CLIMA, POCHI AIUTI PER IL SUD DEL MONDO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CLIMA, POCHI AIUTI PER IL SUD DEL MONDO da IL MANIFESTO

Clima, pochi aiuti per il sud del mondo

SUMMIT. A novembre si svolgerà la Cop28 a Dubai. Non c’è ancora il fondo per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare i cambiamenti climatici

Michele D’Amico  18/05/2023

Il prossimo novembre sarà il mese della Cop28 di Dubai. Ci avviciniamo all’appuntamento con molte domande sul futuro dei nostri ecosistemi. C’è una questione, però, che forse più di tutte non può essere trascurata e rinviata: la richiesta di risarcimento da parte delle popolazioni del Sud del mondo ai Paesi sviluppati per i danni irreversibili causati dalle emissioni e dalle condizioni meteorologiche e climatiche estreme.

Dal 30 novembre al 12 dicembre 2023, sul tavolo dei negoziati si dovrà dar vita a quello che è stato ribadito il 3 maggio nella 14° Petersberg Climate Dialogue di Berlino: aiutare le comunità fragili, come quelle dell’Isola Marshall, che, malgrado i numerosi sforzi di adattamento, rischiano di scomparire. E attuare il «Loss and Damage» approvato a Sharm el-Sheik. Ma fino ad ora non è stata definita la forma che assumerà, non sono stati individuati i Paesi che dovranno contribuire e quelli che avranno il diritto di ricevere i fondi.

Non sappiamo quanto dovrebbero versare gli Stati nel fondo e quali sono esattamente i Paesi e le istituzioni finanziarie che gestiranno le entrate economiche. Il rischio di arrivare alla prossima Conferenza delle Parti impreparati è reale. Mancano sei mesi e il sultano Ahmed Al Jaber, presidente della Cop28 e dirigente della Abu Dhabi National Oil Company, ha già anticipato: «Se il mondo non escogita meccanismi efficaci per fornire finanziamenti per il clima alle economie in via di sviluppo ed emergenti, queste non potranno non scegliere un percorso di sviluppo ad alta intensità di carbonio». E ha poi aggiunto: «Sappiamo che i combustibili fossili continueranno a svolgere un ruolo nel prossimo futuro nell’aiutare a soddisfare il fabbisogno energetico globale. Il nostro obiettivo dovrebbe essere focalizzato sulla garanzia di eliminare gradualmente le emissioni da tutti i settori».

DI FRONTE A QUESTO SCENARIO e ai vari annunci di voler coniugare giustizia climatica giustizia sociale, sembrano ancora attuali le parole pronunciate nella plenaria di chiusura della Cop27 dall’olandese Franciscus Timmermans, del Partito del Lavoro (PvdA) e Commissario per il clima e il Green Deal europeo: «Non siamo stati all’altezza delle azioni per evitare e ridurre al minimo perdite e danni. Avremmo dovuto fare molto di più. Ciò significa ridurre molto più rapidamente le emissioni.

È così che contrastiamo il cambiamento climatico». In altri termini, occorre un’azione congiunta tra i maggiori emettitori, quelli indicati dal Rapporto CO2 emissions of all world countries pubblicato dalla Commissione europea: Cina, Usa, Paesi europei, India, Russia, Giappone. Perché il tempo a disposizione è poco: se gli attuali livelli di emissione persistono, ci dicono gli scienziati, la soglia critica di 1,5° del riscaldamento globale potrebbe essere raggiunta e superata in nove anni.

Ritornando alla questione dei finanziamenti, possiamo dire che in fin dei conti all’Expo City Dubai la negoziazione potrebbe concludersi con l’attuazione di un piano per il clima già visto, quello del Green Climate Fund destinato ai Paesi in via di sviluppo. Istituito formalmente nel 2010, il Gcf non sta ottenendo i risultati auspicati: l’accesso al credito è troppo difficoltoso.

Per Oxfam non ci sono dubbi: la rendicontazione dei finanziamenti internazionali per il clima è viziata e ingiusta. Il vero valore del contributo nel 2020 è tra 21 e 24,5 miliardi di dollari, a fronte di una cifra di 68,3 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dichiarata dai Paesi ricchi. «La nostra finanza climatica globale è un treno rotto: decisamente difettosa e ci fa correre il rischio di raggiungere la catastrofe come destinazione. Ci sono troppi prestiti che indebitano i Paesi poveri che stanno già lottando per far fronte agli shock climatici, e sono troppe le segnalazioni di scarsa trasparenza.

