BAVAGLI ASLLA STAMPA, ANAC E CORTE DEI CONTI: MELONI SILENZIA TUTTI da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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BAVAGLI ASLLA STAMPA, ANAC E CORTE DEI CONTI: MELONI SILENZIA TUTTI da IL FATTO

Bavaglio alla stampa, Anac e Corte dei Conti: Meloni silenzia tutti

NON DISTURBARE IL MANOVRATORE – Allergia ai controlli. Non solo l’emendamento Costa: la destra vuole smantellare ogni vincolo A iniziare dal Parlamento

ILARIA PROIETTI  24 DICEMBRE 2023

E pure la Corte dei Conti è sistemata dopo aver messo a cuccia l’Anac e tutti gli altri – dal Consiglio di Stato a Bankitalia passando per il Servizio Bilancio del Senato – che si sono permessi di alzare il ditino, contestando questa o quella misura al governo. Morale: zitti e mosca. E questo è solo l’antipasto toccato in sorte agli organismi di controllo e mica solo a loro: il diktat “zero emendamenti” alla Manovra partito a ottobre da Palazzo Chigi ha dato plastica conferma del ruolo ancillare, per non dire decorativo, che sivuole riservare al Parlamento con la “riforma delle riforme” targata Casellati. Che formalizzerà il nuovo assetto: addio alla centralità riservata dalla Costituzione a Camera e Senato per far posto a un Parlamento alle dipendenze dell’esecutivo. Un disegno in ossequio alla governabilità che trasuda di particolari intenzioni ideologiche, per non dire vendicative. Un esempio? La costituzionalizzazione del Porcellum che la Consulta aveva bocciato nel 2013 ritenendo “una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica” il premio di maggioranza che adesso è blindato direttamente in Costituzione. Per tacere dell’altro trauma subìto dal centrodestra: la decadenza, sempre nel 2013, di Berlusconi da Palazzo Madama anche per mano dei senatori a vita. Contro cui all’epoca Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministra delle Riforme entrata nell’orbita di Giorgia Meloni, aveva usato l’arma della ritorsione: aveva sostenuto che Rubbia, Abbado, Piano e soprattutto Cattaneo non avevano sufficientemente illustrato la Patria per meritare il laticlavio donato loro dal Quirinale: oggi eccola servita la vendetta della loro estinzione.

Ma torniamo ai lavoretti di fino e cioè a Calderoli all’opera sull’autonomia differenziata già ribattezzata la secessione dei ricchi: l’ha appaltata alle cure della commissione dei suoi saggi con il risultato che il Parlamento pende dalle labbra di Cassese&Co per sapere quali siano mai i diritti fondamentali minimi che lo Stato deve continuare a garantire ai cittadini da Trieste in giù e quali altri dipenderanno dalla fortuna di essere nati nella regione giusta. Chi vivrà vedrà. Intanto il governo di Giorgia Meloni si è già sbizzarrito sul resto facendo ballare i disfattisti, insomma quanti sono più o meno apertamente accusati di remare contro il nuovo corso. Ecco allora materializzarsi la cura del sale che assomiglia molto da vicino alla mordacchia, specie nei confronti degli organismi di controllo democratico: il ceffone rifilato alla stampa con l’approvazione di un emendamento che impone il divieto della pubblicazione delle misure cautelari in ossequio al diritto alla privacy degli indagati è solo l’ultimo esempio. Al Consiglio di Stato che ha osato bocciare la riorganizzazione dei ministeri, Palazzo Chigi ha risposto tra l’altro con un’infornata di “giudici” di nomina governativa che a Palazzo Spada ora saranno chiamati a giudicare gli atti delle amministrazioni di cui facevano parte fino al giorno prima. E ancora. In attesa della riforma Nordio che, per come s’annuncia farebbe la gioia di Silvio Berlusconi, al Consiglio superiore della Magistratura in più di un’occasione si è materializzato l’orrido sospetto della vendetta politica contro i magistrati ritenuti ostili. Come nella pantomima sulla richiesta di distacco per un incarico in Europa di Lorenzo Jannelli che aveva al tempo disposto il rinvio a giudizio per Matteo Salvini per la vicenda Open Arms.

