FERMARE L’INCENDIO CON LE ARMI DELLA POLITICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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FERMARE L’INCENDIO CON LE ARMI DELLA POLITICA da IL MANIFESTO

Fermare l’incendio con le armi della politica

Crisi ucraina. L’incubo di una nuova guerra in Europa si è materializzato nella notte fra il 23 e 24 febbraio. Gli spettri che si agitavano sull’Europa orientale hanno abbattuto il tabù della guerra e adesso le forze infernali liberate stanno realizzando la loro mietitura di distruzione e morte

Domenico Gallo  27.02.2022

L’incubo di una nuova guerra in Europa si è materializzato nella notte fra il 23 e 24 febbraio. Gli spettri che si agitavano sull’Europa orientale hanno abbattuto il tabù della guerra e adesso le forze infernali liberate stanno realizzando la loro mietitura di distruzione e morte. Noi siamo convinti che la guerra sia un male in sé stessa e che nessuna ragione politica può rendere questo male conveniente o giustificabile. Tanto più nel teatro dell’Ucraina dove l’esasperazione e la strumentalizzazione politica di opposti nazionalismi ha provocato già un conflitto doloroso che si è trascinato per otto anni senza soluzione.
Ogni giorno, ogni ora di guerra comportano sofferenze indicibili e rendono sempre più difficile la convivenza futura fra le popolazioni coinvolte nel conflitto. Per questo da ogni angolo d’Europa, da ogni quartiere, da ogni città, si deve levare concorde una sola voce: cessate il fuoco!

Deve essere ben chiaro che l’intervento militare della Russia contro l’Ucraina, non realizza un’azione legittima di difesa delle due Repubbliche del Donbass, ai sensi dell’art. 51 della Carta delle Nazioni unite, come preteso da Putin, ma costituisce una violazione del divieto dell’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, interdetta dall’art. 2, comma 4, della Carta dell’ONU. Quali che siano le controversie fra gli Stati e quali che siano le ragioni dell’uno o dell’altro, queste non possono essere risolte affidandosi al giudizio delle armi. L’azione della Russia costituisce un’ingiustificabile violazione del diritto internazionale, simile all’aggressione perpetrata dagli Stati Uniti contro l’Iraq il 20 marzo 2003, diretta ad abbattere il regime politico di quel paese e sostituirlo con un altro governo.

Sul piano formale le due violazioni si equivalgono ma non possiamo ignorarne la diversità delle motivazioni.
Nel primo caso gli Stati uniti sono stati spinti ad aggredire uno Stato distante diecimila chilometri dai loro confini col pretesto – palesemente falso – della presenza di armi di distruzione di massa; nel secondo caso la Russia ha agito con il pretesto di tutelare la sua sicurezza nei confronti dell’Ucraina, paese confinante che ambiva ad assicurarsi la protezione delle armi di distruzione di massa della Nato.

Adesso gli Stati uniti, il Regno Unito e l’Unione europea, si affannano a minacciare e applicare sanzioni sempre più dure nei confronti della Russia. A ben vedere Biden aveva minacciato delle sanzioni durissime per scoraggiare ogni intervento militare, ma non è servito a niente: l’arma delle sanzioni si è rivelata spuntata.

La Nato, in questo momento sta dimostrando tutta la sua impotenza, il tintinnio delle sciabole, non riesce a nascondere il suo fallimento come sistema capace di garantire la pace in Europa. Dobbiamo interrogarci come è stato possibile che il clima di distensione, di smilitarizzazione e di pacificazione in Europa, introdotto da Gorbaciov con l’abbattimento del muro di Berlino, il ritiro delle truppe dell’Unione sovietica dall’Europa orientale e lo scioglimento del patto di Varsavia, sia stato rovesciato nel suo contrario. La fine della guerra fredda è stata protervamente interpretata dalle Cancellerie occidentali come una vittoria che avrebbe consentito ai vincitori di umiliare perennemente i vinti, come fecero insensatamente le Potenze dell’Intesa nei confronti della Germania, uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.

