“CESSATE IL FUOCO”. DECINE DI MIGLIAIA IN CORTEO A ROMA da il MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
14062
post-template-default,single,single-post,postid-14062,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

“CESSATE IL FUOCO”. DECINE DI MIGLIAIA IN CORTEO A ROMA da il MANIFESTO e IL FATTO

Decine di migliaia in corteo a Roma per il cessate il fuoco

TORNATE UMANI. Slogan contro Israele, definito «Stato assassino». Ma la maggioranza sfila pacificamente. Qualche tensione con i giornalisti. Alla Fao strappata la bandiera di Israele. A sventolare ci sono quasi solo bandiere palestinesi, ma non mancano quelle arcobaleno della pace

Carlo Lania  29/10/2023

Slogan contro Israele, definito di volta in volta «criminale», «assassino» o «terrorista». La richiesta agli Stati arabi di fermare il «processo di normalizzazione» con lo stato ebraico. E la bandiera israeliana che a un certo punto un manifestante toglie acrobaticamente dal pennone della Fao in viale Aventino. Ma anche una giovane tunisina che a Porta San Paolo spiega di provare «solidarietà con il popolo israeliano» ma si rifiuta di definire Hamas una formazione terrorista perché «è un partito islamista che è stato votato liberamente e quello che è successo il 7 ottobre è stata legittima difesa».

Inutile girarci intorno: sarebbe stato ingenuo pensare che alla manifestazione che si è svolta ieri a Roma in sostegno della Palestina non si sarebbe sentito il repertorio scontato di frasi e offese contro Israele, ma sarebbe ingiusto attribuirle a tutte le decine di migliaia di persone che hanno sfilato pacificamente e senza scadere in slogan trucidi per chiedere la fine dei bombardamenti su Gaza e per il cessate il fuoco. E non era scontato vista la piattaforma – senza dubbio condannabile – che invitava alla partecipazione scrivendo che «Il 7 ottobre il popolo palestinese ha ricordato al mondo di esistere, ha dimostrato che sono ancora i popoli a scrivere la storia».

A dire il vero non era neanche scontata una partecipazione così grande all’iniziativa promossa dalla Comunità palestinese di Roma e del Lazio ma nella quale alla fine c’è stato un po’ di tutto, da formazioni di destra ai no vax. Si aspettavano non più di 5.000 persone, per la questura ne sono arrivate 20 mila ma in realtà quelle che si presentano sotto la Piramide Ostiense sono molte di più. Alle tre precise del pomeriggio il corteo comincia a muoversi lungo viale Aventino. «Stop al genocidio, fine dell’occupazione. Palestina libera» c’è scritto sullo striscione di testa. Un ragazzo con gli occhiali scuri e una maglietta bianca con la bandiera della Palestina avverte i manifestanti: «Voglio sentirvi, non è una passeggiata oggi». Subito dietro altri giovani tengono alta sopra la testa una grande chiave nera, simbolo del ritorno dei palestinesi nella loro terra.

A sventolare ci sono quasi solo bandiere della Palestina, più qualcuna arcobaleno. «Free, free Palestine» scandisce il corteo mentre un cartello promette: «From the river to the sea, Palestine will be free». Non manca, purtroppo, anche chi va in giro con un cartello in cui la bandiera israeliana viene paragonata alla svastica.

Davvero pochi i momenti di tensione. Uno riguarda i giornalisti, che in molti accusano di diffondere «propaganda imperialista». Ne sa qualcosa una troupe di «Piazza pulita», contestata solo per aver chiesto un parere su uno dei tanti video dell’orrore messi in circolazione da Hamas.

Mischiato ai manifestanti c’è anche Elzir Izzeddin, l’imam di Firenze che lunedì scorso, rispondendo a un appello lanciato da padre Bernardo Gianni, ha partecipato con il rabbino Gadi Piperno a una manifestazione per la pace nel capoluogo toscano. Perché è qui? «Perché noi siamo per la pace e la vita», risponde. «Vedendo i bombardamenti di Israele dobbiamo manifestare per la vita di tutti». Questa di Roma però è una manifestazione molto diversa da quella di Firenze, sembra quasi che si chieda a una pace a senso unico: «Certo – prosegue l’imam – e per questo quando c’è la possibilità di essere tutti uniti per la pace lo sottolineiamo. Quello in corso non è uno scontro tra religioni, tra musulmani e ebrei. E’ sui diritti, sulla libertà di tutti i civili che devono essere salvati. La vita è sacra».