Eppoi le dita negli occhi all’Anac, rea di aver criticato la riesumazione della vecchia gara per il Ponte sullo Stretto di Messina, il nuovo codice degli appalti e i rischi legati all’abolizione dell’abuso d’ufficio: dentro la maggioranza c’è chi, come Salvini, ha chiesto le dimissioni del presidente Busìa mentre il ministro Nordio ha ben pensato di escluderlo dalla delegazione governativa alla Conferenza Onu sulla corruzione. Le misure anticipate dal Fatto Quotidiano che riguardano la Corte dei Conti vanno nella stessa direzione: la sterilizzazione nei fatti dei controlli per consegnare ai dirigenti pubblici lo scudo contro il danno erariale da accompagnare a quello penale che è solo questione di tempo.

Il Procuratore Curcio sul bavaglio: “Non sono secretate: continuerò a rilasciare ordinanze ai cronisti”

IL PROCURATORE – “È tecnicamente incomprensibile: una sintesi è sempre meno precisa del testo dell’atto

VINCENZO IURILLO  24 DICEMBRE 2023

Il primo a codificare questa prassi fu il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo nel 2019, quando era alla guida della Procura di Napoli, con una circolare sulla comunicazione giudiziaria: via libera al rilascio ai giornalisti delle ordinanze di custodia cautelare riguardanti fatti, personaggi e vicende di interesse pubblico, dietro il pagamento del bollo dei diritti di copia. Una prassi che ha fatto scuola e che hanno adottato diversi altri procuratori. Tra i quali il capo della Procura di Potenza, Francesco Curcio.

Procuratore Curcio, continuerà a rilasciare copia dell’ordinanza ai giornalisti anche se l’emendamento Costa che introduce il divieto di pubblicazione dell’ordinanza, anche per estratto, dovesse diventare legge?

Sì. Le ordinanze non sono state secretate, la loro conoscibilità resta possibile. Non sono pubblicabili i contenuti specifici, ma il giornalista, ottenuta la copia, mentre prima poteva riportare per estratto alcuni passaggi col copia e incolla, ora ne farà una sintesi secondo la sua sensibilità e il suo stile.

Come giudica questa riforma sul punto?

Tecnicamente non è comprensibile. Nel momento in cui un atto non è più segreto, perché noto all’indagato e quindi non più controllabile, non capisco perché obbligare i giornalisti a una sintesi sicuramente meno precisa rispetto al testo dell’atto.

La spiegazione del legislatore è che così si assicura un maggiore rispetto del principio di innocenza dell’indagato. Questa spiegazione la convince?

La questione non dovrebbe riguardare la colpevolezza o l’innocenza dell’indagato, ma l’esattezza del resoconto del procedimento penale in quel dato momento. La possibilità di riportare con esattezza il contenuto di alcuni passaggi rende quel resoconto più preciso e la presunzione di innocenza resta comunque in vigore fino al passaggio in giudicato di una eventuale condanna. Non capisco l’incrocio dei due temi. Forse si vuole evitare la pubblicazione delle intercettazioni? Forse è questo alla fine il solito spauracchio?

Forse sì.

Ma è meglio riportarle integralmente, che averne una sintesi che può essere sbagliata o non rendere bene le parole usate dagli interlocutori intercettati.

La disciplina in vigore sulla pubblicazione degli atti giudiziari e delle intercettazioni è buona o può essere migliorata?

La disciplina sugli atti giudiziari e sulle intercettazioni, e mi riferisco sia alla loro pubblicazione che alla loro disciplina di utilizzo processuale dopo le numerose riforme compiute, è un’ottima disciplina, salvo la recente modifica che prevede un quasi generalizzato divieto di utilizzazione delle intercettazioni per reati diversi rispetto a quelli per i quali si procedeva in quel momento. Non si capisce perché, se per entrambi i tipi di reato sono consentite le intercettazioni, in un caso posso usarle e nell’altro no. Un aspetto dell’attuale disciplina che non condivido, e che comunque applichiamo doverosamente.

Secondo lei quale è lo scopo dell’emendamento Costa?

Non ne vedo, vedo solo effetti peggiorativi per l’opinione pubblica e per gli stessi indagati. Forse bisognerebbe chiederlo a lui.