Gli Stati Uniti hanno coinvolto l’Europa attraverso la camicia di forza dell’Alleanza atlantica, in una insensata politica di scontro con la Russia, che ha sostituito la cooperazione con l’emarginazione, il dialogo con l’intimidazione, col risultato di provocare una pericolosa rinascita dell’orgoglio nazionale russo. A questo disastro ci ha portato la pretesa di trasformare l’Ucraina nella lancia della Nato nel costato della Russia. Mettere il coltello alla gola di una grande potenza non è il modo migliore per assicurarsi la convivenza pacifica.

A questo punto non basta gridare pace, pace perché le armi si fermino, e le sanzioni non devono essere intese come uno strumento per continuare la guerra con altri mezzi. Al contrario la minaccia di sanzioni particolarmente umilianti rischia di gettare benzina sul fuoco, se non si affrontano i nodi politici reali. Occorre fermare la guerra subito e pensare ad una soluzione che ponga l’Ucraina in una condizione di neutralità, fuori dalla Nato e libera da ogni sudditanza verso la Russia, garantendo alle zone prevalentemente popolate da russi una effettiva autonomia. Questa è l’unica prospettiva realistica che noi invochiamo con voce alta per superare il fragore delle armi.

La guerra di Putin non azzera la politica

Crisi ucraina. I nazionalisti, si sa, vanno fra loro d’accordo fino a quando non iniziano a combattere fra loro

Francesco Strazzari  27.02.2022

Chi ha seguito il corso delle guerre che negli ultimi dieci anni si sono combattute in Siria, lungo la sanguinosa parabola che dalla militarizzazione dello scontro politico ha visto arrivare il Califfato, l’intervento russo e le invasioni turche, non si stupisce di vedere Putin agire in Ucraina ben oltre quanto potrebbe suggerire lo stretto calcolo razionale di costi e benefici.

Il leader russo ha costruito a lungo questo momento, perlomeno dal giorno in cui, diventato premier grazie a oscuri episodi, come prima mossa alzò la paga dei militari russi dispiegati all’estero, così che non avessero nulla da invidiare ai commilitoni occidentali. Putin da sempre agisce secondo principi di restaurazione dell’ordine politico, riflettendosi in modo sempre più spregiudicato nella gloria imperiale russa. Oggi i suoi blindati calpestano con disprezzo la Mala Rossia, inseguendo l’aspirazione a tornare Grande Potenza, status che l’impero zarista conquistò con il controllo delle coste del Mar Nero.

NON È FORSE UN CASO che l’invasione della nazione-sorella sia lanciata all’indomani del giorno che celebra i lavoratori delle agenzie di sicurezza dello stato. Una festa che di sovietico ha decisamente molto poco. L’appello del presidente ucraino Zelenski ai cittadini europei «con esperienza di guerra», l’ordine di difendere la patria casa per casa impartito al suo popolo, ci dicono quanto lontani ci troviamo – contrariamente a quanto ci si potrebbe forse aspettare da un popolo coeso e sicuro di sé – rispetto al fare di necessità virtù attraverso la prassi di una lotta di liberazione non-violenta che si appelli alla solidarietà internazionale.
Idea che pure ha avuto corso, in Ucraina, al tempo delle cosiddette rivoluzioni colorate. Al tempo l’obiettivo era il rovesciamento pacifico del potere attraverso un’ampia base di mobilitazione che si dimostrasse capace anche di contagio attraverso i confini: una rivolta che accendesse, con il proprio esempio, la scintilla anche nei paesi fratelli.

CERTO, GUARDANDO alla Russia di oggi, non è semplice manifestare il dissenso: chi mostra la bandiera ucraina all’università viene portato via dalla polizia. Tantomeno è facile scendere in strada, dopo che le forze speciali lo scorso anno hanno spazzato via l’intero movimento di protesta legato al leader oppositore Navalny.
Manifesta soprattutto l’intelligentsia, qualche figura prominente del mondo della cultura e delle arti. Eppure, tolta la Cecenia di Kadirov – che mette in mostra diecimila «volontari» per le operazioni speciali di Putin – è significativa nel paese l’assenza di manifestazioni di fervore nazionalista.

