COME ARRIVAMMO A GENOVA. “VOI G8-NOI 6.000.000.000” da VOLERELALUNA e RSINEWS
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COME ARRIVAMMO A GENOVA. “VOI G8-NOI 6.000.000.000” da VOLERELALUNA e RSINEWS

Come arrivammo a Genova: “Voi G8, noi 6 miliardi”

Raffaella Bolini   17-07-2026  

Non c’è niente di peggio di un sogno tradito. E molti di noi ancora con quell’amaro in bocca eravamo arrivati a Genova. Avevamo sperato in tanti che la caduta del Muro di Berlino nel 1989 avrebbe aperto le porte a un futuro capace di riconciliare libertà e uguaglianza. Avevamo lottato per tutti gli anni Ottanta del Novecento, con un grande movimento pacifista europeo, per un’Europa unita e libera dal giogo dei blocchi politico militari che avevano diviso e fatto prigioniero il mondo intero. Avevamo salutato quello che speravamo fosse un tempo nuovo sotto le mura di Gerusalemme, neppure due mesi dopo il crollo del Muro, a Capodanno del 1990, nella gigantesca catena umana di Time for Peace, la prima volta che palestinesi e israeliani si davano la mano – gigantesca speranza tradita, fino al genocidio.

Ci avevamo messo poco, a capire che il mondo andava in tutt’altra direzione. Il capitalismo occidentale, senza più avversari, si era lanciato alla conquista del pianeta intero. Come uno schiacciasassi abbatteva confini, diversità geografiche e culturali. Il mondo diventava un gigantesco supermercato, dove tutto era merce, e da tutto si estraeva profitto per pochi. Alla materialità della produzione industriale si sostituiva l’immaterialità della finanza: la ricchezza si produceva in Borsa, dove i padroni scommettevano come giocatori incalliti, ma giocandosi i destini del pianeta intero. L’Occidente aveva vinto, e da vincitore si comportava. Non aveva più bisogno di tenere in piedi il compromesso sociale fra capitale e lavoro del secondo dopoguerra, che in Europa aveva prodotto lo stato sociale. Le sedi del diritto internazionale erano diventate d’impiccio: i padroni assoluti del mondo non volevano vincoli nell’esercizio del potere. Decidevano tutto nelle loro sedi, nei loro incontri al vertice fra ricchi e potenti. Volevano il mondo ai loro piedi.

Anche l’Europa era terreno di conquista. L’allargamento a Est avveniva in chiave coloniale: i paesi dell’est venivano obbligati a privatizzare tutto, a smantellare il welfare, ad aprirsi al mercato senza regole. E per tutti gli anni 90, nelle guerre della ex-Yugoslavia, le potenze occidentali ed europee avevano soffiato sul fuoco dei nazionalismi per i loro interessi e per imporre l’avanzamento della Nato ad est. Ma ci veniva detto che tutto andava a meraviglia. La globalizzazione del mercato ci veniva presentata come un’opportunità unica di sviluppo. Il mondo finalmente si sarebbe unito. La ricchezza e il benessere si sarebbe diffuso ovunque, insieme alla libertà. E molti credevano a quella favola, all’inizio del Terzo Millennio. Soprattutto perché in Europa la grande maggioranza delle forze progressiste aveva seppellito i propri ideali sotto le macerie del Muro di Berlino e si era convertita al neoliberismo. Non era facile quindi, in Europa, costruire una contro-narrazione diversa da quella dominante che, con accenti diversi, univa nella difesa della globalizzazione neoliberista sia la destra che la sinistra mainstream. Bisognava andare controcorrente. Rompere appartenenze e identità consolidate. Ci voleva coraggio. E il coraggio, necessario soprattutto a chi veniva da culture e storie vicine alla sinistra tradizionale, arrivò, insieme all’alba del Terzo Millennio.