IL RISULTATO È CHE I PAESI PIÙ VULNERABILI non sono preparati ad affrontare la furia della crisi climatica», ha puntualizzato Nafkote Dabi, responsabile delle politiche climatiche di Oxfam. Ed è proprio la cancellazione del debito il vero nodo da sciogliere che spesso viene ignorato quando si parla di crisi climatica e di transizione energetica. Lo ha confermato anche ActionAid. Il legame debito-impatto climatico è un pericoloso circolo vizioso. Il dossier The Vicious Cycle ,pubblicato ad aprile dalla onlus, ha rivelato che il 93% dei Paesi vulnerabili al clima è a rischio significativo di indebitamento, ed è dipendente dalle politiche e dalle condizioni stabilite dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che è sia il prestatore di ultima istanza sia il riscossore.

PERTANTO I FINANZIAMENTI PER IL CLIMA hanno senso soltanto se non alimentano la crisi economica del Paesi fragili, e se non vengono sottoposti ai vincoli e controlli come quelli del Fmi e della Banca Mondiale. Il Fmi considera il pagamento del debito una priorità assoluta, a prescindere dalle altre priorità che i governi potrebbero avere (sanità, istruzione, adattamenti climatici, ecc). Una mannaia per chi vive nei Paesi poveri, perché i debiti non consentono ai governi di poter investire nei servizi pubblici principali. I tagli sono inevitabili quando la spesa è più del 12% delle entrate.

Se la percentuale supera il 14%, poi, il Paese finirà in default. E le principali vittime delle crisi sono le donne: le prime a perdere l’accesso ai servizi, le prime a perdere posti di lavoro pubblico, le prime a farsi carico del lavoro di assistenza e cura non retribuito che aumenta quando il servizio pubblico fallisce o quando si verificano disastri causati dal clima.

Più in generale, questo circolo vizioso condiziona le politiche e l’autonomia degli Stati: è il volto del colonialismo che costringe i governi ad adeguare le loro economie e la società alle richieste del mercato globale per ripagare i loro debiti, per lo più in dollari. E così per guadagnare in valuta estera, i Paesi a basso reddito facilitano l’agricoltura chimico-industriale, la deforestazione, l’industria estrattiva. Distruggono l’ambiente e calpestano i diritti umani.

«Un’Europa post-crescita è fondamentale per prosperare»

APPELLO. Lettera aperta pubblicata in occasione della «Conferenza Beyond Growth» che si è tenuta al Parlamento europeo dal 15 al 17 maggio

***  18/05/2023

Mentre i leader politici si sono appena riuniti al Parlamento Europeo per una seconda conferenza su come muoversi «oltre la crescita», noi accademici/e ed organizzazioni della società civile firmatarie, vediamo la crisi geopolitica come un’opportunità per svincolarsi dalla competizione per la crescita, dannosa dal punto di vista sociale ed ecologico, per abbracciare invece una cooperazione per il benessere.

Non esiste alcuna base empirica che dimostri la possibilità di disaccoppiare globalmente e sufficientemente la crescita economica dalle pressioni ambientali che essa comporta. La ricerca di una crescita economica infinita da parte delle nazioni ad alto reddito è un problema, in quanto riduce o annulla gli obiettivi perseguiti dalle politiche ambientali. L’attuale caos climatico ed il disfacimento della trama della vita da cui dipende la nostra società rappresentano una minaccia esistenziale per la pace, la sicurezza idrica e alimentare, e la democrazia.

Adottare un nuovo modello economico di «post-crescita» non vorrà dire solo sopravvivere, ma anche prosperare. Ciò richiederà, attraverso una pianificazione democratica e in modo equo, il ridimensionamento dei livelli di produzione e di consumo (talvolta definito «decrescita»), per quei paesi che superano le proprie risorse ecologiche.

Questo deve essere il progetto di pace globale per l’Europa, poiché la sua attuale crescita economica sta causando conflitti sia dentro che oltre i propri confini.

NEL CONTESTO delle nazioni ad alto reddito, una impronta ecologica minore non si tradurrà in condizioni di vita peggiori. Politiche di «sufficienza», incentrate sulla frugalità, sulla riduzione delle risorse e degli orari di lavoro, possono aumentare significativamente il benessere e diminuire le pressioni ambientali, creando così la possibilità di una prosperità sostenibile senza crescita.

