FOSSE ARDEATINE: UNA MEMORIA CHE PARLA DI CONFLITTO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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FOSSE ARDEATINE: UNA MEMORIA CHE PARLA DI CONFLITTO da IL MANIFESTO

Una memoria che parla di conflitto

A 80 ANNI DALLE FOSSE ARDEATINE. Dall’anniversario dell’eccidio al 25 aprile una stagione di lotta nel segno della Storia. Perché ricordare abbia un impatto sul presente è necessario riconoscere il modo in cui il fascismo si mostra ora, nella sua elementare essenza: il nudo dominio di chi ha il potere su chi non ce l’ha. Come accade dall’era di Berlusconi in poi, al cuore di tali ricorrenze sta la domanda: da che parte stai?

Alessandro Portelli  24/03/2024

Se l’Italia fosse davvero il paese immaginato nella sua lodata Costituzione, il monumento all’unità nazionale sarebbe a Roma, alle Fosse Ardeatine. In quelle cave di pozzolana c’è tutta l’Italia: furono uccisi italiani di tutte le regioni, da Trieste a Trapani, dal Piemonte alla Puglia, dalla Sardegna alle Marche. Furono uccisi uomini di tutte le classi sociali, dagli aristocratici piemontesi agli ambulanti del ghetto romano. Furono uccisi cristiani, ebrei, laici, atei. Furono uccisi comunisti, liberali, socialisti, ex fascisti, apolitici. Furono uccisi perché avevano resistito – con le armi o senza – all’occupazione nazista di Roma, o furono uccisi perché (come in tutte le stragi nazifasciste di quel tempo) la loro sola presenza sul territorio intralciava le operazioni militari. Uccisero tutti uomini (una donna, Celeste Rasa, la uccise una sentinella tedesca fuori delle grotte, forse perché aveva visto), e perciò a sopravvivere e ricordare sono rimaste soprattutto donne.

DICO UNITÀ D’ITALIA, ma di un’Italia che sta tutta dentro una storia europea. Una dozzina degli uccisi erano nati all’estero, e avevano creduto di trovare rifugio in Italia dai pogrom dell’Europa orientale. Ma secondo la Carta di Verona, il documento fondativo della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, alleata dei nazisti, non era italiano nessuno dei 72 ebrei uccisi alle Fosse Ardeatine: l’articolo 7 di quel documento, infatti, recitava: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». E come tali li hanno uccisi. In questo modo, come ha ricordato recentemente lo storico Lutz Klinkhammer, le Fosse Ardeatine (insieme alla Risiera di San Saba) segnano l’estensione della Shoah sul territorio italiano e fanno della nostra storia una parte della storia di tutti.

Tutto questo si riflette nella Costituzione nata dopo la Resistenza: un’idea di cittadinanza inclusiva e partecipata, di sovranità popolare basata sull’uguaglianza, di comunità internazionale fondata sul ripudio della guerra. Il problema è che fra quel generoso progetto democratico e la nostra realtà di oggi (ma anche negli ottant’anni trascorsi da allora) è venuto crescendo un divario che si avvicina ormai molto a un rovesciamento secco: chi governa l’Italia oggi sono gli eredi politici di quella repubblica mussoliniana il cui ministro degli Interni quel 24 marzo del 1944 consegnò ai nazisti una lista di 50 antifascisti da uccidere alle Fosse Ardeatine.

E allora il significato di quel monumento cambia: non è più un simbolo di unità ma di conflitto. Lo confermano, ancora di recente, i goffi tentativi di disinnescarlo da parte della destra «post»fascista al potere associandolo al vittimismo nazionalista («massacrati solo perché erano italiani»: Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio) o, per evitare di guardare in faccia la strage, spostando ancora una volta uno sguardo ignorante su via Rasella («hanno ucciso solo vecchi musicanti»: Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato). Per questo, oggi più ancora che in passato, ricordare le Fosse Ardeatine non è questione di commemorazione cerimoniale. Come già il 25 aprile, dall’era di Berlusconi a oggi, al cuore di queste ricorrenze nazionali sta una domanda elementare: da che parte stai?

