CIAONE “MANETTARI”: MELONI È COME BERLUSCONI da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CIAONE “MANETTARI”: MELONI È COME BERLUSCONI da IL FATTO

Addio destra “legge e ordine”: Meloni è come Berlusconi

LIBERI TUTTI – Crisi di memoria. Giorgia declama di fare politica nel nome di Borsellino ma ha tradito la cultura legalitaria che fu del Msi

 TOMMASO RODANO  9 AGOSTO 2023

“Il Movimento Sociale Italiano è sempre stato una forza di opposizione dura, ben estranea a tavoli e tavolini. Ma quando sei al governo cambia la vita, lo scenario è completamente diverso e non puoi non tenerne conto”. Parola di Riccardo De Corato, deputato e storico esponente missino, testimone e protagonista di quasi quarant’anni di evoluzioni e involuzioni della destra italiana. “Manettaro” fino al midollo, De Corato fu tra gli accusatori del sistema di corruzione agonizzante della prima repubblica: “Fui eletto in consiglio comunale, a Milano, nel 1985 e compresi subito l’entità del malaffare, la quantità di tangenti che giravano”. Era l’alba di Mani Pulite: “Da allora iniziai quasi a vivere in procura, entravo e uscivo dal palazzo di Giustizia”. Sulla legalità, il fascista De Corato era a fianco del comunista Basilio Rizzo e dell’ex socialista (anticraxiano) Elio Veltri. Un duro e puro. Ma oggi, appunto, “è cambiata la vita”: è onorevole di FdI, vicepresidente della commissione Affari costituzionali, meloniano convinto e realista, difende gli svarioni “garantisti” del Guardasigilli Carlo Nordio e la nuova dimensione del suo ultimo partito; oggi si governa, dunque, “lo scenario è diverso”.

Ma è tutta la destra italiana a essere molto diversa da allora. Meloni dice di essere cresciuta nel mito di Paolo Borsellino – l’ha ostentato anche nel primo discorso alle Camere, dopo la vittoria elettorale –, eroe nazionale dell’Antimafia, da ragazzo militante del Fuan, il movimento studentesco vicino al Msi. Il suo governo invece – con le picconate alle intercettazioni, all’abuso d’ufficio, al concorso esterno in associazione mafiosa, alla legge Severino – ha raccolto l’eredità diretta della lunga stagione berlusconiana: un conflitto senza sosta con la magistratura.

Fino alla metà degli anni settanta, una parte della destra post fascista fu protagonista della stagione delle stragi, dell’eversione; si fece strumento della “strategia della tensione” in funzione anticomunista, collusa con pezzi di massoneria, criminalità, servizi segreti.

Ma nella storia del Movimento sociale c’è altro, soprattutto negli anni di Tangentopoli. Il partito di Gianfranco Fini provò ad accreditarsi come forza pulita, legalitaria, cavalcando le inchieste della magistratura e accompagnando l’ondata che stava travolgendo la politica italiana e spazzando via i partiti tradizionali.

Era, appunto, l’Msi che votò simbolicamente Borsellino come presidente della Repubblica (nel 1992 il magistrato ottenne 47 preferenze missine), che scendeva in piazza contro le tangenti e per “le manette”. I missini erano tutti dalla parte di Antonio Di Pietro, che con Fini ebbe un rapporto più che cordiale: i due si stimavano, Mirko Tremaglia immaginava anche una collaborazione politica. Anni dopo fu lo stesso Di Pietro a sottolinearlo: “Solo un partito non ha preso tangenti e non è stato coinvolto in Mani Pulite, è il Movimento sociale italiano”.

Era anche l’Msi che assumeva la lotta alla criminalità organizzata come uno dei cardini identitari, una cultura forgiata dal lavoro in commissione Antimafia di Beppe Niccolai, elogiato anche da Leonardo Sciascia.

Lo ricorda Fabio Granata, che fu tra i rappresentanti della destra sociale meridionale, tra i pochi a rimanere a fianco di Fini anche dopo la rottura con Berlusconi e l’uscita dal Pdl: “Fui deferito ai probiviri del partito – che ai tempi erano presieduti, significativamente, da Denis Verdini – perché sostenni in commissione, da relatore sulle Stragi di mafia, la piena credibilità di Gaspare Spatuzza. Per loro era inaccettabile, Spatuzza coinvolgeva Graviano, Mangano, Cinà, Dell’Utri…”. È in quel momento che la cultura legalitaria della destra post missina si sgretola del tutto, finisce in sgabuzzino: “Il berlusconismo l’ha fatta esplodere”, conclude Granata.

