BRESCIA, LE STRAGI FASCISTE E LA GRANDE RIMOZIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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BRESCIA, LE STRAGI FASCISTE E LA GRANDE RIMOZIONE da IL MANIFESTO

Brescia, le stragi fasciste e la grande rimozione

IL 50° ANNIVERSARIO. Miceli, già tramite di un finanziamento di 800.000 dollari giunto al Msi dalla Amministrazione Usa nel ’72 e iscritto alla P2, verrà eletto nel ’76 deputato nelle fila del partito di Almirante. L’anniversario obbliga ad una lettura del presente, perché gli eredi missini che sono al vertice dello Stato rivendicano la loro storia come democratica e repubblicana

Davide Conti  29/05/2024

Il cinquantesimo anniversario della strage di Piazza della Loggia celebrato dal Presidente della Repubblica Mattarella spinge a volgere lo sguardo sul 1974, un anno cruciale dei tumultuosi Settanta, e pone l’obbligo della lettura del presente visto che, negli odierni tempi di acritica fedeltà atlantica, l’ultima inchiesta sull’eccidio fascista di Brescia ha condotto sulla soglia d’ingresso di Palazzo Carli a Verona, sede del comando Nato.

L’Italia era guidata dal quinto governo del democristiano Mariano Rumor, un esecutivo di breve durata ma obbligato a misurarsi sia con le temperie politiche nazionali e internazionali (crisi economica, guerra del Kippur, austerità) sia con lo stragismo neofascista che dal 1969 era deflagrato nella vita pubblica.

Dopo la strage di Brescia, per la prima volta dopo anni di omissioni; arresti politici; false piste anarchiche e depistaggi istituzionali, il governo fu costretto ad attivare le prime misure di contrasto (seppur calibrate, come in uso al metodo democristiano) contro l’eversione nera. Fu un primo segnale di discontinuità per un partito/Stato su cui gravava la responsabilità politica degli accadimenti. «Per quanto riguarda la strategia della tensione che per anni ha insanguinato l’Italia – scrive Aldo Moro nei giorni del suo sequestro – non possono non rilevarsi, accanto a responsabilità che si collocano fuori dall’Italia, indulgenze e connivenze di organi dello Stato e della Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori».

Per avviare le «pulizie in casa» (rimuovere o trasferire vertici e alti ufficiali degli apparati di forza statali compromessi con l’eversione nera) l’esecutivo guidato da Rumor (che il 17 maggio 1973 aveva subito un attentato del gruppo nazista Ordine Nuovo) utilizzò due dei suoi più importanti maggiorenti nei dicasteri strategici: Giulio Andreotti alla Difesa, Paolo Emilio Taviani all’Interno.

Andreotti il 20 giugno, in una a dir poco inusuale intervista a Il Mondo, svelò l’identità di agente dei servizi segreti di Guido Giannettini – il «collaboratore fascista del SID» lo definirà Aldo Moro – indagato per la strage di Piazza Fontana e fatto fuggire all’estero. Poi lo stesso ministro non solo consegnò alla magistratura una parte della documentazione relativa al golpe Borghese del 1970, riattivando l’indagine, ma rimosse dal vertice del SID il generale Vito Miceli che il 31 ottobre fu arrestato, poi assolto, per le inchieste sul golpe Borghese e per quello della Rosa dei Venti.

Miceli, già tramite di un finanziamento di 800.000 dollari giunto al Msi dall’amministrazione Usa nel 1972 nonché iscritto negli elenchi della P2, verrà poi eletto deputato nelle fila del partito di Almirante nel 1976.

Taviani due giorni dopo la strage di Brescia sciolse l’Ufficio Affari Riservati, gravato delle più pesanti accuse di complicità con l’estrema destra, spostando il suo potente capo (nonché suo uomo di fiducia e riferimento della CIA in Italia) Federico Umberto D’Amato alla guida della Polizia di Frontiera. Lo stesso D’Amato che l’ultima sentenza per la strage di Bologna indica come uno degli organizzatori del massacro del 2 agosto 1980 eseguito dai neofascisti dei Nar. Uno scioglimento che seguiva quello del gruppo Ordine Nuovo del 23 novembre 1973 voluto dallo stesso Taviani (dopo la condanna dei suoi dirigenti per ricostituzione del partito fascista) e l’arresto l’8 maggio 1974 di Carlo Fumagalli, guida del gruppo eversivo MAR (Movimento Azione Rivoluzionaria) già ufficiale dell’OSS statunitense e poi della CIA, nonché membro della Resistenza «bianca» di cui proprio Taviani era stato al vertice durante la seconda guerra mondiale. Il 30 maggio il neofascista Giancarlo Esposti (legato al Mar) veniva ucciso in uno scontro a fuoco con i carabinieri a Pian del Rascino.