Battaglia dei giornalisti: può arrivare lo sciopero

AVVISO – La Fnsi non sarà alla conferenza della premier

 ALESSANDRO MANTOVANI  24 DICEMBRE 2023

Alla conferenza stampa di Giorgia Meloni non ci saranno i vertici della Federazione della stampa (Fnsi), il sindacato unitario ma non più unico dei giornalisti italiani. La segretaria Alessandra Costante non parteciperà al tradizionale appuntamento di fine anno, spostato a giovedì 28 dicembre per l’influenza della presidente del Consiglio: il sindacato protesta così contro l’emendamento di Enrico Costa di Azione approvato alla Camera, che delega il governo a vietare la pubblicazione anche per estratto delle ordinanze di custodia cautelare fino alla fine delle indagini preliminari. Si parla anche di sciopero, l’ha scritto giovedì la Fnsi: deciderà il 3 gennaio la Conferenza dei Comitati di redazione, gli organismi di base di giornali, siti internet e testate di radio e tv.

“L’emendamento Costa arriva a valle di una serie di norme che restringono il diritto di cronaca”, sottolinea Costante. La pubblicazione degli altri atti non segreti delle inchieste penali – decreti di perquisizione, verbali, ecc. – è già vietata dal 2022 per effetto della legge Cartabia (134 del 2021) sulla quale la Fnsi, dopo essersi mossa in ritardo perché ai tempi di Draghi erano tutti più buoni, ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia Ue e attende la decisione. Altre misure hanno investito negli ultimi anni la pubblicazione delle intercettazioni e i rapporti tra cronisti e uffici giudiziari e di polizia, riducendo di fatto la completezza e l’affidabilità dell’informazione sulle inchieste giudiziarie, a volte anche a danno degli indagati, in un Paese in cui i processi durano molto più che altrove. Costante, genovese del Secolo XIX, ricorda il caso del ponte Morandi, più volte citato dal Fatto: il crollo risale al 2018, l’inizio del processo al 2022, la prescrizione incombe e senza gli atti d’indagine finiti sui giornali nel 2019 e nel 2020 sarebbe stato difficile discutere delle manutenzioni autostradali mancate. Ma l’attacco alla cronaca parte da lontano, si intreccia con lo scontro sulla giustizia e certamente non finisce qui: “Sono in discussione – ricorda Costante – anche una nuova legge sulle intercettazioni e il Ddl Balboni sulla diffamazione, che prevede sanzioni fino a 50 mila euro”. Si aggiungerebbero al risarcimento dei danni, ovviamente dovuto quando i giornali hanno torto, risultando più incisive delle attuali pene detentive, illegittime secondo la Corte europea dei diritti umani ma puramente teoriche salvo recidiva.

Il sindacato diserta la conferenza stampa di Meloni e l’Ordine dei giornalisti, che la organizza con l’Associazione stampa parlamentare, probabilmente confermerà in quella sede l’opposizione all’emendamento Costa, in discussione a gennaio al Senato. La maggioranza di destra alla Camera si è schierata compatta con renziani e calendiani, a Palazzo Madama vedremo. Il governo non si è esposto granché.

A premere per lo sciopero sono le associazioni di stampa di Roma e Milano, il vertice nazionale è più cauto: “C’è una spinta molto forte”, sottolinea Costante. Così la decisione è stata affidata ai Comitati di redazione, toccherà a loro “stabilire la scansione temporale delle azioni che dovranno portare allo sciopero generale, uno sciopero contro la censura di Stato e per rivendicare l’identità e la dignità della nostra professione”, scrive la Fnsi.

Ipotesi radicale e anche rischiosa, lo sciopero: tra testate che chiudono, cassa integrazione, solidarietà e prepensionamenti, la categoria non se la passa bene e la Fnsi, finora, non ha mosso un dito per il rinnovo di un contratto collettivo scaduto nel lontano 2016. Ci si domanda se abbia senso colpire, con lo sciopero, gli editori, anche loro penalizzati dalle restrizioni al diritto di cronaca. Ma la loro federazione, la Fieg, sull’emendamento Costa non ha detto una parola. Forse perché sta trattando con il governo su assicurazione anti-infortuni e nuovi prepensionamenti.

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