Fini viene esiliato, mentre Meloni è ministra della Gioventù e resta nel Pdl. Poco più tardi fonda Fratelli d’Italia e si riappropria dei valori della destra sociale, ma solo fino all’uscio di Palazzo Chigi.

“Salvatore Borsellino mi ha regalato una copia dell’agenda rossa con una dedica molto bella”, dice Granata: “A Fabio, uomo di quella destra a cui apparteneva mio fratello Paolo, una destra che oggi non esiste più”.

Dal referendum a Draghi: i siluri contro Severino

NORMA SVUOTATA – Le tappe. All’assalto: da anni Pd, destra e Cartabia fanno di tutto per smontare le norme

LORENZO GIARELLI  9 AGOSTO 2023

Se è vero che la goccia scava la pietra, lentamente la politica italiana ha deciso di smantellare un pezzetto alla volta la legge Severino, quella che vieta a parlamentari e sindaci condannati per certi reati di candidarsi o di restare in carica (oltre a sospendere per 18 mesi i sindaci condannati in primo grado).

I segnali negli ultimi anni sono arrivati da più parti: destra, sinistra, sindaci, partiti di governo e di opposizione, ministri in carica. E qualche colpo alla legge è stato già portato a casa, grazie anche al governo Draghi. È il caso del liberi tutti per coloro che hanno patteggiato una pena superiore ai 2 anni, per i quali fino al 2021 si applicavano le stesse identiche regole di chi ha subito una condanna definitiva nel processo, ovvero l’incandidabilità a sindaco, consigliere locale o parlamentare.

È appunto il governo dei Migliori però a scardinare questo assioma grazie alla riforma voluta dall’allora Guardasigilli Marta Cartabia, che con la scusa di incentivare i riti alternativi stabilisce che “se non sono applicate pene accessorie, non producono effetti le disposizioni di leggi, diverse da quella penale, che equiparano la sentenza prevista dall’articolo 444 comma 2 del codice di procedura penale (cioè il patteggiamento, ndr) alla sentenza di condanna”. Che significa? Lo chiarisce nel marzo di quest’anno il ministro dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi, a sua volta costretto a rivolgersi all’Avvocatura dello Stato per la corretta interpretazione delle nuove norme. E arriva il “verdetto”, secondo cui “è esclusa la natura penale delle misure della legge Severino”. Ergo: in mancanza di pene accessorie stabilite espressamente dal giudice (vedi l’interdizione dai pubblici uffici), chi patteggia non può essere equiparato a chi è stato condannato. “Ne consegue che – informa il Viminale – tutti i soggetti per i quali sia stata pronunciata sentenza di patteggiamento non incorrono più in una situazione di incandidabilità”.

Ma picconare la legge Severino è pratica diffusa. Basti pensare che il ministro della Giustizia Carlo Nordio guidava il comitato promotore dei cinque referendum sulla giustizia proposti dalla Lega e dai Radicali neanche due anni fa. Il primo quesito era esplicito: “Abolizione del decreto Severino”. Eliminarlo del tutto, dunque, non solo per i sindaci e non solo per le condanne non definitive. Peccato che gli italiani fossero di tutt’altro avviso, perché nonostante un’affluenza bassissima (20 per cento) e con molti contrari all’abolizione che sono rimasti a casa per non raggiungere il quorum del 50+1, i “no” all’abrogazione sono stati il 47 per cento, quasi 1 su 2. Un segnale chiaro ma costantemente ignorato dalla politica. Basti guardare i progetti di legge depositati in Parlamento.

A marzo Forza Italia, con primo firmatario Pietro Pittalis, ha presentato un testo per equiparare la posizione dei sindaci a quella dei parlamentari. Dunque niente sospensione di 18 mesi, obiettivo che sarà presto portato a casa. La cosa farà felice anche il Pd, che nel novembre 2021 (Enrico Letta alla segreteria) presentò un ddl per salvare i sindaci condannati in primo grado, idea poi ripresa anche in questa legislatura con proposte di legge molto simili depositate sia alla Camera che al Senato. E figurarsi che ne può pensare Anci, l’unione dei Comuni guidata da Antonio Decaro, da sempre in trincea almeno per strappare qualche miglioramento. Non avrà che da aspettare un altro po’ e, poi, da ringraziare la destra.

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