ECONOMIA NON È AVIDITÀ e AFFARISMO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ECONOMIA NON È AVIDITÀ e AFFARISMO da IL MANIFESTO

Economia non è avidità e affarismo

Libri. Una riflessione a partire da Aristotele, che usava il termine «oikonomia» per intendere l’arte di vivere, per denunciare il saccheggio delle risorse da parte di pochi che impoverisce la natura, le persone e le relazioni

Vandana Shiva  17.03.2022

Aristotele usava il termine oikonomia, economia, per intendere l’arte di vivere. La parola economia deriva infatti da due parole greche: òikos, che significa casa, e nómos, che significa ordine, sistema, legge, schema, gestione, contabilità.

IN QUANTO ARTE di vivere, l’economia è continuità con i processi e i flussi vitali della natura e della società. L’economia si fonda sul riconoscimento e il rispetto dei limiti ecologici della natura e dei diritti di tutti gli esseri umani. Le economie vive supportano l’infrastruttura della vita a favore della natura e della società. Aristotele distingueva oikonomia da crematistica, l’arte di far soldi e accumulare denaro basata sull’estrazione illimitata di risorse dalla natura e sulla sottrazione della ricchezza creata da contadini, lavoratori e donne.

PER ARISTOTELE, DUNQUE, l’accumulazione del denaro è in sé un’attività innaturale che disumanizza coloro che la praticano. Le economie reali, che supportano i mezzi di sussistenza delle persone, implicano lo scambio diretto tra produttori e utenti a condizioni eque all’interno di una comunità. Ma quando il commercio diventa fine a sé stesso e motore dei sistemi produttivi, porta all’estrazione di valore e allo sfruttamento e della Terra e della società.

QUANDO LA CREMATISTICA sostituisce l’oikonomia, l’avidità sostituisce la cura, l’abilità di sottrarre e persino di rubare sostituisce l’arte del dare. La natura si impoverisce. Le persone si impoveriscono. La crematistica guidata dall’avidità ha reso l’umanità cieca alle economie della vita e alle economie che creano, sostengono e rigenerano l’infrastruttura della vita stessa. La natura possiede una propria economia di crescita e rinnovamento della vita. Nel corso dei millenni le persone si sono mantenute attraverso diverse economie di sostentamento a favore del bene comune. Tuttavia, negli ultimi secoli, il colonialismo ha ridotto l’economia all’avidità e al guadagno. L’economia della natura e delle persone è diventata invisibile ed è stata distrutta.

RIVENDICARE L’ECONOMIA COME ARTE di vivere è un imperativo non solo per il futuro dell’umanità ma per tutta la vita sulla Terra. L’economia dominante gestita da e per l’1% è stata ridotta a crematistica, al guadagno per mezzo di una macchina per far soldi. Peggio ancora, questa costruzione ristretta di economia intesa come estrattivismo, commercio, mercificazione, che ignora l’economia della natura e le economie di sostentamento delle persone, e distrugge la vera ricchezza della natura e della società, è stata elevata al rango di nuova religione.

IL MONDO CHE L’1% STA CREANDO è un mondo senza vita, basato sull’estinzione e lo sterminio dell’oikonomia, l’arte di vivere. Al tempo stesso dissipa il significato autentico di ricchezza, che è benessere e felicità, non denaro. E anche il denaro sta perdendo la propria matrice di scambio: esso, infatti, non è finanza, sicuramente non è finanza digitale che consente ai miliardari di fare soldi con i soldi, colonizzando le economie locali auto-organizzate.

IL COVID-19 STA FACENDO CRESCERE la sete di denaro tra i seguaci della crematistica. Tra gli esseri umani comuni si avverte invece sempre più urgente il bisogno di riscoprire l’oikonomia come arte perduta del vivere. Un’economia che sia arte dell’accudimento, della condivisione e del creare abbondanza per soddisfare i bisogni fondamentali di tutti proteggendo la nostra casa comune. Non a caso tanto ecologia, quanto economia derivano da òikos.

… L’ECONOMIA, CHE E’ SEMPRE PARTE della società, è stata posta al di fuori e al di sopra di essa. I valori etici, culturali, spirituali di cura e cooperazione sono stati soppiantati dalla logica estrattiva del mercato globale che ricerca il solo profitto. Tutti i valori che nascono dal nostro essere interdipendenti, diversi e complessi – a partire dalla cooperazione – sono stati scalzati o distrutti.

