CONTRO CERTE PAROLE OMICIDE “DISERTARE” OGGI È UN DOVERE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONTRO CERTE PAROLE OMICIDE “DISERTARE” OGGI È UN DOVERE da IL FATTO

Contro certe parole omicide “disertare” oggi è un dovere

DELIRI BELLICISTI DEL MAINSTREAM – Conflitto in Medio oriente. Chi come noi ha il doppio privilegio di essere lontano dalla guerra e di fare un lavoro intellettuale, avrebbe almeno il dovere della razionalità

 TOMASO MONTANARI  6 NOVEMBRE 2023

Con l’articolo di Francesco Merlo, su Repubblica, contro “i disertori di Lucca Comics” – un articolo che mette Zerocalcare sullo stesso piano di Hamas, e irride ferocemente Michela Murgia – abbiamo forse toccato il fondo. Forse: perché, lo ha notato proprio un desolato Zerocalcare, sembra non esserci limite alla violenta retorica guerrafondaia dei giornali italiani mainstream. Ed è terribile, perché chi ha il doppio privilegio di essere lontano dalla guerra e di fare un lavoro intellettuale, avrebbe il dovere della razionalità, e soprattutto dell’umanità. Personalmente, credo che una profonda educazione umanistica (un’educazione, cioè, a riconoscere e a coltivare ciò che di umano c’è in noi) non possa che portare alla diserzione: cioè al rifiuto radicale di uccidere un essere umano, anche a costo di esserne uccisi. Dubito che sarei capace di esercitare questo grado eroico di umanità, ma l’incapacità di arrivare in cima alla scala non comporta affatto la rinuncia a imboccarla, salendola fin dove si riesce: credo che disertare l’esaltazione militarista e interventista sia un dovere morale, e un dovere razionale.

Chi in Israele, il 7 ottobre, ha visto allungarsi di nuovo l’ombra della Shoah è oggi comprensibilmente, e almeno fino a un certo punto anche legittimamente, in preda a paura, rabbia, odio, desiderio di vendetta. Chi in Palestina vede ora l’ombra di un genocidio è oggi comprensibilmente, e almeno fino a un certo punto anche legittimamente, in preda a paura, rabbia, odio, desiderio di vendetta. Sono due condizioni simmetriche che sono, e saranno, strumentalizzate da Hamas e dal governo Netanyahu, con gravissimo danno dei rispettivi popoli. Quegli stati d’animo non riguardano l’intero popolo israeliano e quello palestinese: in entrambi esistono minoranze che capiscono perfettamente dove porta la strada dell’odio, e si oppongono, come possono, ai rispettivi governi (che sono anche apparati militari). Ora, noi, lontani e al sicuro, dovremmo identificarci con queste minoranze, sostenerle con argomentazioni razionali, ed empatiche; dovremmo gettare acqua sul fuoco; dovremmo contestare i governi, e abbracciare i popoli, esporre insieme le due bandiere, o anzi esporre solo la bandiera della pace, rinunciando a simboli oggi troppo compromessi col veleno nazionalista e identitario, e associati a nefandezze criminali; dovremmo chiedere a gran voce l’intervento dell’Onu a separare i belligeranti.

Dovremmo saper distinguere tra Hamas e l’islam: evitando come la peste la retorica dello scontro di religioni, o di civiltà. È vero che l’argomento della guerra santa è usato a piene mani da Hamas, e dal regime omicida (femminicida, per la precisione) dell’Iran: ma proprio per questo noi dovremmo rigettarlo, mostrando l’abisso che separa milioni di musulmani da pochi terroristi. E dovremmo anche saper distinguere tra popolo ebraico e Israele: è vero che la linea Netanyahu tende a fare coincidere queste due entità, ma non è solo un errore oggettivo, è anche benzina sul fuoco dell’antisemitismo. Identificare Hamas e l’Islam significa compromettere la meravigliosa cultura islamica, che è patrimonio di tutta l’umanità. Identificare lo Stato di Israele (e la politica dei suoi governi) con l’ebraismo significa mettere a rischio (lo ha ricordato con forza Raniero La Valle) una cultura seminale per l’intera umanità (a partire da cristianesimo e islam).

Noi occidentali, a ragione odiati da gran parte della restante umanità per l’arroganza del nostro preteso primato culturale, dovremmo riuscire finalmente a dismettere i panni del colonialismo, per vestire quelli della custodia della diversità e della pluralità culturale: una prospettiva di espiazione e riparazione, dopo secoli di dominio. Dovremmo spiegare a noi stessi e al mondo che la pace si difende con la pace, non con la violenza. Dovremmo saper dire, dopo due mostruose guerre civili europee, che la guerra è sempre e solo una inutile strage: adoperarci per togliere le armi dalle mani dei belligeranti, non già indossare metaforici elmetti, trattando da disertori i pacifisti che rifiutano. Se davvero vogliamo un primato, dovrebbe essere di saggezza: dopo millenni passati a scannarci, negando e tradendo i principi migliori della nostra cultura (classica e cristiana), dovremmo ora saper dire agli altri che la guerra non conosce mai vincitori, ma solo sconfitti. Perché noi umani siamo “pezzi unici”: e distruggerne anche solo uno, significa aver perso il mondo intero. Siamo così lontani da questa saggezza che suonano sconcertantemente attuali le desolate parole che il pacifista Romain Rolland scriveva nel 1914, alla vigilia della Grande guerra: “I latrati d’odio dei giornali fanno orrore e pietà. Che opera credono essi di compiere? Vogliono punire i delitti, e sono, essi stessi, dei delitti: perché le parole omicide sono la semente degli omicidii”.