Si assisteva allora al riposizionamento della classe dirigente protesa a ricostituirsi -scrisse Pasolini- «una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum» che aveva confermato la legge sul divorzio e posto per la prima volta la Dc (alleata al Msi) in minoranza nel Paese.
Si assiste oggi, in tempi in cui gli eredi missini sono al vertice dello Stato e rivendicano la loro storia come democratica e repubblicana, al tentativo di rimozione del contesto di quegli anni così ben rappresentato dal palco di Piazza Loggia dalle parole del sindacalista della Cisl Franco Castrezzari troncate dallo scoppio della bomba: «La nostra Costituzione vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista; eppure il Movimento Sociale Italiano vive e vegeta. Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della Repubblica Sociale Italiana ordiva fucilazioni e ordinava spietate repressioni, oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell’arco antifascista e perciò costituzionale».

Stragi, la memoria ritrovata

A CINQUANT’ANNI DALL’ECCIDIO DI PIAZZA DELLA LOGGIA A BRESCA. I volumi di Benedetta Tobagi per Laterza, e di Pietro Garbarino e Saverio Ferrari per Red Star Press. Sfatato il falso mito per cui quegli eventi sarebbero inintelligibili e ricostruite precise responsabilità. I legami tra la destra eversiva, gli apparati militari dell’intelligence italiana e dell’alleanza atlantica. Due analisi rigorose del fenomeno che ha insanguinato a lungo il Paese all’ombra della Guerra Fredda e nel quale hanno giocato un ruolo di primo piano i neofascisti

Davide Conti  28/05/2024

In uno spazio pubblico in cui la rimozione del passato ha assunto una funzione centrale nella costruzione di un presente senza storia, i lavori che muovono in «direzione ostinata e contraria» divengono preziosi. È il caso di due volumi che, mentre procede l’iter giudiziario dei processi per la strage di Bologna del 1980 e di Piazza Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 (di cui ricorre oggi il cinquantesimo anniversario), si incaricano di costringerci a ragionare sulle vicende umanamente più tragiche e democraticamente più drammatiche della storia repubblicana. È il caso dei libri di Benedetta Tobagi, Le stragi sono tutte un mistero (Laterza, pp. 288, euro 18), e di Pietro Garbarino, Saverio Ferrari, Piazza della Loggia cinquant’anni dopo (Red Star Press, pp. 152, euro 15).

ENTRAMBI I TESTI si presentano apparentemente come strumenti divulgativi ma in realtà mostrano da subito la capacità di approfondire (in modo convincente) e spiegare (in modo chiaro) temi assai complessi come quello relativo alla natura dello stragismo in Italia ovvero di un fenomeno storico duraturo, collocato dentro il cuore della Guerra Fredda e capace di incidere sulla qualità del sistema democratico e costituzionale della Repubblica. Ciò grazie al concorso di neofascisti come esecutori materiali; di apparati di forza dello Stato (nei suoi vertici tanto dell’Ufficio affari riservati del Ministero dell’interno quanto del Servizio informazioni difesa) come operatori della logistica delle stragi, dei depistaggi e delle esfiltrazioni; di significative parti delle classi dirigenti e proprietarie come finanziatori; di alti ufficiali della Nato non solo come interlocutori e protettori dei responsabili ma come osservatori decidenti seppur in un quadro non univoco, anzi «polimorfico», come ricorda Tobagi.

La storica, che maneggia con sapienza il tema, passa in rassegna larga parte del dibattito pubblico sugli anni del tritolo sfatando il falso mito secondo cui gli eventi stragisti sarebbero inintelligibili; chiarendo che non esistono servizi segreti «deviati» ma solo servizi segreti; smontando teorie dietrologiche protese alla costruzione di immaginarie piste alternative come quella palestinese o internazionale per la strage di Bologna del 1980.

Contestualmente si potrebbe aggiungere anche che la retorica celebrativa delle istituzioni «lo Stato ha vinto» e quella postfascista «la destra vittima di persecuzioni giudiziarie» hanno concorso ad erodere, nell’immaginario collettivo, l’evidenza dei fatti.

È POSSIBILE AFFERMARE la vittoria dello Stato con tanta solennità quando, in media dopo mezzo secolo dai fatti, i processi non sono ancora conclusi; il grado di impunità dei responsabili resta altissimo; la memoria pubblica è praticamente evaporata nelle nuove generazioni per le mancanze di quelle precedenti? Così se da un lato Tobagi cita il sondaggio del 2006 condotto nelle scuole superiori di Milano (secondo cui il 41% degli studenti riteneva le Brigate Rosse e non i neofascisti di Ordine Nuovo responsabili della strage di Piazza Fontana) dall’altro non ci si può esimere dal sottolineare come il lavorio di tutti quei «narratori» pubblici, che l’autrice definisce generosamente «filo-governativi rassicuranti», abbia iniziato a fare breccia facendo leva non su argomenti e contenuti di merito quanto piuttosto su banalizzazioni, uso del senso comune, stanchezza e disattenzione dell’opinione pubblica.