Il coraggio arrivò dalle esperienze sul campo della sinistra sociale. Il movimento pacifista aveva passato tutto il decennio Novanta, nelle guerre balcaniche. Sempre accompagnati dalla sensazione di guardare non una eccezione di barbarie, ma il lato oscuro di noi europei – quello che correvamo il rischio di diventare. Quello che poi siamo diventati. Avevamo visto l’Europa approfittare di quel massacro per i suoi interessi sporchi. E, per ciò che sapevamo e avevamo visto con i nostri occhi, eravamo stati capaci di dire no, il sabato di Pasqua del 1999, al primo governo di sinistra in Italia, che aveva partecipato alla guerra della Nato contro la Federazione Yugoslavia e aveva sganciato le bombe su Belgrado. Il movimento antirazzista in Italia era diventato grande e forte negli anni Novanta. E si articolava in migliaia e migliaia di esperienze sul campo, a fianco dei migranti e dei richiedenti asilo. Volontariato, solidarietà concreta, mobilitazione e denuncia politica si combinavano in una militanza nuova, inedita rispetto ai decenni passati. E quella esperienza diretta sul terreno aveva consentito al movimento di alzare la voce contro le politiche dei governi di sinistra – era stata la legge Turco-Napolitano del 1988 a inaugurare, fra le altre cose, i centri di detenzione amministrativa. Nelle città dove l’esclusione sociale e generazionale da eccezione iniziava a diventare la norma, nel nuovo mondo governato dal profitto, crescevano le esperienze degli spazi sociali autogestiti, molti dei quali occupati. Auto-organizzazione, mutualismo, solidarietà nelle periferie urbane davano linfa alle lotte di una generazione che contestava il sistema, ma nello stesso tempo praticava alternative concrete alla solitudine e alle nuove povertà. E tutte queste pratiche sociali, dal pacifismo all’antirazzismo al mutualismo sociale, mentre costruivano dal basso il sapere e la coscienza necessari per opporsi al neoliberismo, producevano anche incontri e alleanze nuove: fra le diverse anime della sinistra, e anche con l’attivismo cattolico e religioso impegnato a fianco degli esclusi.

La spinta decisiva a trovare il coraggio, la forza e soprattutto il metodo per ribellarsi al pensiero unico, all’unico mondo possibile che intorno a noi tutti predicavano, arrivò però dal Sud globale. Il popolo italiano, e la sua sinistra, era sempre stato capace di grandi slanci di solidarietà internazionale. Ma in fondo era sempre stata la solidarietà dei ricchi verso i poveri. Negli anni Novanta, invece, cambia tutto: è il Sud che prende la guida della rivolta. Erano stati i popoli del Sud globale a iniziare a pagare sulla propria pelle il prezzo della globalizzazione, mentre le popolazioni del Nord ancora si illudevano di poter salvare lo Stato sociale e le conquiste della classe lavoratrice dei decenni passati. Non c’era niente, delle economie fragili del Sud, della loro organizzazione sociale, dei loro ecosistemi che restasse indenne dalla nuova corsa all’oro del mercato globale, teso a conquistare tutto in tutto il pianeta. Ma non tutti abbassarono la testa.

Nel 1997, il Sudafrica di Nelson Mandela sfida le multinazionali del farmaco. In un paese devastato dall’AIDS le industrie farmaceutiche citano in giudizio il Sudafrica per violazione sugli accordi internazionali sui brevetti. Un enorme campagna globale appoggia il Sudafrica, fino alla vittoria nel 2001. La cancellazione del debito per i paesi poveri, in quegli anni, diventa un’altra bandiera globale. Il debito era un cappio al collo del Sud globale. Interessi altissimi legati al ricatto degli aggiustamenti strutturali – che erano l’imposizione a privatizzare tutto e a far occupare i paesi dalle multinazionali e dai capitali esteri. La campagna vede milioni di persone in piazza per anni, ha sostegno di grandi artisti di fama mondiale, e anche la Chiesa cattolica la fa sua dedicandole il Giubileo del 2000.