PER POTER GARANTIRE la massima qualità della vita con la minore impronta ecologica, dobbiamo cambiare radicalmente gli obiettivi e le regole del gioco economico. In un’economia post-crescita, l’attuale focalizzarsi su una crescita quantitativa verrebbe sostituito dall’obiettivo di prosperare in un’economica rigenerativa e distributiva, che garantisca un benessere qualitativo soddisfacendo i bisogni di tutte le persone nei limiti del pianeta che abitiamo – cosí come elaborato nel quadro della Economia della ciambella (Doughnut Economics).

I MERCATI HANNO DIMOSTRATO la propria incapacità nel prendere le decisioni più cruciali per la nostra società. Affinché l’economia sia al servizio delle persone, invece del contrario, è necessario restituire alle persone il controllo di tale economia. Per cambiare le regole del gioco, dobbiamo imparare dalle iniziative già esistenti. Ad esempio, diffondendo in tutta l’Ue il modello delle cooperative senza scopo di lucro.

ALLA LUCE DI QUESTE SFIDE URGENTI e opportunità stimolanti, chiediamo all’Unione Europea, alle sue istituzioni e agli Stati membri di adottare:

1. ISTITUZIONI UE PER LA POST-CRESCITA: costituire strutture permanenti presso la Commissione, il Consiglio, il Parlamento e all’interno del quadro istituzionale di ogni Paese Membro, che abbiano lo scopo di valutare strategie e percorsi di post-crescita.

2. UN «GREEN DEAL EUROPEO oltre la crescita: progettare un nuovo programma guida basato su un cambiamento sistemico che aspiri a creare un futuro prospero entro i limiti del pianeta, includendo la decrescita come una necessaria fase di transizione per raggiungere un modello di post-crescita.

3. POLITICHE OLTRE la crescita, basate sui quattro principi di:

BIOCAPACITA’: eliminazione graduale dei combustibili fossili, limiti all’estrazione di materie prime e misure di protezione e ripristino della natura, per suoli, foreste, ed ecosistemi sani e resilienti. Ad esempio: un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili; una Legge sulla giustizia e la resilienza delle risorse che includa un obiettivo vincolante di riduzione dell’impronta materiale e un vero e proprio ripristino della natura sulla base dei territori.

EQUITA’: strumenti fiscali per promuovere una società più equa, eliminando estremismi nella percezione di reddito ed accumulo di ricchezza, così come i super profitti. Ad esempio: introduzione di una Tassa sulle emissioni. Redditi minimi e massimi.

BENESSERE PER TUTTI: garanzie di accesso ai servizi essenziali attraverso uno Stato sociale migliorato ed ecologicamente più sensibile. Ad esempio: Servizi di base universali (compresi i diritti umani alla salute, trasporto, assistenza, casa, istruzione, uguaglianza di genere e protezione sociale); Garanzie occupazionali; Tetti massimi sui prezzi di beni e servizi essenziali.

DEMOCRAZIA ATTIVA: assemblee di cittadini con il mandato di formulare strategie per la sufficienza socialmente accettabili e di rafforzare le politiche basate sui limiti ecologici, sull’equità e sul benessere per tutti; e un ruolo più forte per i sindacati. Ad esempio: creazione di Forum per comprendere i bisogni locali, Conferenze sul clima, formulazione di Bilanci partecipativi.

SONO PASSATI CINQUE ANNI dalla prima conferenza sulla «post-crescita». All’interno della società civile e del mondo accademico, le criticità sulla crescita si sono rafforzate sempre di più. I dettagli di queste idee critiche sono attualmente in discussione al Parlamento Europeo e alla Commissione Europea. Abbiamo a disposizione conoscenze scientifiche ed intuizioni politiche per trasformare le idee di decrescita e post-crescita in realtà. Le crisi che stiamo affrontando sono anche delle opportunità per dar vita ad un nuovo sistema in grado di garantire il benessere di tutti, consentendo al contempo una vita democratica vivace ed un modo di vivere che sia più lento ma altrettanto più gentile.

(A cura di Timothée Parrique, Kate Raworth, Vincent Liegey, European Environmental Bureau, European Youth Forum, Friends of the Earth Europe, Wellbeing Economy Alliance)

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