare con il popolo sono due operazioni non perfettamente sovrapponibili. Nulla di tutto ciò è presente in Italia. Gli italiani hanno «rinunciato a pensare di poter essere loro lo Stato», scrive Fabrizio Tonello su questo giornale (5 aprile). La mancanza di capacità mobilitante delle organizzazioni di rappresentanza, tanto sociali che politiche, non contrasta la tendenza di lungo periodo degli italiani a difendere l’utile delle loro «cerchie strette». Per questo, per ora, le nostre piazze rimangono vuote.

«In tutti gli strati del movimento sociale si è alzato il livello di conflittualità»

Intervista a David Gaborieau, ricercatore all’università Paris-Cité

Filippo Ortona  07/04/2023

David Gaborieau è ricercatore all’Università Paris-Cité. Sociologo del lavoro e dei gruppi sociali, è specializzato nell’analisi dei movimenti sociali e del mondo della logistica.

Il movimento contro la riforma delle pensioni è cominciato a fine gennaio, e sembra destinato a durare ancora a lungo. Cosa è successo in questi mesi?
Ci sono state varie fasi. All’inizio, c’è stata una fase che si potrebbe definire «cittadina» (citoyenne). Enormi manifestazioni, con 2, 3 milioni di persone per strada, ma non per forza delle giornate di sciopero a oltranza e di massa. Ha funzionato piuttosto bene, visto che quasi tutte le manifestazioni sono state estremamente partecipate. Tuttavia, è palese che ormai il potere politico non ascolta più questo tipo di mobilitazione. Lo si è visto nel prosieguo logico di questa fase, durante il dibattito all’Assemblée Nationale: c’era una seppur debole speranza che il parlamento prendesse in considerazione le rivendicazioni dei sindacati, aspirazione presto disattesa. Il governo ha ristretto il dibattito in modo caricaturale, utilizzando gli articoli 47-1 e 49-3 della Costituzione, rispettivamente per limitare severamente il tempo della discussione parlamentare e, poi, per impedire il voto sulla riforma. È a questo punto che è iniziata la seconda fase del movimento, in maniera quasi insperata.

In che senso?
La violenza simbolica esercitata dal governo ha rilanciato il movimento sociale. Il caso della gioventù è esemplificativo: fino a quel momento, la gioventù precaria non era riuscita a esprimersi nel quadro della mobilitazione. L’utilizzo del 49-3, invece, l’ha fatta uscire per strada. Il voto di fiducia ha reso palese l’insufficienza della mobilitazione cittadina e il movimento ha quindi cominciato a tracimare un po’ ovunque: cortei spontanei notturni, roghi della spazzatura, blocchi, picchetti. I blocchi in particolare sono stati impressionanti: blocco dei rifiuti, delle piattaforme logistiche, degli assi stradali… Nel momento in cui queste azioni molto dirette si sono scontrate con la repressione della polizia, il movimento è entrato in una terza fase, riattivandosi attorno al tema della violenza della polizia. Questo ha rimesso al centro del dibattito la questione della democrazia, che era sempre stata presente, ma che è emersa in primo piano, quando il movimento ha posto il problema della violenza di Stato.
La connessione coi Gilet gialli, è nelle pratiche: i blocchi, i cortei notturni, il fatto di far scattare queste azioni in reazione all’assenza di dialogo dello Stato
Che legami si possono tracciare tra i Gilets gialli e il movimento attuale?
Il tema delle pensioni, in un certo senso, attrae più consenso rispetto alle questioni che avevano mobilitato i Gilet gialli. Questi ultimi si erano attivati all’inizio per una tassa sulla benzina, ma molto rapidamente si erano concentrati sul funzionamento della democrazia e sulle violenze della polizia. Le pensioni sono un argomento che tocca in modo particolare il basso della classe media e le classi popolari stabili, sono loro che pagheranno il prezzo della riforma, che dovranno lavorare di più, che fanno lavori usuranti, che hanno dei salari bassi – in particolare, le donne, le persone tra i 40 e i 50 anni, popolazioni molto presenti nella provincia francese, cosa che secondo me spiega almeno in parte il successo della mobilitazione nei piccoli centri urbani. Là dove c’è una vera connessione coi Gilet gialli, è nelle pratiche: i blocchi, i cortei notturni, il fatto di far scattare queste azioni in reazione all’assenza di dialogo dello Stato, in tutto ciò c’è una vera continuità coi Gilet gialli. Oggi, nel movimento sociale francese, in senso largo, c’è un’accettazione, un’abitudine a pratiche più radicali che il semplice corteo sindacale. Si ha l’impressione che in tutti gli strati del movimento sociale, si sia alzato il livello di conflittualità.

Settori tradizionalmente poco sindacalizzati si sono resi protagonisti, come gli spazzini o gli autisti. Come mai? Che cosa significa?
È uno dei dati più interessanti di questo movimento: il modo in cui dei settori emergenti del mondo operaio cercano delle forme di mobilitazione. Dico ‘cercano’, poiché la forma ‘classica’ dello sciopero a oltranza, esteso su delle settimane o dei mesi, è estremamente complicata da attuare per dei lavoratori precari e poco sindacalizzati. Innanzitutto, bisogna comprendere che i settori che conosco meglio, cioè quello dei rifiuti e quello della logistica, hanno un punto in comune: sono tantissimi. Gli operai della logistica in Francia sono circa 1 milione, un quarto del totale degli operai, tanti quanti quelli dell’industria manifatturiera. È un dato strutturale, prodotto dall’evoluzione stessa del capitalismo. È inevitabile che questo dato si rifletta nel movimento sociale di oggi, ed è fondamentale includerli nella mobilitazione. Questo però implica un obbligo a far evolvere certe abitudini: questi operai sono diversi dalle generazioni precedenti, non hanno gli stessi percorsi, le stesse pratiche quando si mobilitano. È importante ascoltarli, prendere in considerazione le invenzioni che creano, accettare le pratiche che sviluppano, le quali, molto spesso, consistono nel blocco dei flussi.

Gli spazzini in particolare hanno sviluppato delle forme di blocco sorprendenti, con un livello di sviluppo tecnico molto elevato. Sono riusciti a far scattare degli scioperi paralizzanti con dei tassi d’adesione piuttosto bassi, attorno al 20-30% in media, ma organizzandosi molto bene, facendo sciopero ciascuno a turno, qui in un centro di raccolta, là in un deposito, altrove in un inceneritore, alternando i cicli di sciopero e di ripresa del lavoro, andando a cercare sostegni all’esterno per bloccare certi luoghi strategici in certi momenti precisi, sono riusciti a produrre questi enormi, impressionanti cumuli di spazzatura che hanno sepolto i marciapiedi parigini. Così facendo, sono riusciti a parlare al movimento sociale nel suo insieme, a fargli capire che per bloccare i flussi, in questo caso quello dei rifiuti, bisogna organizzarsi in un certo modo, con una certa tempistica, con un certo tipo di sostegno dall’esterno. Soprattutto, hanno fatto capire a tutti, fuori da ogni ambiguità, che anch’essi sono un settore strategico.

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