IN QUESTO SENSO Garbarino e Ferrari riallineano fatti e documenti offrendo un focus importante sulla strage di Brescia del 1974 e soprattutto su quella organizzazione «denominata Ordine Nero nella quale erano confluiti i reduci del gruppo Movimento politico Ordine Nuovo, a loro volta eredi di quel Centro studi Ordine Nuovo, fondato nel 1956 da Giuseppe Umberto (Pino) Rauti e confluito in parte, nel 1969, nel Msi di Giorgio Almirante». Un gruppo che, lungi dall’essere «solo» filo-nazista, rappresentò una struttura intranea agli apparati militari dell’intelligence italiana e dell’alleanza atlantica negli anni della guerra non ortodossa al comunismo fatta di stragi, attività eversive e minacce golpiste. Un percorso che oggi ha portato il processo di Brescia sulla soglia degli uffici del Comando Nato di Verona.

Gli autori offrono così, per il tramite dell’intelligenza dei fatti, elementi conoscitivi imprescindibili e richiamano l’osservazione sul modo in cui nella sfera pubblica è rappresentato il «racconto» delle stragi e, dunque, sul modo in cui noi, in ultima istanza, rappresentiamo noi stessi.

Una supertestimone ricorda la genesi dell’eccidio di Piazza della Loggia

INCHIESTE. «La ragazza di Gladio» di Paolo Biondani, pubblicato da Fuoriscena

Andrea Sceresini  28/05/2024

Viviamo in un’epoca dalla memoria corta, che tende a sostituire i fatti con le opinioni e le certezze con le ipotesi. Perciò il libro di Paolo Biondani La ragazza di Gladio (Fuoriscena, pp. 384, euro 18) è oggi più che mai un testo prezioso. Basandosi unicamente sulle sentenze e sui fatti accertati, Biondani ripercorre in quasi quattrocento pagine la storia delle stragi fasciste e mafiose che hanno insanguinato l’Italia tra il 1969 e il 1993.

QUELLO CHE NE EMERGE è uno scenario devastante ma accurato al millimetro, dove ogni virgola ha il suo preciso riscontro e nessuna frase necessita del condizionale. E allora, eccoli, i giovanissimi neonazi di Ordine Nuovo, sguinzagliati con i loro carichi di esplosivo da piazzare all’interno delle banche, nelle piazze e sui treni. Ed ecco gli ufficiali dei carabinieri che li istruivano dentro le caserme, e gli uomini dei servizi segreti che li aiutavano a fuggire all’estero mentre certi anarchici distratti cadevano giù dalle finestre delle questure. Una trama che si è ripetuta più volte, e che ci dice molto su quello che eravamo ma anche su quello che siamo. Biondani ha poi un’ulteriore intuizione: inspirandosi al «follow the money» di falconiana memoria, decide di mettersi sulle tracce dei depositi di armi e di esplosivi: dai «Nasco» di Gladio alle «collezioni private» rinvenute nelle soffitte dei nostri decoratissimi 007. È una prospettiva nuova, che parte dall’arma del delitto e dall’identikit istituzionale di chi ce l’aveva in custodia, collegando in modo ancor più palese i mandanti con gli esecutori – e facendo comprendere, se ancora ce ne fosse bisogno, perché sia i primi che i secondi sono riusciti il più delle volte a farla franca.

La «ragazza» del titolo è l’ultima supertestimone del processo per la strage di Piazza della Loggia, e la sua vicenda è così incredibile e istruttiva che meriterebbe probabilmente un libro a parte. All’epoca aveva 17 anni ed era la fidanzata di Silvio Ferrari, il ventenne ordinovista che morì dilaniato dall’ordigno che egli stesso stava trasportando per le strade di Brescia nella notte del 19 maggio 1974, nove giorni prima dell’eccidio. Oggi, dopo decenni di impaurito silenzio, l’ormai ex ragazza ha finalmente deciso di parlare, infrangendo un voto di omertà che le ha permesso «per miracolo» – come lei stessa confida agli inquirenti – di avere salva la propria vita. «Silvio doveva essere l’autore di una strage al Blue Note», si legge nei verbali. E poi: «Avevamo parlato più volte di questo attentato nei mesi precedenti. L’attentato avrebbe aiutato la destra, o meglio, avrebbe aiutato a far venire in Italia un regime militare».

Ma i passaggi più clamorosi del suo racconto sono decisamente altri. Il progetto della strage al noto jazz club bresciano era stato approntato – sempre secondo la testimone – da alcuni ufficiali dei carabinieri guidati dall’allora capitano Francesco Delfino, che nel 2008 sarebbe stato rinviato a giudizio – e poi assolto – proprio per la strage di piazza della Loggia. «Silvio precisava che lui agiva per i carabinieri – dice la donna -, erano loro che volevano questo attentato».

PER MESI, I NEOFASCISTI di Ordine Nuovo avrebbero avuto libero accesso alle caserme dell’Arma e della Nato, e più volte Silvio Ferrari avrebbe portato con sé proprio la sua fidanzata. Agli appuntamenti partecipava anche un altro ordinovista «ragazzino»: l’allora minorenne Marco Toffaloni, che è stato recentemente rinviato a giudizio con l’accusa di essere stato l’autore materiale dell’eccidio di Brescia. Stragisti e mandanti, per l’appunto – una storia che è necessario non smettere di raccontare.

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