CORTEI PER GAZA A PISA, FIRENZE, ROMA, MILANO E TORINO da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CORTEI PER GAZA A PISA, FIRENZE, ROMA, MILANO E TORINO da IL MANIFESTO e IL FATTO

A Pisa e a Firenze in piazza contro bombe e manganelli

DIRITTO DI PROTESTA. In migliaia sono tornati a ribadire quello che la scorsa settimana la repressione ha provato a zittire: Palestina libera dalla mattanza

Riccardo Chiari, Nilo Di Modica, FIRENZE, PISA  03/03/2024

«Free free Palestine». Il coro si alza potente, avvolge un corteo di migliaia di persone, rimbalza sugli splendidi palazzi del lungarno. Ci sono le ragazze e i ragazzi dei collettivi studenteschi davanti e un bel pezzo di Pisa dietro. È una «presa della città» che sa di riscatto, dopo le manganellate alzo zero dei celerini una settimana fa in via San Frediano. In testa al corteo un grande striscione «Pisa in piazza contro bombe e manganelli», tenuto da minorenni e appena maggiorenni. «Siamo qui per ribadire i temi che portavamo in piazza quel giorno – spiega Margherita – stop al genocidio, cessare il fuoco, Palestina libera dalla guerra e da una vera e propria mattanza portata avanti dal governo israeliano e dai tanti che gli danno supporto, fra cui anche l’Italia. Ora ci aggiungiamo basta con la repressione e la violenza contro chi manifesta pacificamente nelle piazze».

È IL NEONATO COORDINAMENTO cittadino degli Studenti medi a tenere la testa di una manifestazione di più di 6mila persone di ogni età, con una robusta rappresentanza di prof e docenti universitari. «Era necessario fare rete, anche per fronteggiare tutti insieme le strumentalizzazioni», raccontano alcuni dei ragazzi che il giorno delle manganellate (il 23 febbraio) sono finiti al pronto soccorso.

Fare rete anche per non trascurare la realtà quotidiana che si vive nelle scuole: «Non siamo qui per fare le vittime – dice Emma al megafono – anche se ci sono stati nostri coetanei picchiati, gettati a terra e ammanettati, la cui unica colpa era solidarizzare con chi, dall’altra parte del Mediterraneo, si vede negato il diritto alla vita. Vogliamo anche denunciare che ci stanno disintegrando l’istruzione, cercando di cancellare lo spirito critico che invece deve essere una parte essenziale del nostro percorso scolastico».

Dal furgone che accompagna la manifestazione parte una colonna sonora fatta di Punk Islam ed Emilia Paranoica, mentre il corteo, inizialmente sotto la pioggia, compie un percorso di circa tre chilometri nel centro cittadino toccando Palazzo Gambacorti dove ha sede il comune, la Questura e la Prefettura, prima di finire in quella piazza dei Cavalieri diventata quel giorno, chissà perché, zona rossa invalicabile. A vigilare a distanza, con una presenza molto più discreta di quanto accada di solito, ci sono le forze dell’ordine, per lo più in borghese.

Vigila anche la Curva Nord pisana, che di fatto costituisce il servizio d’ordine di una manifestazione a cui tante e tanti partecipano per la prima volta: «Non siamo abituati a manifestare – raccontano due universitari – ma questa volta non potevamo non esserci, perché i nostri coetanei che quel venerdì manifestavano lo facevano per ragioni molto serie, ed hanno subito delle violenze allucinanti».

IN MEZZO AL CORTEO tanti striscioni, spiccano «Pisa non ha paura» e «Fuori la guerra dalla storia». Poi tante bandiere della Palestina e color arcobaleno. «Nella piattaforma di questa manifestazione – non dimentica il consigliere comunale della Sinistra alternativa, Ciccio Auletta – ci sono le dimissioni del questore, del deputato e consigliere comunale leghista Ziello, e del ministro Piantedosi, per le chiare responsabilità politiche per le violenze ingiustificabili e gravissime da parte delle forze dell’ordine e per le offese alla verità su quello che è accaduto fatte ripetutamente da Ziello». Poco distante da Auletta, si vede sfilare anche il presidente provinciale, il dem Massimiliano Angori.

