DOPO L’AJA. IL NESSO SPEZZATO TRA UNICITÀ E IMPUTABILITÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DOPO L’AJA. IL NESSO SPEZZATO TRA UNICITÀ E IMPUTABILITÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO

Dopo l’Aja. Il nesso spezzato tra unicità e imputabilità

ISRAELE/PALESTINA. Raramente è dato assistere a momenti che definiscono la storia. I 45 minuti di lettura delle determinazioni della Corte internazionale dell’Aja sull’accusa di genocidio portata dal Sudafrica nei confronti di […]

Roberta De Monticelli  28/01/2024

Raramente è dato assistere a momenti che definiscono la storia. I 45 minuti di lettura delle determinazioni della Corte internazionale dell’Aja sull’accusa di genocidio portata dal Sudafrica nei confronti di Israele lo sono.

Sotto gli occhi dell’umanità intera, in diretta, la Corte del mondo ha ridefinito, riaffermandolo, il senso del «mai più» da cui era nata. La sentenza ha spezzato per la prima volta il nesso fra l’unicità della Shoah e l’eccezionalismo di Israele, quale finora si era manifestato: come scudo contro l’imputabilità di tutte le violazioni legate all’occupazione dei territori palestinesi, e come immunità e impunità rispetto alle norme del Diritto internazionale. Edward Said aveva spesso parlato della difficoltà che abbiamo a riconoscere l’esistenza di «vittime delle Vittime» – per antonomasia. Raz Segal, docente di Studi sull’olocausto e il genocidio, aveva affermato che proprio questo nesso assicurava a Israele una sorta di «impunità nativa». Questo nesso è spezzato. Possiamo riconoscere l’unicità di quel genocidio, senza dover ammettere che lo stato ebraico di Israele non sia imputabile di crimini contro l’umanità, incluso quello di genocidio. Questo tabù è tolto.

Perché qualunque sia l’efficacia degli obblighi imposti oggi dalla Corte a Israele, restano due fatti che nessuno al mondo potrà più negare: che la Corte ha rigettato esplicitamente la richiesta israeliana di archiviazione dell’accusa di genocidio nei confronti dei palestinesi (e implicitamente rifiutato il Dipartimento di Stato americano che aveva dichiarato infondata l’accusa sudafricana). E che l’accusa è stata dichiarata non infondata, ovvero «plausibile». Cioè, Israele si trova in effetti a processo di fronte all’umanità per difendersi dall’accusa di genocidio, qualunque possa essere poi la sentenza definitiva.

Può stupire o no che Netanyahu abbia messo sullo stesso piano la Corte e Hamas, con la sua frase «nessuno ci fermerà, né l’Aja né l’asse del male». Che risponde a una lunga tradizione di pronunciamenti ostili a qualunque vincolo giuridico posto sulla sovranità israeliana: fu ad esempio già Ben Gurion ad affermare che i confini dello stato di Israele non sarebbe stato l’Onu a deciderli.

Questa volta però le cose sono molto diverse: non si tratta di eventi politici, come le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu o una raccomandazione dell’Assemblea generale. Per la prima volta gli obblighi cui il diritto internazionale assoggetta Israele sono vincolanti. Naturalmente non è la Corte che può renderli anche efficaci. Ma la Corte impegna tutti cioè tutti noi, popoli degli stati che ne riconoscono la giurisdizione, ad agire per renderli efficaci, oppure a disconoscere davanti al mondo i vincoli legali e morali che noi stessi ci siamo dati. Sopprimendo così di fatto la supremazia del diritto internazionale sull’arbitrio degli stati nazionali, e tornando ad accettare in pieno la selva geopolitica e la barbarie delle sue guerre. In questo senso, sì, «di questa sentenza ci si ricorderà per generazioni», come Netanyahu ha anche affermato. Non però perché sia «vergognosa», ma perché ha sancito la responsabilità che tutti noi avremo se lasceremo che gli obblighi siano disattesi.

Infine, si può sentire o no come dolorosa la spettacolare quasi-coincidenza temporale fra la sentenza e il Giorno della Memoria. Eppure non ha ragione di dolersi chi vede in questo accidente della storia la liberazione da un tabù che – come tutti i tabù – gettava un’ombra buia, arcaica, «politica» nel senso peggiore di identitaria, «o con noi o contro di noi», sulla purezza, universalità e sacralità della memoria dello sterminio dell’umanità tutta, che nel corpo degli ebrei fu compiuta. Memoria e monito per tutti, come le parole di Primo Levi, che tanto stranamente qualcuno ha voluto appropriare a una parte soltanto («cercatevi citazioni altrove»: Noemi Di Segni). Eccole: «Se comprendere è impossibile conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