QUANDO LA REALTA’ E’ SOSTITUITA da costruzioni astratte create dai poteri dominanti, la manipolazione della natura e della società a fine del profitto e del potere ha vita facile. Il benessere delle persone reali e delle società reali è sostituito dal benessere delle multinazionali. La produzione reale delle economie della natura e della società è sostituita dalla costruzione astratta del capitale. Il reale, il concreto, il vivificante lascia il posto alle valute costruite a tavolino, ai fertilizzanti artificiali, al cibo artificiale, all’intelligenza artificiale… La macchina per far soldi a cui è stata ridotta la nostra economia è indifferente al valore vitale della natura e della società, perché si basa su una visione meccanica del mondo, cieca alla creatività della natura e delle persone. È una macchina lineare e violenta: estrae risorse, minerali, fertilità dal suolo, dall’acqua, dalla terra. Ruba i geni dalle sementi e dalle forme di vita.

OGGI SI PARLA DI «ESTRARRE DATI» dalle nostre fattorie, dalle nostre relazioni, dai nostri cervelli, dai nostri corpi, dalle nostre vite. Trasforma ogni bene comune in merce, da vendere a scopo di lucro. Ed è attraverso la continua recinzione dei beni comuni che si dà vita a una «crescita» misurata sul guadagno, non sul benessere e sulla felicità.

LA MACCHINA PER FAR SOLDI DIVORA risorse reali e le trasforma in merci per il commercio o in rifiuti da buttare: natura immondizia, persone immondizia. La macchina per far soldi si sostiene sulla recinzione delle terre comuni e sulla loro conversione in proprietà privata a fini commerciali. Per questa macchina da soldi il commercio e il profitto vengono prima di ogni altra cosa: la natura e le persone sono un ostacolo che deve essere rimosso. La macchina soppianta e distrugge la creatività, la produzione e le economie locali, sottomettendo tutte le economie al commercio globale controllato dall’1%. La macchina per far soldi ha bisogno della globalizzazione sotto forma di regole commerciali da imporre al mondo…

PER QUANTO DATATI, I MODELLI di colonizzazione ci aiutano a vedere come i multimiliardari di oggi usino nuovi strumenti per colonizzare la natura e la società, estrarre e appropriarsi della ricchezza di entrambe e rivendicarla come una loro creazione e innovazione.

L’ECONOMIA LINEARE SI BASA sull’estrazione illimitata, sulla mercificazione, sui profitti e sulla creazione di rifiuti e inquinamento tramite la rottura dei cicli naturali di rinnovamento. Non c’è spazio per prendersi cura della natura e della comunità. Non esiste l’etica del dare. La natura e la società si impoveriscono per l’estrazione di minerali, o l’estrazione di sapere tramite la biopirateria, o l’estrazione di geni con il genetic mining, o l’estrazione di dati personali con il data mining, o l’estrazione di rendite e royalties sulle sementi, l’acqua, la comunicazione, l’istruzione e la sanità privata. Si creano povertà, debito e sradicamento. Si creano rifiuti – rifiuti come inquinamento, risorse buttate, persone scartate, vite eliminate. Si crea un mondo senza lavoro, ma si immagina che le persone senza lavoro saranno tutte «consumatrici» di cibo spazzatura, vestiti spazzatura e comunicazione spazzatura. È questa la macchina dei soldi estrattiva che ha portato all’avvento dell’1% e all’usa e getta del 99%.

Brano estratto dal libro di Vandana Shiva «Dall’avidità alla cura. La rivoluzione

 

Amazzonia, la foresta rischia l’estinzione

Le immagini satellitari mostrano che negli ultimi 30 anni la foresta amazzonica ha perso il 75% della sua stabilità. A un passo dal non ritorno

Serena Tarabini  17.03.2022

Il fatto che la foresta amazzonica sia in drammatico declino non rappresenta una novità; da tempo inoltre simulazioni eseguite al computer mostrano la prossimità di un degrado consistente della sua biomassa. Ma da studi più dettagliati sta emergendo un rischio ancora più concreto e ravvicinato. Un capolinea da cui non sarà più possibile tornare indietro.

È quanto emerge da un’analisi condotta su immagini satellitari raccolte nell’arco di 30 anni, che dimostra come, a partire dall’inizio del secondo millennio la foresta amazzonica abbia perso il 75 % della sua stabilità, con forti ripercussioni sulla possibilità di riprendersi dai fattori di stress. In altre parole, l’Amazzonia sta per perdere completamente la capacità di conservarsi in quanto foresta. Un trend del genere, se non interrotto, porterebbe l’Amazzonia a cambiare la sua identità naturale, trasformandosi in pochi anni in qualcosa di simile a una prateria, con tutte le conseguenze del caso sul ciclo globale del carbonio, e quindi sul surriscaldamento terrestre. Un processo catastrofico che gli scienziati non sono ancora in grado di prevedere quando potrebbe avere inizio, ma che una volta innescato, sarà irreversibile.