A QUESTO INFINE SERVE la memoria: non a farci sentire bene e in pace con noi stessi (quanto siamo stati eroici, quanto abbiamo sofferto) ma a disturbarci, a smuovere il rimosso, a ribadire il negato, a dire la verità al potere. Per questo, la stagione che va dal 24 marzo al 25 aprile, dalle Fosse Ardeatine alla Liberazione è una stagione di lotta, che rinnova sul piano democratico della memoria, della storia, della partecipazione la dolorosa e sanguinosa lotta antifascista di allora.

La domanda allora è: su che terreno si svolge oggi questa lotta? Non credo che basti ribadire la verità dei fatti (non erano anziani musicisti, avevano sui trent’anni ed erano armati di tutto punto) o ripetere chi aveva ragione, ottant’anni fa, fra i combattenti della libertà e i complici dei nazisti. Questa è una base di conoscenza e di scelta etica, ma, da sola, non basta a determinare le scelte e gli orientamenti della maggioranza. Oggi, quando informazione, memoria, oblio hanno tempi sempre più accelerati, ottant’anni – quattro quinti di secolo – rischiano di sembrare a molti un’altra epoca geologica.

SE VOGLIAMO che la memoria delle Fosse Ardeatine e della Resistenza abbia un significato e un impatto sul presente, perciò, è necessario riconoscere e smascherare le modalità in cui il fascismo si ripresenta adesso, nella vita di tutti, al di là della memoria e persino degli orientamenti politici: non nelle sue vesti e simboli del passato, ma nella sua elementare essenza, il nudo dominio di chi ha il potere su chi non ce l’ha. Oggi fascismo vuol dire la legittimazione del potere dei ricchi sui poveri, degli uomini sulle donne, dei bianchi sui neri, del capitale sul lavoro, dei capi sui subalterni, dei colonizzatori sui colonizzati, degli armati sui disarmati , dei proprietari sui profughi e sui senza casa, di chi possiede i media su chi è privo di ascolto, di chi inquina su chi respira (e persino, nella logica reazionaria del codice della strada rivisto da Salvini – dell’automobile sul pedone e sulla bicicletta!). Il 24 marzo, il 25 aprile, durano tutto l’anno perché tutto l’anno dobbiamo fare i conti con queste sopraffazioni quotidiane, ed è nella memoria di quei giorni che ritroviamo le origini e le ragioni, adesso e sempre, di questa resistenza.

Quelle mani della destra sui partigiani di Via Rasella

L’ANTI-ANTIFASCISMO AL GOVERNO. La più importante azione della Resistenza europea in una capitale occupata dai nazifascisti, lodata dagli Alleati, è oggetto di attacchi dai tempi di Giannini. E fino a La Russa. Gli eredi missini ascesi ai vertici della Repubblica hanno continuato a marciare nel solco di Almirante

Davide Conti  24/03/2024

«C’è una Roma del centro in cui apparentemente nulla è mutato. Una Roma dei quartieri popolari, da Trastevere all’Esquilino, in cui sono evidenti i segni della vitalità clandestina. E infine la Roma assurda delle borgate in cui fermenta uno spirito di ribellione simile a quello che s’era manifestato nelle Quattro Giornate napoletane». É dentro questa Roma del 1944 – descritta dallo storico e partigiano Roberto Battaglia – che il 23 marzo 1944 i Gruppi di Azione Patriottica del Partito comunista colpiscono i militari nazisti del III battaglione del Polizeiregiment Bozen in transito in Via Rasella. L’attacco provoca la morte di 33 soldati. Per vendetta i tedeschi e i fascisti italiani compiono, nella più assoluta e vigliacca segretezza, la strage delle Fosse Ardeatine.
La fuga della monarchia sabauda l’8 settembre 1943, la conseguente eclissi del potere politico-istituzionale e l’abbandono della popolazione civile al dominio nazista avevano lasciato Roma senza alcuna difesa. Furono i Gap a rappresentare la più agguerrita ed efficace leva di forza contro il terrore degli occupanti.