Il fatto che ci troviamo davanti a un crimine – l’invasione militare decisa da Putin – non azzera la politica. Riconoscere l’esistenza di un’aggressione non esaurisce gli schemi di lettura del reale, se si rifiuta la piatta idea che la politica internazionale, sia riducibile a «geopolitica», e si appiattisca alla capacità di «vendere la minaccia» o «vendere la vittima» alle opinioni pubbliche.
Da questo punto di vista, la storia recente è tutt’altro che priva di gravi abbagli. Ricordiamo, all’inizio delle guerre jugoslave, le voci radical-democratiche nostrane esibire con orgoglio l’uniforme croata, difendendo i cosiddetti combattenti per la libertà, quei campioni dei diritti umani che pochi anni dopo avremmo trovato alla sbarra per crimini di guerra davanti al Tribunale dell’Aia.

NESSUNO PUÒ DIRE se siamo all’inizio di un nuovo ciclo di guerra. Di certo sappiamo – e i lunghi anni di guerra in Siria ce l’hanno ricordato, che il protrarsi di un conflitto armato tende a coinvolgere un’intera regione, iniziando dai vicini.
Ci sono le masse di rifugiati, il «rafforzamento dei fianchi di difesa», c’è l’impatto economico, c’è uno slittamento nei toni e nelle rappresentazioni nel dibattito pubblico. Il fatto che la Polonia, stato membro dell’Alleanza Atlantica al pari dell’Italia, abbia rotto gli indugi ed esibito un proprio convoglio di munizioni per artiglieria passare il confine ucraino segnala una forma di interferenza che troverà Mosca ostile e con ogni probabilità impegnata a fermare in ogni modo. In una guerra protratta guidata da milizie paramilitari, non è irrealistico pensare che chi ha interesse per un’escalation orizzontale farà di tutto per creare incidenti e istigare punti di non ritorno, tanto sul piano domestico quanto su quello internazionale.

QUANTO DURERÀ, al di qua della nuova cortina di ferro, il compattamento politico che oggi vede sfumare drasticamente differenze che fino a ieri portavano i leader delle destre nostrane a competere per chi gonfiava più le vele davanti al vento sovranista, l’ideologia pret-a-porter che spira da Est, coniata dai burattinai di Putin?
E fino a quando i leader est-europei campioni di anti-liberalismo e anti-europeismo resteranno allineati con i leader europeisti? I nazionalisti, si sa, vanno fra loro d’accordo fino a quando non iniziano a farsi la guerra, combattendo sul corpo delle popolazioni.

L’IDEA DI UNA PACE LIBERALE, una pace separata fra democrazie, mantiene parte del suo appeal ideologico, quale argine davanti ad autocrati e arbitrio autoritario. Tuttavia, non sfugge a nessuno come la democrazia su scala globale attraversi un periodo di difficoltà, con significativi punti di arretramento a diverse latitudini.
Cosa rimane del pensiero liberale sulla guerra, quando si entra in una fase che per molti versi, tanto sul versante economico quanto su quello politico, presenta i tratti di era post-liberale? Forse nelle circostanze odierne vale la pena recuperare un filo della riflessione attorno al rapporto fra guerra e cambiamento sociale.

Se non a rileggere le tesi di Zimmerwald, la guerra in Ucraina può offrire l’occasione per interrogarsi sul significato e la possibilità dell’internazionalismo oggi. Nella sua semplicità, il discorso di condanna di ogni nostalgia imperiale pronunciato dall’ambasciatore del Kenya alle Nazioni Unite qualche giorno fa, può fornire un punto di partenza lontano dalle nostre ossessioni per geopolitica e ossessioni identitarie nazionali.

