AUTONOMIA SPACCA ITALIA, LA LEGGE SI PUÒ BLOCCARE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
16647
post-template-default,single,single-post,postid-16647,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

AUTONOMIA SPACCA ITALIA, LA LEGGE SI PUÒ BLOCCARE da IL FATTO

Autonomia spacca Italia, la legge si può bloccare

GIANFRANCO VIESTI  20 GIUGNO 2024

Che cosa è successo ieri con la definitiva approvazione della legge sull’autonomia differenziata? Da un punto di vista giuridico ben poco. Non è stato concesso alcun potere. Per quello, bisognerà attendere la firma, e poi la ratifica, di intese fra lo Stato e ciascuna regione. Il confronto politico, delle idee, si sposta quindi sul piano della conoscenza e della discussione di quei contenuti. Tra l’altro, essendo quella approvata una legge ordinaria, qualsiasi sua disposizione può essere modificata da una norma successiva. La battaglia è ancora lunga.

Ma sono stati raggiunti almeno tre importanti obiettivi. Il primo è la rinnovata coesione nella maggioranza, a qualsiasi condizione. Anche a costo di approvare una norma, che deriva dall’antica predicazione leghista, che può disarticolare lo Stato e trasformare l’Italia in un Paese arlecchino. Che cozza frontalmente con la cultura politica di Fratelli d’Italia: girano in Rete le bellicose dichiarazioni di Giorgia Meloni del dicembre 2014, con le quali presentava la sua riforma costituzionale per abolire le regioni, fonte a suo dire di ogni spreco. Oggi le trasforma in Stati-regione dall’ampia sovranità. Una maggioranza che preoccupa: per tanti motivi ma anche perché è disposta a compiere qualsiasi scelta pur di restare al potere.

Il secondo è l’auto-mortificazione del Parlamento. I deputati di maggioranza, con questa legge, hanno deciso di privarsi del diritto-dovere di discutere a fondo i contenuti delle intese, cioè di riflettere su quali poteri, a oggi incardinati nel legislativo nazionale, saranno ceduti. Con un anticipo del premierato, scegliere che cosa e quanto concedere lo decide la presidente del Consiglio; a deputati e senatori spetterà, al termine del percorso un voto di mera ratifica; di giubilante approvazione delle scelte del capo. Così, con queste tristi pagine di storia parlamentare potrebbero avere fine il Servizio sanitario nazionale, la scuola pubblica unitaria, il sistema delle infrastrutture e dell’energia.

Il terzo è che si fornisce un’arma di propaganda. Si dice: con questa legge saranno garantite pari condizioni nei servizi nel Mezzogiorno grazie ai famosi Lep. Che sia una bufala, nonostante le predicazioni di Sabino Cassese è facile intuirlo: chi potrebbe mai ragionevolmente pensare che Luca Zaia e Attilio Fontana abbiano fatto questa lunga lotta per far arrivare più risorse al Sud? Come è evidente da tutti i documenti, l’obiettivo è esattamente il contrario: trattenerne il più possibile nei propri confini. Questo si otterrà grazie a una percentuale garantita del prelievo fiscale nazionale che rimarrà in regione (la “compartecipazione”). Altro che responsabilizzazione delle classi dirigenti. Un bengodi. Lo Stato, cattivo, tassa; la Regione, buona, spende, senza vincoli di destinazione. Quanto ai Lep, abbiamo un impegno con l’Unione europea a stabilirli, e a mettere a regime tutta l’impalcatura del federalismo fiscale, nel Pnrr. Richiedono comunque risorse che non ci sono. Ma a ogni buon conto, il governo ha pensato bene di nominare presidente della commissione tecnica che dovrà fare i conti, una consulente ufficiale della Regione Veneto. Non si sa mai.

E ora? La strada per i sostenitori della secessione dei ricchi si è fatta più agevole, ma è ancora lunga. Per chi vuole opporsi, ci sono più piani. Il primo è quello della mobilitazione politico-culturale generale su questa assurda idea di Paese arlecchinesco. Coinvolgendo i cittadini, del Sud e del Nord. Cercando di far pagare un prezzo politico elevato a Forza Italia e a Fratelli d’Italia. Nel Mezzogiorno ci sono possibilità, come mostrano le posizioni molto perplesse del presidente forzista della Calabria, ma questo va fatto anche e soprattutto nelle città del Nord, finora troppo distratte.