L’Aja su Israele: il diritto che vince sulla violenza

 DOMENICO GALLO  28 GENNAIO 2024

Nell’eterna lotta fra violenza e diritto, l’ordinanza pronunciata il 26.01 dalla Corte internazionale di giustizia segna un punto di svolta. Il premier israeliano Netanyahu ha detto che la decisione della Corte di voler discutere e giudicare l’accusa di genocidio contro Israele è “una vergogna di cui ci si ricorderà per generazioni”. Netanyahu ha ragione sul fatto che ci troviamo in presenza di “una vergogna di cui ci si ricorderà per generazioni”. Ma la vergogna, anzi lo scandalo non sta nelle parole del diritto pronunziate dalla Corte, bensì in quelle condotte dello Stato di Israele che hanno fatto intravedere al massimo organo di giustizia delle Nazioni Unite il rischio di un genocidio nei confronti della popolazione di Gaza.

Quando il 9 marzo 1950 Israele ha ratificato la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, mai avrebbe potuto immaginare che, in virtù dell’articolo 9, sarebbe stato chiamato dinanzi alla Corte di giustizia internazionale per difendersi proprio dall’accusa di genocidio. Aver subito il genocidio in passato non attribuisce una patente di immunità per il futuro con riguardo a quegli atti di barbarie che l’umanità ha solennemente ripudiato bollandoli come crimine. Eppure oggi lo Stato d’Israele agisce come se non dovesse rispondere delle sue condotte e si indigna se viene trascinato in giudizio. A ciò indubbiamente ha contribuito l’impunità che la Comunità internazionale ha assicurato alle politiche di oppressione dei palestinesi e il fatto che Israele ha potuto violare molte risoluzioni Onu e Convenzioni internazionali sui diritti umani senza subire conseguenza alcuna.

Confidando nella sua soverchiante forza militare e nella protezione degli Stati Uniti, Israele ha rotto tutti i lacci e lacciuoli con cui il diritto cerca di imbrigliare e governare la forza. Nel conflitto fra la violenza e il diritto, in Medioriente è sempre la violenza che prevale. Ma questa volta l’intervento della Corte di giustizia segna un punto a favore del diritto perché, per la prima volta, Israele viene chiamato a rispondere dell’uso della forza in violazione dei diritti umani. Per questo la pronuncia della Corte ha un valore storico. Sia perché ha riconosciuto ai palestinesi la dignità di “gruppo nazionale”, sia perché ha ritenuto plausibile l’ipotesi del genocidio, tanto da emettere provvedimenti volti a prevenire e a scongiurarne il rischio.

Potrebbe sembrare deludente il fatto che la Corte non abbia emesso un ordine secco di cessate il fuoco. Però, se si leggono bene le misure imposte a Israele, si comprende che queste non possono essere adempiute se non cessando il fuoco. La Corte ha imposto a Israele di “adottare tutte le misure in suo potere per impedire la commissione di tutti gli atti che rientrano nel campo di applicazione dell’articolo II di tale Convenzione, in particolare: a) l’uccisione di membri del gruppo; b) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; c) infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita tali da provocarne la distruzione fisica totale o parziale…

In pratica la Corte ha vietato a Israele di continuare a uccidere i palestinesi, a causare loro gravi danni fisici e mentali, o a privarli dei beni essenziali per la vita: senza uccidere nessuno è impossibile continuare una guerra. La Corte ha statuito che “lo Stato di Israele deve adottare misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e di assistenza umanitaria urgentemente necessari per affrontare le condizioni di vita avverse dei palestinesi nella Striscia di Gaza” e ha ordinato a Israele di garantire la conservazione delle prove degli atti che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione. Israele inoltre dovrà prevenire e punire l’incitamento diretto a commettere atti di genocidio. Indirettamente la Corte ha delegittimato tutte le dichiarazioni dei vertici politici israeliani che promettevano fuoco e fiamme contro la popolazione di Gaza.

Per evitare che le sue parole di giustizia cadano nel vuoto, la Corte ha ordinato a Israele di riferire ogni 30 giorni sull’implementazione di tali misure. Ed è proprio sull’implementazione di queste misure che si apre una partita politica di rilievo. L’eventuale, se non quasi certo, inadempimento da parte di Israele mette in discussione le politiche di sostegno politico, militare ed economico dall’Italia e da gran parte dei Paesi occidentali. L’ordinanza della Corte di giustizia vincola direttamente Israele, ma indirettamente anche tutti gli altri Stati aderenti alla Convenzione che hanno l’obbligo di prevenire atti di genocidio da chiunque commessi. In questo caso il pericolo di atti di genocidio è stato chiaramente indicato e le misure per prevenire quegli atti sono state specificamente individuate: nessuno può ignorarle a pena di complicità.

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