Al corteo sono arrivati manifestanti da tutta Italia. A un certo punto fa il suo ingresso anche un gruppo della Rete napoletana per la Palestina che racconta di essere stato fermato e perquisito dalla polizia sull’autostrada.

Quando manca ormai poco a San Giovanni, punto di arrivo della manifestazione, gli altoparlanti montati sul camion che apre il corteo diffondono Mawtini, «Patria mia», una sorta di inno della Palestina, e in molti alzano le mani facendo il segno della vittoria.

Se volete la pace, allora dovete cessare il fuoco

 DOMENICO GALLO  29 OTTOBRE 2023

Siamo entrati nella terza settimana di guerra e la tempesta di fuoco scagliata da Israele contro la Striscia di Gaza non accenna a diminuire, anzi si intensifica minacciando incursioni combinate dal cielo, dalla terra e dal mare.

Non si riesce a comprendere quale disegno politico guidi la reazione di Israele, al di là dello spirito di vendetta per i massacri subiti dalla sua popolazione il 7 ottobre.

Il dichiarato intento di eradicare Hamas e di eliminare tutti i suoi miliziani è un obiettivo impossibile e assurdo. Impossibile perché non vi è un forte di Hamas da espugnare, non vi sono delle divisioni da affrontare e sconfiggere sul campo di battaglia.

I miliziani di Hamas sono rifugiati in una selva che è la sfortunata popolazione della Striscia. Per eliminarli tutti bisognerebbe disboscare la selva.

È quello che Israele sta facendo, distruggendo in modo massiccio le abitazioni, facendo fuggire la popolazione più a sud (dove peraltro continua a bombardare), togliendo il cibo, l’acqua, l’energia, anche agli ospedali, e spegnendo le comunicazioni. Non si può eradicare Hamas senza compiere un vero e proprio genocidio.

È un obiettivo assurdo perché, dopo aver inflitto delle sofferenze così atroci, nulla può escludere che i giovani sopravvissuti alle bombe israeliane, alla fame, alla sete, alle malattie, alla morte dei loro genitori o dei loro coetanei, non sentano il bisogno di prendere le armi e di rimpiazzare i miliziani eliminati.

Gli obiettivi politici perseguiti dal governo di Israele sono imperscrutabili e non è neanche chiaro se intendano fare qualcosa per ottenere il rilascio degli ostaggi o abbiano deciso di abbandonarli al loro destino.

Per questo è inquietante quanto ha dichiarato Dror Eydar, ex ambasciatore di Israele a Roma dal 2019 al 2022: “L’obiettivo è distruggere Gaza, questo male assoluto”.

La parola “genocidio” è troppo pesante per essere utilizzata a cuor leggero, anche perché sovente è strumentalizzata dalla politica e quindi banalizzata. Tuttavia, se l’obiettivo perseguito è quello dichiarato dall’ambasciatore Dror Eydar, la condotta di Israele in senso tecnico-giuridico rientra nel concetto di “genocidio”, come definito dalla Convenzione Onu del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio.

L’articolo 2 della Convenzione recita: “Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:

a) uccisione di membri del gruppo;

b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale (…)”.

Quello che qualifica come genocidio i fatti indicati ai punti a), b) e c) è l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, quali sono indubbiamente gli abitanti che popolano la Striscia di Gaza.

È dunque per tutti evidente che non si può invocare il diritto di difesa che l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce a ogni Stato che sia vittima di un’aggressione armata altrui, per giustificare attacchi così gravi a un gruppo nazionale che possono sfociare in un genocidio.

Non ha senso progettare ipotetiche conferenze internazionali di pace per invocare una ancora più ipotetica soluzione del conflitto fondata sul principio due popoli, due Stati, quando non si ha il coraggio di chiedere il cessate il fuoco perché bisogna lasciare libero Israele di continuare la sua punizione collettiva contro la popolazione di Gaza.

La Comunità internazionale deve imporre il cessate il fuoco. Se non valgono le ragioni dell’umanità per le irresponsabili classi dirigenti europee, deve valere la convenienza politica.

Se si consente a Israele di continuare a mettere a ferro e a fuoco la Striscia di Gaza, niente può escludere che il conflitto si estenda a tutto il Medio Oriente.

Gaza può essere il punto di innesco di un conflitto mondiale che nessuno vorrebbe, ma nessuno può impedire, come avvenne a Sarajevo nel 1914.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.