A far detonare il movimento no global, portando a manifestare insieme tante campagne e lotte del mondo, sarà l’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Istituita nel 1995, è una sede intergovernativa al servizio del libero commercio e delle multinazionali che impone l’apertura dei mercati, la privatizzazione e la liberalizzazione dei servizi pubblici essenziali, e promuove la delocalizzazione della produzione. E, del resto, la rivolta zapatista nello Stato del Chiapas in Messico, ispiratrice e simbolo del movimento altermondialista, era iniziata proprio il 1° gennaio del 1994, il giorno dell’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio NAFTA fra Usa, Canada e Messico, giustamente accusato di voler distruggere l’economia, l’identità e l’ecosistema delle comunità indigene. A novembre del 1999, il vertice dell’OMC a Seattle viene assediato e bloccato da una gigantesca convergenza di organizzazioni sociali e movimenti. Indigeni, contadini, attivisti per i diritti, e anche i sindacati degli Stati Uniti. Nord e Sud si uniscono nella lotta, e comincia una storia nuova. In tutto il mondo, da Seattle in poi, non ci sarà un vertice dei potenti del mondo che non veda enormi manifestazioni di grandi movimenti in piazza in tutti i continenti.

A gennaio del 2001, si tiene il primo Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre. Nasce per iniziativa di un gruppo di attivisti e intellettuali organici di diversi paesi, in particolare francesi e brasiliani. Uno slogan: “Un altro mondo è possibile”. Un’ambizione: riunire tutto ciò che nel mondo si batte contro il neoliberismo. Un metodo: uno spazio aperto, un gruppo che organizza lo spazio ma non impone scelte o decisioni – favorisce l’incontro, il confronto e la costruzione di convergenze. Al primo Forum partecipano migliaia di persone. Negli anni, le presenze arriveranno a centinaia di migliaia, da tutto il mondo. Il Forum si terrà anche in India, a Nairobi, e dopo le rivoluzioni arabe in Tunisia. Ancora oggi si riunisce, nei prossimi giorni in Benin. In America Latina, nei primi anni del 2000, il Forum darà un contributo importante alla vittoria della sinistra in cinque paesi, fra cui quella storica di Lula in Brasile.

Al primo Forum Sociale Mondiale noi italiani partecipammo in centinaia, mentre già insieme stavamo preparando Genova. Era già stato formato il Patto di Lavoro, la prima coalizione a base genovese. Al ritorno, nacque il Genoa Social Forum. E cominciò il percorso verso luglio 2001: riunioni, manifestazioni in giro per l’Europa, incontri nazionali e internazionali, che avrebbero portato il GSF ad avere migliaia di adesioni e la presenza di attivisti da tutto il mondo in piazza a Genova.

Lavorammo un anno per mettere insieme tutto ciò che era possibile far convergere. Non puntammo sulle differenze, ma su ciò che ci univa. Non costruimmo unità attraverso la mediazione dei contenuti, ma cercando di identificare l’elemento più radicale che era contenuto in tutte le diverse identità e culture. E lo trovammo in poche parole: “voi G8, noi 6 miliardi”. Voi non avete nessun diritto di dominare il mondo: questo ci univa tutti. Ci mettemmo insieme su un appello di poche righe essenziali, sapendo che ogni riga in più poteva aprire un problema, accentuare le differenze, separare. Decidemmo insieme ogni parola che avremmo detto, ogni azione che avremmo fatto, per un anno intero in riunioni interminabili che alle volte duravano tutta la notte. Concordammo che ciascuna componente del Genoa Social Forum avrebbe avuto modo di esprimersi in piazza a modo suo, con i suoi linguaggi e le sue forme, ma che tutte le azioni avrebbero dovuto essere dichiarate pubblicamente e accettate come compatibili da tutti. Era un modo per rispettare le nostre differenze e farle convivere. Ma fu anche ciò che ci permise di conoscerci e riconoscerci, di superare settarismi e diffidenze, di iniziare a fidarci l’un l’altro, di costruire solidarietà e legami forti. E di allargare la rete. Quel metodo ci fece costruire un movimento così grande e plurale. Contro quel movimento, venne scagliata una repressione e una violenza inaspettata, mai vista e mai neppure immaginata. Ma quel metodo ci permise di resistere, di difenderci insieme, di non farci dividere fra buoni e cattivi, e di andare avanti. L’anno dopo organizzammo il Forum Sociale Europeo di Firenze, l’incontro europeo più grande e plurale mai visto sul continente. Lì promuovemmo la manifestazione più grande mai realizzata nella storia: il 15 febbraio del 2003 contro la guerra in Iraq, centodieci milioni di persone in piazza lo stesso giorno in tutto il mondo. E i semi gettati da quel movimento ancora continuano a produrre frutti, in termini di coscienza e di DNA attivista, perfino dopo 25 anni.