“L’Anp non controlla neanche la West Bank. Serve boicottare Bibi”

MICHEL WARSCHAWSKI – “Non è paranoia montata ad arte, oggi l’antisemitismo è in ascesa allarmante”

SALVATORE CANNAVÒ  6 NOVEMBRE 2023

Non ha al momento molte speranze per una soluzione imminente della crisi Michel Warschawski, 74 anni, figlio di un rabbino di Strasburgo e poi trasferitosi a 16 anni in Israele per intraprendere gli studi religiosi divenendo, invece, un militante della sinistra radicale. Figura di spicco anti-occupazione, creatore dell’Alternative information center che vede insieme israeliani e palestinesi, invita a non sottovalutare un ritorno dell’antisemitismo in Europa e chiede una commissione di inchiesta sull’operato di Netanyahu.

Il trauma del 7 ottobre pesa ancora molto?

Sì, la società israeliana è rimasta traumatizzata da quel che è passato al confine con la Striscia. Gaza era una pentola a pressione pronta a esplodere e la società è stata presa di sorpresa. Ci sono poche voce dissidenti, che hanno poca voglia di esprimersi pubblicamente.

Eppure si veniva da mesi di grandi mobilitazioni contro il governo Netanyahu: quel dissenso è scomparso?

Il dissenso contro Netanyahu è anche cresciuto dopo la guerra, lui ha perso il sostegno della maggioranza. Ma siamo in una condizione di union sacrée, una unità nazionale in cui si chiede di essere compatti e poi di regolare i conti con Netanyahu in un secondo momento

Pensa che questo avverrà?

Non è certo. Netanyahu ha ancora un forte sostegno del suo elettorato tradizionale e si batterà fino all’ultimo anche con metodi poco puliti. Per questo penso che occorra chiedere l’istituzione di una Commissione d’inchiesta nazionale, che faccia un bilancio delle responsabilità del governo.

Quali sono le alternative possibili? C’è spazio per la sinistra israeliana?

L’alternativa non sarà tra Netanyahu e la sinistra, ma con il centrodestra e in particolare Benny Gantz. La sinistra si è molto indebolita specialmente dopo la perdita del voto arabo che le dava un sostegno di massa. Questo connubio è finito. Il fronte ebraico-arabo non esiste più.

C’è un ruolo delle associazioni, della società civile anti-occupazione?

Oggi sembra prevalere la necessità dell’unità nazionale contro il pericolo di Hamas. Quando tutto questo si calmerà penso che il movimento potrà riprendersi

Vede segni di ottimismo?

Il 20% di arabi in Israele, che è una realtà sociologica e non semplicemente politica, può ancora spingere la minoranza ebraica che si oppone all’occupazione dei territori palestinesi. Ma bisogna attendere la fine della crisi.

Cosa pensa dell’idea di affidare all’Anp il controllo di Gaza?

Abu Mazen e l’Anp sono molto deboli, non controllano nemmeno la Cisgiordania, come potrebbero controllare Gaza? Gli americani vedrebbero bene questa soluzione una volta che la Striscia fosse “pacificata” da Israele, ma non vedo l’Autorità palestinese in grado di riuscirci.

In Europa si discute molto del rischio di un ritorno dell’antisemitismo. Pensa che sia un rischio reale?

Credo che ci sia una rapida ascesa dell’antisemitismo, non è una paranoia montata ad arte. Allo stesso tempo penso che questo prenda in ostaggio la questione palestinese e Gaza.

Lei ha parlato in passato della possibilità di uno stato “binazionale” come soluzione alla crisi.

Devo dire di non aver mai espresso una formulazione simile. Ho detto, semmai, che se e quando ci sarà una soluzione sul tavolo occorrerà tenere conto di due “entità nazionali” la cui convivenza potrà assumere forme diverse: una federazione, uno Stato unitario, due Stati. Ma non è questione che si possa porre al momento.

Cosa può influire sulla situazione attuale dall’esterno?

La sola speranza sono le pressioni internazionali, soprattutto quelle Usa, per calmare la politica criminale del governo attuale, ma al momento non succederà nulla.

Cosa possono fare le associazioni nel resto del mondo?

Boicottare disinvestire, chiedere sanzioni. Parlo della campagna Bds*, una campagna internazionale per mettere Israele sotto pressione. Si tratta di una strategia di lungo termine, ma necessaria.

*  https://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/campagna-bds

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