LO STUDIO, A CURA DI TRE RICERCATORI dell’Università di Exter, nel regno Unito, è stato pubblicato il 7 marzo sulla rivista Nature Climate Change, ed il messaggio è chiaro fin dal titolo. «Consistente perdita di resilienza dell’Amazzonia dagli anni 2000». Gli studiosi, fra i quali spicca l’esperto di Modellistica dei sistemi Terrestri Niklas Boers, hanno scelto di analizzare quella parte di foresta amazzonica che meno mostra segnali di sofferenza, ovvero quella ove la frazione di latifoglie sempreverdi, le più efficienti in termini fotosintetici, è superiore all’80%. Si tratta di uno studio prezioso anche perché va oltre le apparenze, ricercando i segnali premonitori di profondi cambiamenti in corso internamente. Difatti la ricerca parte dal presupposto che lo stato generale di un sistema non è rappresentativo della sua capacità effettiva di riprendersi da uno stress o a un trauma, ma che servano indicatori che rispondano in modo più sensibile a fattori destabilizzanti. Ecco quindi che si è andati ad analizzare i tempi di risposta alle perturbazioni di breve termine, ad esempio le variazioni metereologiche, scoprendo che i tempi di reazione della foresta sono sempre più lunghi. Una perdita di resilienza che riflette l’indebolimento di quei meccanismi a feed back negativo, stabilizzanti, che devono contrastare quelli a feedback positivo, destabilizzanti, la cui origine, come è già ampiamente dimostrato, risiede principalmente negli incendi e nella deforestazione; siano questi fattori dovuti all’intervento umano diretto o alla siccità generale, l’effetto finale è la diminuzione della traspirazione fogliare e quindi dell’umidità, con conseguente riduzione delle precipitazioni e della vitalità delle foreste.

NON È UN PROBABILMENTE UN CASO che, come evidenziato sempre nello stesso studio, la resilienza amazzonica si stia indebolendo più rapidamente in quelle parti della foresta pluviale più a contatto con l’attività umana. In questo caso si crea un circolo vizioso: gli alberi sono fondamentali per il ciclo dell’acqua, quindi il loro abbattimento allo scopo di creare pascoli e piantagioni di soia asciuga l’ambiente, determinando una condizione di maggiore aridità che a sua volta provoca la perdita di altri alberi, e così via, fino a quando la situazione è talmente compromessa che il degrado accelera e non può più essere fermato: si tratta del cosiddetto punto di svolta. Questo si intende con meccanismo di feedback positivo, che di positivo in termini valoriali non ha nulla.

I meccanismi di feedback positivo e i punti di svolta sono l’incubo degli studiosi del clima, poiché sono irreversibili su scale temporali umane, e proprio in questi ultimissimi anni se ne sono presentati diversi.

NEL 2021, LA STESSA TECNICA STATISTICA utilizzata sull’Amazzonia ha rivelato i segnali premonitori del crollo della Corrente del Golfo e di altre principali correnti atlantiche, ovvero una quasi completa perdita di stabilità avvenuta nel corso nell’ultimo secolo. L’arresto di queste correnti avrebbe conseguenze catastrofiche in tutto il mondo, interrompendo le piogge monsoniche e mettendo in pericolo le calotte glaciali artiche e antartiche. Un altro studio pubblicato sempre nel 2021ha mostrato che anche una parte significativa della calotta glaciale della Groenlandia è vicina un punto di non ritorno: i dati relativi allo spessore del ghiaccio misurato in un arco di 140 anni preludono a una possibile ondata di scioglimento che riducendo l’altezza della calotta glaciale, la espone all’aria più calda che si trova a quote più basse, provocando un ulteriore scioglimento: al momento è molto probabilmente già destinato a sciogliersi una quantità di ghiaccio che porterebbe a un innalzamento del livello del mare di 1-2 metri.

L’ULTIMO RAPPORTO DELL’IPCC reso pubblico alcuni giorni fa ha puntato l’attenzione proprio su questo: il fatto che singoli eventi localizzati sono più che mai vicini a produrre effetti su larga scala.

Fra questi, il processo che riguarda l’Amazzonia secondo Boers è uno di quelli che sta avvenendo più velocemente. E la perdita definitiva di resilienza avrebbe effetti drammatici: «Osservare una tale perdita è preoccupante. La foresta pluviale amazzonica immagazzina enormi quantità di carbonio che potrebbero essere rilasciate in caso di morte anche parziale».

I dati mostrano anche che il punto di svolta non è ancora stato raggiunto, quindi, a detta dei ricercatori stessi, c’è ancora speranza. «La riduzione della deforestazione», concludono, «è ancora più cruciale, in quanto non serve solo a proteggere le parti della foresta direttamente minacciate, ma anche per conservare la preziosa resilienza della foresta pluviale amazzonica nel suo complesso».

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