Mai forse come oggi, nel venticinquesimo anniversario di quei giorni, il messaggio di Genova 2001 è attuale. Siamo ancora, e più che mai, allo slogan di Genova “voi pochissimi, noi tutto il Pianeta”. Il dominio, sempre più estremo e violento e pervasivo, fino ad arrivare al genocidio, è il solo modo in cui il capitalismo riesce ormai a rispondere alla sua crisi. Ma, rispetto ai tempi di Genova, oggi abbiamo in teoria un elemento che gioca a nostro favore: le persone non credono più alle favole, sanno benissimo che questo è un sistema che ci sta portando al disastro. Il Re è nudo. Quello che serve come il pane, però, è la proposta di un’alternativa, di una vera alternativa di sistema, che convinca le persone che dal capitalismo si può uscire, e che un mondo davvero diverso è davvero possibile. Serve un nuovo ideale, che possa fare innamorare tanta gente, che possa dare a tanti e tante la forza di alzare la testa e di battersi. Un programma vero e credibile di una rivoluzione nuova, capace di contendere il consenso alla rivoluzione nera della destra. E il fatto che nel cuore dell’impero, negli Stati Uniti di Trump, si ritorni a lottare per il socialismo credo che ci indichi una strada. L’Europa politica ha da tempo perso la sua forza propulsiva, in termini di pensiero e di orizzonti. Siamo un continente vecchio, chiuso, incapace di pensare il nuovo. L’Unione Europea è al servizio del capitale, della guerra e del riarmo. Bisogna che ricominciamo a unire le forze buone, in Europa, e che la lotta per un’altra Europa ricominci ad attraversare le frontiere e a farci sentire dalla stessa parte. Di questo, insieme, discuteremo proprio a Genova, il 18 luglio nell’Assemblea Nazionale No Kings. Il movimento di più giovane generazione si incontrerà laddove, venticinque anni fa, si realizzò la convergenza di una nuova generazione di movimento in Italia. Ed è un bel segno.

G8 a Genova, il sangue che cambiò i summit internazionali

Il 20 luglio 2001 il giovane Carlo Giuliani fu ucciso da un poliziotto durante i disordini a margine del vertice – Venticinque anni fa le violenze che mutarono l’approccio alla sicurezza di questi eventi

Piazza Alimonda viene ribattezzata da un giovane “Piazza Carlo Giuliani ragazzo”

Di: Stefano Pianca 

Sono passati 25 anni dal G8 di Genova che segnò uno spartiacque per l’organizzazione dei vertici internazionali. Ripercorriamo le violenze di quei giorni, funestati dalla morte di un giovane, Carlo Giuliani, ma anche dal pestaggio alla scuola Diaz e dalle umiliazioni subite dagli attivisti alla caserma di Bolzaneto. Una somma di errori e orrori che misero sotto accusa la gestione della forza da parte dello Stato italiano. Ma anche un insegnamento sull’approccio equilibrato da adottare, come dimostrano le misure prese lo scorso mese a Ginevra in occasione del corteo anti-G7.

Un giovane di spalle, in canottiera bianca e con un passamontagna blu scuro, solleva un estintore rosso. Di fronte a lui vediamo, in retromarcia, un fuoristrada Defender dei carabinieri. Dal vetro posteriore, infranto, spunta una pistola: il carabiniere all’interno del veicolo esplode due colpi.

