BLINKEN: “AVANTI CON LA DISTRUZIONE DI HAMAS” da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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BLINKEN: “AVANTI CON LA DISTRUZIONE DI HAMAS” da IL MANIFESTO e IL FATTO

Blinken torna in Israele, avanti con «la distruzione di Hamas»

Promesse vaghe sulla soluzione a due Stati. Al segretario di Stato Usa una sola richiesta in tutto il Medio Oriente: cessate il fuoco

Michele Giorgio, GERUSALEMME  10/01/2024

I giornali arabi scrivono che ovunque sia andato durante il suo tour in Turchia e nelle capitali arabe, Blinken si è sentito ripetere lo stesso messaggio: Washington fermi l’offensiva israeliana Gaza, vogliamo un cessate il fuoco completo seguito da negoziati che portino al rilancio della soluzione a due stati e alla nascita di uno Stato palestinese indipendente.

IL SEGRETARIO di Stato avrebbe replicato che la «distruzione di Hamas» da parte di Israele non è in discussione, quindi l’offensiva a Gaza andrà avanti, anche un anno come ripetono i vertici israeliani. Ma gli Usa fanno di tutto per contenerla e per renderla simile a quanto Israele già fa in Cisgiordania: attacchi veloci, letali e distruttivi nelle città e nei campi profughi palestinesi con morti e feriti non solo tra i combattenti armati. Non è quello che desiderano i leader arabi alleati di Washington alla guida di popolazioni che guardano sgomente le stragi di civili a Gaza e applaudono con crescente convinzione alla resistenza armata che Hamas riesce ad opporre alle truppe israeliane.
Zvi Barel

La più grande potenza mondiale si comporta come una forza di polizia locale invece di sostenere la missione strategica che può e deve compiere


Blinken ha fatto promesse vaghe sulla soluzione a due stati – che Israele respinge oggi ancora più che in passato – ed è stato perentorio quando ha detto ai suoi interlocutori arabi che Hamas non avrà alcun ruolo politico in qualunque accordo postbellico sarà trovato per Gaza. Ha chiesto che il mondo arabo «moderato» e la Turchia offrano il loro appoggio non solo alla ricostruzione di Gaza ma anche alla costituzione dell’entità palestinese che dovrà amministrare la Striscia. Un’Autorità nazionale palestinese «riformata», nella visione dell’Amministrazione Usa, perché Benyamin Netanyahu, il suo governo e anche buona parte dell’opposizione il governo palestinese di Ramallah non lo vogliono.

CHI SARANNO questi «nuovi leader palestinesi» pronti a governare Gaza sapendo che Hamas non cesserà di esistere come sognano Israele e Stati uniti? Blinken non ha una risposta a questa domanda che gli avrebbero posto in particolare il presidente turco Erdogan – storico alleato del movimento islamico palestinese – e l’hashemita re Abdullah che, come l’egiziano El Sisi, continua a vedere dietro le manovre militari israeliane l’obiettivo di spingere nel Sinai i due milioni di palestinesi di Gaza e in Giordania gli oltre tre milioni che vivono nella Cisgiordania occupata. «La leadership americana è totalmente distaccata dalla realtà» scriveva due giorni fa Abdelmajid Suweilim, editorialista del quotidiano Al Ayyam di Ramallah, «illude se stessa e i suoi alleati nella regione mediorientale, ritiene che le questioni siano già state decise e che non rimanga altro da fare se non firmare accordi e intese sulle modalità». La realtà è ben diversa, ha proseguito Suweilim, «il giorno della conclusione della guerra avviata da Israele non è affatto nell’aria. Saranno il campo di battaglia e i fatti sul terreno a determinare i potenziali parametri per quegli accordi che gli Stati uniti e Israele starebbero esplorando mentre cercano partner che li aiutino a formularli e si assumano la responsabilità degli sforzi di ricostruzione e di molti altri compiti».

A CONTI FATTI, riassume da parte sua l’analista israeliano Zvi Barel, «Washington può tutt’al più condurre una politica di spegnimento degli incendi». Attraverso i suoi amici nella regione, aggiunge Barel, ha inviato un messaggioall’Iran, si è impegnata per impedire che gli scontri sul confine tra Israele e Libano degenerino in una guerra totale, ha usato una forza moderata contro gli Houthi nel Mar Rosso, ha imposto a Israele l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza e lo stop ai coloni che attaccano i palestinesi della Cisgiordania. «Il risultato – conclude l’analista – è che la più grande potenza mondiale si comporta come una forza di polizia locale. Si sta occupando separatamente di ciascun settore – Libano, Gaza, Mar Rosso – invece di intraprendere la missione strategica che può e deve compiere».

All’ombra della guerra, la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania

Riccardo Noury  8 Gennaio 2024

Da quando, nel 2006, l’organizzazione non governativa israeliana Yesh Din ha iniziato a monitorare la violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata, quello appena terminato è stato di gran lunga l’anno peggiore dal punto di vista del numero e della gravità degli attacchi – oltre un migliaio -, della massiccia partecipazione di civili israeliani e delle conseguenze per i civili palestinesi. I dati di Yesh Din coincidono con quelli delle Nazioni Unite621 attacchi nel 2022, 1200 nel 2023.

Il periodo dopo il 7 ottobre è stato particolarmente violento, con 242 atti di violenza da parte dei coloni contro un centinaio di comunità palestinesi della Cisgiordania occupata, in cui sono stati uccisi nove palestinesi. Ma anche nei mesi precedenti c’erano stati gravissimi episodi, come a Huwara a febbraio e a Turmusaya a giugno, quando centinaia di coloni israeliani avevano messo a ferro e fuoco i villaggi palestinesi, incendiando decine di abitazioni, ferendo centinaia di persone e uccidendone almeno due.

Nelle ultime settimane, le forze di sicurezza israeliane hanno passato agli organi d’informazione una serie di dati minimizzanti, che lascerebbero intendere che il 2023 non è stato dopotutto un anno terribile. Ma questi dati si riferiscono non agli attacchi violenti dei coloni, bensì al numero delle denunce. A leggerli bene, dunque, quello che emerge non è il decremento della violenza dei coloni, ma l’aumento della sfiducia dei palestinesi nella giustizia delle autorità di occupazione.

Come già messo in evidenza in un precedente post, dal 2005 al 2022 sono stati aperti fascicoli su 1597 casi di violenza da parte di civili israeliani nei confronti di civili palestinesi nella Cisgiordania occupata (Gerusalemme Est esclusa); 1531 indagini sono state portate a termine, ma per essere chiuse; le altre hanno prodotto 46 condanne. In sintesi, solo il tre per cento delle indagini su violenze dei coloni israeliani dal 2005 è terminato con una condanna.

La conclusione di Yesh Din è che la violenza dei coloni non è una “campagna” di questi ultimi, come ha dichiarato il primo ministro israeliano Netanyahu. La violenza dei coloni è una politica del governo israeliano.

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