COP 28, IL FOSSILE PESA ANCORA E ORA PUNTA AL VERTICE DI BAKU da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COP 28, IL FOSSILE PESA ANCORA E ORA PUNTA AL VERTICE DI BAKU da IL FATTO e IL MANIFESTO

Cop 28, il fossile pesa ancora e ora punta al vertice di Baku

GRAZIA PAGNOTTA  15 DICEMBRE 2023

L’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Così conviene commentare la Cop 28, perché se ci chiediamo quale sia stato il suo segno preponderante, la risposta non può che essere la forza dell’Oil&gas. Dapprima abbiamo visto come esso sia riuscito a ottenere che l’appuntamento si svolgesse in un Paese del fossile, poi a poco a poco abbiamo visto gli affari che gli Emirati Arabi stavano concludendo in virtù del fatto di ospitarlo, e abbiamo conteggiato la sproporzionata presenza dei suoi lobbisti. Una diabolica torsione della realtà: proprio lì dove i difensori dell’ambiente si riuniscono, l’Oil&gas s’intromette e realizza i suoi migliori affari.

Oltre al lavorio sul fossile, alla Cop 28 abbiamo visto un attivismo intorno al nucleare. Va mantenuto ben chiaro che il nucleare è complice del fossile nel rallentare la transizione energetica, per più d’una ragione. Con i suoi noti problemi della sicurezza (possibili incidenti, collocazione delle scorie) e la sua tecnologia è costosissimo, e la continuazione della sua adozione sottrarrebbe denaro destinato alle rinnovabili, decisamente meno dispendiose. Inoltre i tempi di rinnovamento degli attuali impianti sarebbero lunghi, un periodo in cui si darebbe al fossile l’argomentazione di prolungare il proprio impiego per attendere l’entrata in funzione delle nuove centrali.

L’unica salvezza dal cambiamento climatico in atto è l’uscita dal fossile, ma la Cop è riuscita a scriverlo soltanto parzialmente nel suo documento finale. Ha vinto il peso dei Paesi degli idrocarburi, con il corollario della propaganda della tecnologia di cattura della CO2 che sappiamo essere insufficiente.

Ma se così è andato lo svolgimento dei lavori e questi ne sono gli esiti, che dire del ruolo dell’Onu? La prima constatazione è che sicuramente ne esce schiacciata, ma la seconda è che se non ci fosse stata l’Onu con gli incontri internazionali da essa ideati a partire dalla I conferenza del 1972, oggi ci troveremmo in una situazione ben peggiore. Perché comunque questo percorso di incontri ha messo in primo piano l’indispensabilità del livello globale per affrontare le questioni ambientali e ha costruito un multilateralismo, ha obbligato i Paesi a cooperare, ha reso evidenti le colpe storiche dell’Occidente, ha dato voce ai Paesi più poveri e ha dato visibilità all’opera degli scienziati.

Tuttavia, seppure non vi è nulla che possa sostituire l’Onu e il suo peso, di fronte ai limiti e alle difficoltà della Cop, è appropriato riflettere su quali strategie di diplomazia climatica aggiuntive si possano ideare. Tra queste si dovrebbe dare sostegno innanzitutto alla campagna per un Trattato di non proliferazione delle energie fossili promossa da paesi del Pacifico e sottoscritta da moltissime organizzazioni, e poi si dovrebbe premere per accordi e alleanze tra gruppi di Paesi.

Un’ultima considerazione riguarda la scelta per la prossima Cop, di nuovo su un Paese degli idrocarburi e autoritario, l’Azerbaigian. È dipeso da una serie di concatenazioni dovute alla guerra in Ucraina; la dimostrazione di come la guerre impattino sull’ambiente influenzando le decisioni, oltre che con i danni specifici che alcune ricerche internazionali hanno sostanziato nel corso di quest’anno. C’è un valore simbolico aggiuntivo pesantissimo nella scelta di Baku, perché fu in quest’area dell’impero zarista insieme agli Usa che si aprì l’Era del petrolio nell’800. E ciò è talmente incarnato nell’identità del Paese che esso ha voluto rappresentarlo anche nello skyliner urbano della città con l’edificazione delle Flam towers, un complesso di grattacieli che rappresenta la fiamma del pozzo petrolifero. È la frustrazione finale.

«I soldi erano la chiave della trattativa ma il Nord globale ha frenato ancora»

COP28. Intervista a Brandon wu, protagonista delle Ong a Dubai

Lorenzo Tecleme, DUBAI  14/12/2023

Brandon Wu è Director of policy and campaigns di Actionaid USA. Veterano delle Cop, la sua è stata una delle figure di riferimento per movimenti e ong durante la Conferenza sul clima di Dubai.

Con che umore si prepara a rincasare?
Sono deluso. Avevamo la grande opportunità di ottenere parole forti sia sull’abbandono dei combustibili fossili, sia sul supporto alle nazioni in sviluppo. Ma non abbiamo ottenuto niente di tutto ciò. Certo, è nato il fondo loss&damage. Ma dentro ci sono centinaia di milioni quando al mondo servirebbero centinaia di miliardi. Il linguaggio sui fossili è debole, con obiettivi lontani nel tempo e molte scappatoie. Bisogna capire che questi due problemi sono interconnessi. I paesi in via di sviluppo hanno bisogno di soldi per uscire dal fossile. Senza supporto, spesso, semplicemente non possono. Non solo a questo negoziato le nazioni sviluppate non hanno messo sul piatto il necessario: hanno anche diluito gli impegni sul tema. La finanza è la chiave di questa trattativa. Lo è sempre stata.

Chi sono i cattivi nella stanza?
Gli Stati Uniti. Sono primi per emissioni storiche, hanno la massima quota di contribuzione dovuta secondo principio di equità, e sono molto indietro. Washington non ha ancora raggiunto nemmeno l’obiettivo di 3 miliardi di dollari al Green Climate Fund che si era data nel 2014. Qui a Dubai hanno guidato la carica contro l’uso di un linguaggio che suggerisse l’obbligo da parte dei paesi ricchi di contribuire alla finanza climatica. Anche il Regno Unito è problematico. L’Unione Europea fa un po’ meglio – ma nell’insieme le nazioni sviluppate mettono troppo poco sul tavolo.

L’Europa ha lottato per l’inserimento del phase-out, l’abbandono dei combustibili fossili. Era in buona fede?
Probabilmente l’Europa immaginava che, senza maggiori certezze sulla finanza, quel linguaggio voluto sui fossili non si sarebbe raggiunto. Diciamo che è stata ottimista, ma sapeva che senza risorse non ci sono le condizioni per il phase-out. Poi c’è un problema di ipocrisia: un paese europeo (anche se non Ue) come la Norvegia si schiera con l’abbandono dei combustibili fossili ma ha enormi piani di espansione nel settore petrolifero.

Nulla da salvare dunque?
L’istituzione del loss&damage è una buona notizia. Non è quello che vorremmo avere, chiaro, ma si tratta comunque di un passo avanti. Anche il linguaggio relativo all’uscita dai fossili è utile. Alcuni dicono sarà un segnale per i mercati: non so se andrà così, ma credo che dipenda anche da quanto noi sapremo usare quelle parole. Far prevalere il linguaggio ambizioso sulle scappatoie.

Le Cop servono ancora?
Assolutamente sì. Ci deludono, non hanno tagliato le emissioni quanto serve, ma sono l’unico spazio per la cooperazione internazionale, l’unico spazio in cui i paesi in via di sviluppo siedono allo stesso tavolo con i paesi sviluppati. Non però l’unico campo di lotta: c’è anche e soprattutto la politica domestica su cui incidere.

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