Gli istanti che precedono la morte di Carlo Giuliani, ma non è lui a scagliare l’estintore rosso

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Sono le 17.27 del 20 luglio 2001 in Piazza Alimonda. È l’istante in cui Carlo Giuliani, 23 anni, viene colpito a morte.

Venticinque anni dopo, questa morte resta l’epicentro violento del G8 di Genova. O, per usare le parole del cantautore Francesco Guccini, nell’omonima canzone, “resta amara indelebile la traccia aperta di una ferita”. Ma per raccontare quei giorni, occorre fare un passo indietro.

Due anni prima a Seattle, emerge il movimento no global

Un balzo all’indietro di almeno due anni, quando a Seattle, nel novembre 1999, le proteste contro il vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) segnarono l’emergere di un movimento internazionale eterogeneo, capace di riunire ambientalisti, sindacalisti, organizzazioni cattoliche, associazioni per i diritti umani e gruppi della sinistra radicale. Da lì prese forma quella galassia che i media avrebbero definito “movimento no global”.

Scontri tra polizia e manifestanti al WTO di Seattle il 30 novembre 1999

Per inciso molte delle questioni sollevate allora, il controllo della finanza globale, la sostenibilità ambientale, le disuguaglianze sociali e il potere delle multinazionali, sono oggi entrate stabilmente nel dibattito pubblico.

Le manifestazioni che si susseguirono tra Seattle, Praga e Göteborg fecero crescere la convinzione che il G8 di Genova sarebbe diventato il principale terreno di confronto, e scontro, tra i leader delle grandi potenze e una nuova opposizione globale.

A coordinare la protesta nacque il Genoa Social Forum, una rete che riuniva centinaia di associazioni italiane e internazionali decise a organizzare cortei, dibattiti e iniziative pacifiche. L’attesa era enorme: decine di migliaia di persone si prepararono a raggiungere la città ligure, trasformando il vertice in un appuntamento simbolico.

Genova per noi (o piuttosto perché?)

La scelta di Genova come sede del G8 (tornato poi G7 dal 2014, quando la Russia fu sospesa dopo aver annesso la Crimea ucraina) non fu casuale. Si fondava su una città da secoli crocevia del commercio e degli scambi nel Mediterraneo: un simbolo ideale per ospitare i leader delle maggiori potenze economiche del mondo.

Da subito non mancarono però le perplessità, da un lato perché il movimento no global stava crescendo rapidamente in tutta Europa e le proteste che avevano accompagnato altri vertici internazionali lasciavano prevedere una mobilitazione senza precedenti. Dall’altro a preoccupare era anche la conformazione della città: un centro storico fitto di vicoli, i famosi caruggi, ma anche i quartieri densamente abitati, i collegamenti complessi e gli spazi limitati per separare manifestanti, residenti e apparati di sicurezza.

Mentre Genova si preparava al G8, fece discutere l’attenzione del premier Berlusconi per gli aspetti più marginali, come gli allestimenti floreali che avrebbero fatto da cornice al vertice. In seguito il governo italiano fu invece criticato per la gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza durante il summit e gli scontri che seguirono.

Per proteggere il vertice fu progettata una vasta “zona rossa”, blindata e interdetta ai non autorizzati, che trasformò per giorni il volto della città. Una scelta destinata ad alimentare ulteriori tensioni e polemiche. Quando i primi cortei raggiunsero Genova, il confronto fra esigenze di sicurezza e diritto di manifestare era già diventato uno dei temi centrali del G8. La città, prima ancora dell’arrivo dei capi di Stato, era già sotto pressione.

La zona rossa e gli altri luoghi emblematici

A ridosso del G8, che si tenne dal 19 al 22 luglio 2001, Genova smise progressivamente di essere una città come le altre. Attorno al Palazzo Ducale, sede del vertice, c’era la “zona rossa”, un’area interdetta e protetta da chilometri di recinzioni metalliche, posti di blocco e controlli continui. A presidiarla giunsero migliaia di uomini tra polizia, carabinieri e reparti speciali.