QUELLA DI VIA RASELLA è stata la più importante azione della Resistenza europea in una capitale occupata dai nazifascisti e meritò l’encomio dei Comandi Alleati che dal gennaio 1944 (dopo lo sbarco di Anzio-Nettuno) si avvalevano della guerriglia partigiana di Roma come strumento di attacco dietro le linee della Wehrmacht. Non fu certo la sola compiuta durante i nove mesi di lotta armata che attraversarono e segnarono il corpo della Capitale fino alla Liberazione del 4 giugno 1944. Centinaia erano stati gli attacchi in tutta la città, divisa dal Comitato di Liberazione Nazionale in otto zone operative, ad opera delle formazioni comuniste, socialiste, azioniste (che avevano costituito la Giunta Militare tripartita) e del gruppo «dissidente» (perché esterno al Cln) di Bandiera Rossa.

Il 10 marzo in Via Tomacelli, il Battaglione fascista «Onore e Combattimento» era stato sbaragliato con lancio di bombe a mano Brixia da un nutrito Gap guidato da Mario Fiorentini e Rosario Bentivegna. Nel 1950 il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, conferì a Bentivegna e Franco Calamandrei (comandante dei Gap «Sozzi» e «Garibaldi») la medaglia d’argento al valor militare per l’attacco di Via Rasella e molti altri gappisti vennero decorati dalla Repubblica per le tante azioni di guerriglia partigiana compiute a Roma: Lucia Ottobrini, Mario Fiorentini, Maria Teresa Regard, Ernesto Borghesi, Marisa Musu, Pasquale Balsamo, Carlo Salinari e la medaglia d’oro Carla Capponi. Questa è stata la storia di Roma nella primavera del 1944.

Tuttavia, già nell’immediato dopoguerra, si affacciarono le «memorie» antipartigiane e Via Rasella divenne il campo delle leggende: i manifesti tedeschi mai esistiti che avrebbero invitato i Gap a presentarsi per evitare il massacro delle Ardeatine; le teorie del complotto per cui il Pci avrebbe compiuto l’attacco per far fucilare antifascisti rivali prigionieri dei nazisti (alle Ardeatine vennero in realtà trucidati decine di militanti comunisti); l’inopportunità dell’azione che avrebbe rotto la (inesistente) pace di Roma (che aveva già subito la strage di Pietralata, le deportazioni di carabinieri e ebrei; le fucilazioni di Forte Bravetta; le torture di Via Tasso); l’inutilità dell’azione (e dunque della Resistenza in tutta Italia e in tutta Europa) visto che la città sarebbe stata comunque liberata dagli anglo-americani.

«COMINCIARONO I MONARCHICI, Guglielmo Giannini con il suo Uomo qualunque e Il Tempo di Angiolillo – scrive Bentivegna -, hanno proseguito filistei e fascisti di tutte le estrazioni». Era il 29 maggio 1979 e il gappista che accese la miccia della bomba in Via Rasella rispondeva per lettera ai suoi capi politico-militari dell’epoca, Giorgio Amendola e Antonello Trombadori, che lo invitavano a denunciare per vilipendio il segretario del Msi, Giorgio Almirante.

Gli eredi missini oggi ascesi ai massimi vertici della Repubblica antifascista hanno continuato a marciare nel solco del «padre». Il Presidente del Senato, appena un anno fa, definì Via Rasella «una pagina tutt’altro che nobile» attaccando i «partigiani rossi che non volevano un’Italia democratica ma il comunismo». Una «sgrammaticatura» – così Giorgia Meloni definì l’uscita di Ignazio Benito La Russa – in realtà figlia dell’identità anti-antifascista dell’estrema destra al governo.

«GLI INSULTI degli Almirante non mi hanno neppure sfiorato – continua Bentivegna – io, come voi del resto, a Via Rasella ci stavo allora e ci sono rimasto sempre». Perché la storia non si cancella neppure se a tentare di farlo sono le istituzioni. Così l’orgoglio della città, che con i suoi figli migliori seppe essere ribelle di fronte alla notte nazista, è ancora lucente in Via Rasella dove ancora oggi manca una targa in ricordo della dignità partigiana, ma dove ormai – concludeva Bentivegna – «siamo diventati tanti».

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