Il secondo, è quello di marcare stretto il governo sui possibili contenuti delle intese, che inizialmente possono riguardare solo alcune materie (cosiddette non-Lep). C’è certamente una trattativa regioni-ministeri in corso, di cui Parlamento e cittadini non sanno nulla. E allora chiedere alla presidente: se questo cambiamento fa così bene all’Italia, perché ne nascondete gli effettivi contenuti? Parliamo della follia di spezzettare la Protezione civile, ad esempio? Infine, come ricorda Massimo Villone, c’è la possibilità dei ricorsi in via principale di alcune regioni (auspicabilmente del Nord e del Sud) alla Corte Costituzionale. Assai meno importante la strada referendaria, per i suoi tempi e contenuti (anche se si abolisse questa legge le intese successive resterebbero valide).

Insomma, il 19 giugno non resterà nella memoria della Repubblica come una giornata felice. Ma tempo e modo per contrastare la secessione dei ricchi ancora ci sono.

“Rischiamo di diventare una autocrazia elettiva”

L’INTERVISTA – “La legge Calderoli mette in pericolo il principio di uguaglianza”

 SILVIA TRUZZI  20 GIUGNO 2024

Non possono e non vogliono tacere gli oltre 180 professori che si sono uniti a Liliana Segre nella ferma presa di posizione contro il premierato. Tra loro c’è anche Francesco Pallante, ordinario di Diritto costituzionale a Torino.

Professore, dite che “la creazione di un sistema ibrido, né parlamentare né presidenziale, introdurrebbe contraddizioni insanabili nella nostra Costituzione”. Quali sono?

La riforma mira a trasformare il sistema attuale nel suo opposto: oggi votiamo per eleggere il Parlamento e il governo si forma di conseguenza; con il premierato voteremmo per eleggere il capo del governo e il Parlamento si formerebbe di conseguenza. Si tratta di una forma di autocrazia elettiva che non ha eguali nel mondo democratico. Ovunque vi sia democrazia non vi è certezza matematica che le elezioni producano una maggioranza assoluta in Parlamento: se il sistema politico è plurale, il Parlamento è plurale. La costruzione a qualsiasi costo di una maggioranza parlamentare assoluta è un’ossessione tutta italiana, la cui realizzazione è incompatibile con il costituzionalismo democratico.

Con un Parlamento ancor più esautorato e con un presidente della Repubblica ridotto a notaio, il potere esecutivo non ha più nessuno a cui rendere conto: è questa la stabilità?

Già oggi il ruolo del Parlamento è ridotto al lumicino: a dominare anche sul processo legislativo è il governo e, al suo interno, il presidente del Consiglio. Le opposizioni contano pochissimo e la stessa maggioranza è sotto il costante ricatto della questione di fiducia. Con il premierato anche la residua dialettica parlamentare verrebbe meno, in particolare all’interno della maggioranza, perché qualsiasi deviazione dagli ordini del capo potrebbe portare allo scioglimento anticipato delle Camere. Quanto al presidente della Repubblica, il suo ruolo sarebbe ridotto a quello di esecutore delle istruzioni del premier.

Che effetti avrebbe costituzionalizzare il premio di maggioranza?

La Corte costituzionale ha sancito che le leggi elettorali possono, sì, favorire la creazione di una maggioranza assoluta, ma in nessun caso garantirla. Il Porcellum e l’Italicum sono stati dichiarati incostituzionali perché, in caso di estrema frammentazione politica, consentivano a un partito con il 15 dei voti, o anche meno, di ottenere il premio, in violazione del principio d’uguaglianza. Ora, l’articolo 92 della Carta riformato afferma che la legge elettorale dovrà assegnare un premio in modo che ai partiti più votati sia garantita “una maggioranza dei seggi in ciascuna delle Camere”. Ne segue che se la legge elettorale garantirà in ogni caso una maggioranza, violerà il principio dell’uguaglianza del voto; se non lo farà, violerà il nuovo articolo 92.

Il premierato si accompagna all’Autonomia differenziata. Dicono di attuare il titolo V della Costituzione: è così?

L’art. 116 prevede l’autonomia differenziata, ma le sue disposizioni devono essere interpretate alla luce del principio fondamentale di unità e indivisibilità della Repubblica (art. 5). Poiché la differenziazione regionale impatta sui diritti costituzionali, a venire in gioco è anche il rispetto del principio di uguaglianza (art. 3). Ciò significa che le regioni possono ottenere nuovi poteri solo a condizione che ciò non rappresenti un pericolo per i principi ora ricordati. Basta uno sguardo alle richieste regionali in tema di scuola, sanità, infrastrutture, governo del territorio, energia, demanio idrico, ecc. per rendersi immediatamente conto che la violazione di unità e uguaglianza sarebbe una certezza.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.