Vertice del G8 a Genova: i luoghi

Una mappa allestita dal Genoa Legal Forum (GFL), fornisce un quadro della città durante il G8, con le differenti restrizioni di accesso: zona rossa e gialla (soggetta a forti limitazioni, ma non completamente interdetta). Il GFL fu una rete di avvocati, giuristi e consulenti legali costituita per fornire assistenza giuridica ai manifestanti. Nella cartina sono indicati anche i luoghi passati alla cronaca per le violenze: Piazza Alimonda, dove fu ucciso Carlo Giuliani (19), il dormitorio alle scuole Diaz dove gli attivisti furono selvaggiamente picchiati dalla polizia (11). La caserma di Bolzaneto, dove i fermati subirono altri trattamenti degradanti, è fuori mappa: si trova nella parte nord-occidentale di Genova, nella valle del torrente Polcevera.

Piazza Alimonda: ore 17.27

Nel frattempo, accanto alle organizzazioni che promuovono cortei pacifici e iniziative di protesta, fanno la loro comparsa gruppi riconducibili all’area dei Black Bloc, non un’organizzazione, ma piuttosto una tattica – il vestirsi di nero con il volto coperto – di protesta. Le devastazioni di banche, negozi e automobili che si registrano nelle prime ore delle manifestazioni contribuiscono ad alzare ulteriormente la tensione.

Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido d’Africa nera
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera
Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia
Facce e scudi da opliti, l’odio di dentro come una scabbia

Francesco Guccini, Piazza Alimonda, canzone dall’album “Ritratti” del 2004

Nel pomeriggio del 20 luglio 2001, mentre gli scontri si moltiplicano in diverse zone della città, matura il momento più drammatico. Il corteo autorizzato dei Disobbedienti su via Tolemaide, accanto alla stazione di Brignole, viene caricato dalla polizia. Ciò provoca una dispersione dei manifestanti nelle vie circostanti. Nella laterale via Caffa, che porta su Piazza Alimonda, un mezzo dei carabinieri, rimasto isolato dal resto del reparto, viene circondato da alcuni manifestanti. Volano pietre, oggetti, bastoni. In pochi secondi la situazione degenera.

Tra i giovani presenti c’è Carlo Giuliani, 23 anni. Le fotografie scattate in quegli istanti lo ritraggono mentre solleva un estintore davanti al Defender dei carabinieri. Dall’interno del veicolo parte uno sparo. Sono le 17.27.

Il corpo di Carlo Giuliani riverso a terra

La notizia della morte del giovane si diffonde rapidamente tra i manifestanti. A quel punto il vertice diventa una vicenda segnata da una vittima e da interrogativi sull’uso della forza che infiammeranno il dibattito pubblico italiano per anni.

Sul piano giudiziario, le inchieste e i successivi pronunciamenti dei tribunali italiani e della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno ritenuto che l’uso dell’arma da parte del carabiniere, l’allora 20enne Mario Placanica, avvenne in una situazione di legittima difesa così come ricostruita nei processi. Verità ufficiali cui la famiglia della vittima non ha mai creduto. Le foto con una pietra insanguinata accanto alla testa del 23enne, per Giuliano Giuliani, il papà di Carlo, sono la prova dello “sporco tentativo di depistaggio che avviene un attimo dopo”. C’è anche un video che mostra un poliziotto che punta il manganello verso gli astanti e grida: “Bastardo! Tu l’hai ucciso con il tuo sasso”.