A Firenze sono molti meno in corteo, comunque quasi un migliaio di persone si ritrova al tramonto a 50 metri dal consolato Usa, lì dove sono volate le manganellate nella stessa mattina delle violenze pisane. Un gruppo di giovanissimi regge lo striscione «Stop genocide, cease fire». Fra loro Soell, Ghada e Giulia dei collettivi dei licei Machiavelli Capponi e Agnoletti: «Non possiamo stare in silenzio di fronte a quello che stiamo vedendo da mesi – spiegano – a scuola ci insegnano fin da piccoli che le guerre non devono essere mai fatte. Invece i potenti del pianeta stanno facendo sempre gli stessi errori».

COSÌ COME A PISA, ai cori «Free Palestine» si aggiungono quelli «Israel terrorist» e «Usa terrorist» ripetuti più volte dai partecipanti, fra i quali insieme agli studenti e alle studentesse non mancano tante e tanti della comunità palestinese e di quella islamica cittadina e il sindacato di base Si Cobas. Ma anche questa manifestazione si svolge senza problemi di alcun genere, con le forze dell’ordine che sorvegliano a distanza il corteo che, dopo un lungo sit in davanti al consolato, inizia poi a muoversi dal lungarno Vespucci in direzione dello storico quartiere di San Frediano, l’Oltrarno fiorentino, per chiudere il suo percorso in piazza Santo Spirito quando si è fatta ora di cena.

Cortei per Gaza a Roma, Milano e Torino

LE PIAZZE. Attacchi a Meloni e Netanyahu. Nella capitale cartello su Liliana Segre

Redazione  03/03/2024

Cortei a favore della Palestina si sono tenuti ieri in diverse città italiane. A Roma, chiamate dalla Comunità palestinese in Italia, Cambiare Rotta, Unione Popolare, Rifondazione Comunista e alcune sigle anarchiche, 1.500 persone si sono date appuntamento in piazza Vittorio per dirigersi poi verso piazzale Tiburtino. I manifestanti hanno esposto foto di Benjamin Netanyahu e Giorgia Meloni imbrattate con impronte di mani rosse, a simboleggiare «il sangue dei palestinesi», mentre un manifestante alzava un cartello con scritto: «Liliana Segre, io ti stimo ma non sento la tua voce sulle stragi di Gaza». Su un altro cartello era invece scritto: «Avete superato i nazisti. Fosse Ardeatine: 10 per ogni uccisi a via Rasella. Gaza: 25 per ogni ucciso il 7 ottobre».

Durante il tragitto del corteo, aperto da uno striscione con la scritta «Palestina libera», alcuni manifestanti si sono stesi a terra mentre dagli altoparlanti usciva il suono delle esplosioni e missili a rappresentare i bombardamenti. «Joe Biden assassino», «Meloni assassina» sono invece alcuni degli slogan urlati dai manifestanti che sfilati in corteo a Milano. Passando a pochi metri dal consolato Usa, in via Principe Amedeo, dal megafono una ragazza ha incitato la folla urlando: «Ricordiamo a questi americani chi sono i criminali: Israele». Quindi si è alzato un coro: «Israele criminale, Palestina immortale».

Circa un migliaio di persone si sono ritrovate invece in piazza Castello, nel centro di Torino, per una manifestazione pro Palestina organizzata dal coordinamento «Torino per Gaza». Al presidio hanno partecipato anche centri sociali, Scuola per la Pace, Si Cobas e altre sigle di associazioni. «Siamo qui – hanno detto gli organizzatori – in solidarietà con la resistenza palestinese che va sostenuta. A Gaza si lotta ogni giorno per la sopravvivenza. Non dimentichiamo che il Comune di Torino è gemellata con Gaza».
Corteo anche che a Milano si è concluso in piazza Duca D’Aosta e al quale hanno partecipato 1.500 persone. Sfilando per la città da piazza San Babila gli attivisti hanno acceso alcuni fumogeni e ripetuto slogan come «Israele via via, Palestina terra mia». Prima della partenza, i manifestanti si sono raccolti in un minuto di silenzio per commemorare i morti del «massacro della farina», che ha visto «150 uccisi e più di mille feriti. Che colpa avevano?», hanno domandato.