Russia-Ucraina, gli Emirati si astengono all’Onu e deludono Biden

Golfo. Le monarchie sunnite, come Israele, non intendono attaccare frontalmente Putin divenuto da alcuni anni un giocatore importante sullo scacchiere mediorientale

Michele Giorgio  27.02.2022

Ha colto non pochi di sorpresa la decisione degli Emirati di unirsi venerdì a Cina e India nell’astensione sulla risoluzione dell’Onu – sponsorizzata da Usa e Albania e bloccata dal veto di Mosca – di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. «Gli Emirati arabi uniti ribadiscono il loro impegno per l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza di tutti gli Stati membri. Chiediamo un’immediata riduzione dell’escalation e la cessazione delle ostilità», si è limitata a dichiarare l’ambasciatrice Lana Nusseibeh senza nominare la Russia e indicare l’Ucraina come vittima. Al Palazzo di Vetro, Abu Dhabi ha confermato la politica estera spregiudicata che porta avanti da qualche anno. Da fedele alleata di Washington, dell’Occidente e dal 2020 anche di Israele, non teme a tenere mezza aperta la porta all’Iran e alla Siria di Bashar Assad contro la posizione dei cugini sauditi. E ora dialoga la Russia nel momento in cui è bersaglio di condanne e sanzioni per l’attacco a Kiev.

Il giorno prima dell’inizio dell’offensiva russa, il ministro degli esteri emiratino, Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo russo Sergei Lavrov. Al termine ha diffuso un comunicato in cui si sottolinea soltanto l’intento di «migliorare le prospettive della cooperazione tra Emirati e Russia in vari campi». Abu Dhabi come Mosca fa parte del gruppo di paesi produttori di petrolio OPEC+ che si riunirà virtualmente mercoledì per discutere la futura politica di produzione. E l’appuntamento potrebbe essere al centro del nuovo incontro tra i due paesi previsto domani. Meno di un mese fa l’Amministrazione Usa aveva inviato una nave e sistemi missilistici a difendere gli Emirati finiti sotto attacco di droni e razzi dei ribelli yemeniti Houthi. Biden in quell’occasione che aveva proclamato che «l’America non abbandona gli amici» in Medio oriente. Ma le monarchie sunnite, inclusa l’Arabia saudita, se da un lato restano fedeli a Washington dall’altro non vogliono farsi legare troppo le mani. D’altronde anche Israele, l’alleato principale degli Stati uniti nella regione, ha adottato una linea di cauto sostegno a Kiev senza attaccare frontalmente Putin.

Giornali e analisti arabi da tre giorni si affannano a difendere l’Ucraina sotto attacco o, al contrario, a criticare gli Usa, la Nato e a ricordare le ragioni che hanno portato Putin a scegliere la via della guerra. Ne sono un esempio le pagine di giornali come l’emiratino e filo-occidentale Al Khaleej, il libanese Al Akhbar vicino a Siria e Iran e Raya al Youm diretto da un noto giornalista anti-Usa, Abdel Bari Atwan. Tutti comunque concordano che il Cremlino è diventato un attore chiave in Medio oriente a danno della Casa Bianca. E re e leader arabi non vogliono andare contro la rinnovata superpotenza russa. Nel 2015, un anno dopo l’annessione della Crimea, Putin è intervenuto in Siria a sostegno del presidente Bashar Assad lanciando un messaggio chiaro ad arabi e agli Usa. Assad due giorni fa ha ricambiato descrivendo l’attacco all’Ucraina «una correzione della storia». Mosca scendendo in campo in Siria ha infranto l’esclusività dell’America nella gestione delle crisi regionali e creato le condizioni per un nuovo equilibrio di potere di cui i paesi mediorientali non possono non tener conto. «Dover accettare l’invasione russa di un altro paese indipendentemente dalle circostanze è preoccupante», ha scritto due giorni fa l’editorialista Ibrahim al Amin su Al Akhbar. «Tuttavia – ha aggiunto – possiamo rallegrarci per la direzione che hanno preso gli equilibri globali. Quello che ha fatto Putin vuol dire che oggi esistono di nuovo due campi: Est e Ovest».

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