Quello spirito di Genova

“Macelleria messicana” alla Diaz

La morte di Carlo Giuliani rappresenta l’apice, ma non la fine delle violenze nei giorni del G8 a Genova. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, le forze dell’ordine fanno infatti irruzione nel complesso scolastico Diaz-Pertini, utilizzato come dormitorio e centro stampa da attivisti e giornalisti. L’operazione viene giustificata con la ricerca di appartenenti al Black Bloc, ma il bilancio è pesantissimo: decine di persone riportano ferite, molte vengono trasportate in ospedale, alcune in condizioni gravi. Le immagini dei corridoi insanguinati e dei sacchi a pelo disseminati nelle aule fanno rapidamente il giro del mondo.

Anni dopo, un funzionario di polizia presente all’operazione definirà quella scena una “macelleria messicana”: “Arrivato al primo piano dell’istituto – raccontò nel 2007 il vice questore aggiunto Michelangelo Fournier – ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana”.

Manifestanti su un marciapiede nel centro di Genova il 21 luglio 2001

Durante l’irruzione le persone presenti alla Diaz furono picchiate con violenza da decine di agenti. I tribunali ricostruirono quelle violenze, che non risparmiarono gli attivisti inermi, a terra, mettendone anche in pericolo la vita.

Nel 2010 la corte d’appello di Genova ritenne colpevoli 25 dei 28 appartenenti alle forze dell’ordine accusati per le violenze. Molti reati finirono però in prescrizione.

Blitz alla Diaz: fu tortura

Altri abusi nella caserma di Bolzaneto

Per molti fermati, però, la notte della Diaz non rappresenta la fine dell’incubo. Trasferiti il 22 luglio nella caserma militare di Bolzaneto, adibita a carcere provvisorio durante il vertice, alcuni denunciano insulti, minacce, umiliazioni e violenze fisiche durante le procedure di identificazione e custodia. Le testimonianze raccolte negli anni successivi descriveranno un sistema di abusi che porterà la magistratura ad accertare gravi violazioni dei diritti delle persone trattenute. Amnesty International definì quanto accaduto una “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”.  

Manifestanti no global alzano le mani mentre vengono condotti via da agenti della polizia antisommossa nel centro di Genova

Nel 2013 la Corte di cassazione confermò in modo definitivo che a Bolzaneto erano state commesse gravi violazioni dei diritti umani. Ma, come ricorda ancora Amnesty, l’assenza all’epoca del reato specifico di tortura nel codice penale italiano concorse ad impedire sanzioni adeguate alla gravità dei fatti. Il reato di tortura sarebbe stato introdotto in Italia solo nel 2017.

Da Genova a Ginevra, cosa è cambiato

Dopo il luglio 2001 nessun vertice di tale portata fu più ospitato in una grande città densamente popolata e attraversata dalla vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone. Genova è rimasta in questo senso, l’ultimo grande summit globale celebrato nel cuore di una metropoli. Negli anni successivi, gli organizzatori privilegiarono località periferiche, stazioni turistiche, aree montane o sedi facilmente isolabili dal resto del territorio.

L’obiettivo era ridurre al minimo il rischio di contatti tra i partecipanti ai vertici e le manifestazioni di protesta, semplificando al tempo stesso la gestione della sicurezza. Sicurezza che in seguito per le autorità divenne prevalente rispetto ai diritti dei singoli. Ma su questo aspetto i cambiamenti maggiori non furono innescati tanto dai fatti di Genova, quanto – nemmeno due mesi dopo – dall’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York.

Il recente G7 di Évian-les-Bains, in Francia, con Ginevra a fare da pendant logistico per l’accoglienza delle delegazioni mostra bene come i vertici internazionali siano cambiati dopo Genova.

Più che su Évian, località di dimensioni ridotte quindi facilmente isolabile e controllabile, l’attenzione della sicurezza è stata posta su Ginevra, dove la possibilità di manifestare è stata circoscritta a un solo corteo autorizzato alla vigilia dell’apertura del vertice. Nonostante la presenza di gruppi violenti (diversi Black Bloc infiltrati) tra le migliaia di pacifici attivisti, il corteo di protesta di domenica 14 giugno 2026 si è chiuso con alcuni scontri e danneggiamenti, ma nessun ferito grave. E men che meno morti.

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