Manganelli e zone rosse: i diritti stanno morendo

 

FRANCESCOMARIA TEDESCO  3 MARZO 2024

Il dibattito pubblico italiano è sfilacciato, venato continuamente dalle note del sentimentalismo kitsch e del sensazionalismo.

Prendiamo la vicenda delle cariche della polizia a Pisa e a Firenze: dilagano giaculatorie sul ritorno del fascismo, sull’Italia che sta diventando un Paese “di serie B”, etc. Manganellare studenti inermi è una cosa orribile e questo governo che si compiace della repressione violenta e “sta” con la polizia “senza se e senza ma” è esecrabile e mostra la sua mai rinnegata ghigna. Ma il punto è la strisciante “emergenzializzazione” o “eccezionalizzazione” di ogni spazio pubblico, fisico o virtuale, di cui certo questa vicenda rappresenta un’accelerazione e uno sfondamento preoccupante.

Avremmo qui da discutere di queste due strade: c’è chi sostiene che l’emergenza sia tutta dentro l’ordinamento giuridico (quindi legittima) e l’eccezione sia fuori dal diritto, anzi sovvertitrice del diritto e produttrice di nuovo diritto e di nuovo ordine. Ma quest’ultima eccezione, quella a cui pensava il giurista tedesco Carl Schmitt, non esiste più: ciò a cui assistiamo è l’estensione di una gestione eccezionale autorizzata e permessa (ex post) dal diritto stesso. Viviamo nella costante e generalmente inavvertita estensione di “zone rosse” nelle quali confinare il dissenso o semplicemente la libera manifestazione del pensiero. Le manganellate di Piantedosi sono illegali e la compressione dello spazio pubblico di Meloni è autoritaria. Ma il diritto sta da anni perdendo la funzione che ci eravamo illusi potesse avere quando abbiamo pensato che esso non era solo, marxianamente, strumento di oppressione di una classe sull’altra ma anche strumento di liberazione. Non solo dunque in mano a un potere estraneo che ci sovrasta, ma contendibile da chi volesse democraticamente usarlo per cambiare le cose. Quell’ottimismo che faceva dire queste cose a Norberto Bobbio è forse da dismettere? Il diritto è tornato a essere non strumento di lotta all’oppressione ma strumento dell’oppressione?

Se volessi anch’io cercare il titolo d’effetto direi che viviamo da qualche tempo in una sorta di esteso e continuo stato di legge marziale, ma le cose non stanno così: viviamo invece in uno stato di progressiva normalizzazione dell’emergenza per via del diritto stesso. Nessuna oppressione di un potere tirannico, ma l’abdicazione dei poteri democratici alla loro stessa democraticità. In altri termini, il Parlamento, luogo per eccellenza della decisione, si auto-esonera e diventa sede di ratifica di scelte fatte prima e altrove. Il potere esecutivo viene investito della funzione legislativa ed esecutiva al contempo, quando a governare non sono addirittura corpi sottoposti al governo stesso. Tutto questo produce un ribaltamento eversivo delle fonti del diritto, un’amministrativizzazione che si insinua nelle maglie dell’ordinamento costituzionale in nome dell’emergenza, per far fronte all’“evento”, di cui queste sono declinazioni parossistiche.

Basti ricordare le leggi che regolano la protezione civile, oppure la gestione dei fenomeni migratori e le forme di compressione della libertà dei migranti, o appunto la gestione dell’ordine pubblico. Se anche il questore di Pisa avesse dichiarato – e non pare sia andata così – Piazza dei Cavalieri “zona interdetta”, quale ne sarebbe stata la ragione? Il giurista Adrian Vermeule della Harvard Law School ha sostenuto che il diritto amministrativo (statunitense, ma difficile limitarsi a quello) è caratterizzato da buchi neri e grigi: clausole generali, fenditure nell’ordinamento che entro certi limiti sono necessarie per consentire l’intervento su fatti imprevisti. Ma in ambito giuridico black hole, buco nero, è espressione coniata da un giudice inglese per definire Guantanamo, la madre dell’eccezionalismo. Ecco, il diritto sta diventando questo grande buco nero che inghiotte la Costituzione?

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