ATENEI IN SCIOPERO: “UNIVERSITÀ FUORI DALLA FILIERA BELLICA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ATENEI IN SCIOPERO: “UNIVERSITÀ FUORI DALLA FILIERA BELLICA” da IL MANIFESTO

Atenei in sciopero «Università fuori dalla filiera bellica»

GIÙ LE MANI. Roma, Milano, Padova, Bari e tante altre: protesta diffusa contro la collaborazione nella ricerca militare con i campus israeliani

Luciana Cimino, ROMA  10/04/2024

Dopo lo sciopero di ieri, che ha coinvolto decine di università in diverse forme tra presìdi e occupazioni lampo, studenti, docenti e ricercatori non fermano la mobilitazione ma, anzi, lanciano un appello per un’assemblea pubblica del mondo della ricerca il prossimo 17 aprile.

«DOBBIAMO discutere come rilanciare le iniziative per interrompere i legami tra ricerca pubblica italiana, istituzioni israeliane e industria militare, e per costruire veri ponti di pace attraverso la creazione di canali di cooperazione e supporto alla popolazione palestinese», dicono dal presidio romano sotto al ministero degli Affari Esteri. Sono in collegamento telefonico con i collettivi degli altri atenei in lotta contro l’ormai famigerato bando Maeci: Napoli, Milano, Padova, Bari, Pisa, Siena. Chiedono un incontro con il ministro Antonio Tajani ma, dopo ore di presidio circondati dalla stampa, li riceve solo un funzionario e giusto per «recepire» le due proposte sottoscritte da oltre 2.500 persone tra professori e studenti. «Abbiamo riassunto le nostre richieste in due punti fondamentali al ministro degli Esteri – spiega la docente della Sapienza, Laura Guazzone – La cancellazione, sospensione o rinvio del bando attuale e l’apertura alla partecipazione dei colleghi palestinesi, docenti e studenti ai canali di cooperazione privilegiati con i paesi in conflitto per permettere un accesso privilegiato alle nostre strutture di ricerca per lo studio e l’insegnamento».
Nessuna risposta finora dalla Farnesina mentre si attivano il ministero dell’Università, guidato da Annamaria Bernini e quello dell’Interno con Matteo Piantedosi.

LA MINISTRA, in missione negli Stati uniti, ha fatto trapelare di essere rimasta costantemente aggiornata su quanto accaduto negli atenei, «a partire dalle occupazioni dei rettorati di Napoli e Politecnico di Milano». Secondo fonti informate, Bernini avrebbe parlato di episodi «inaccettabili» e ha programmato un incontro con il Viminale. Intanto è il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz a dirsi disposto a incontrare gli studenti, ma dopo averli accusati di antisemitismo. Proposta rifiutata.
Il punto non è solo il bando Maeci che scade oggi ed è episodico ma la sospensione degli accordi fra atenei e industria bellica. «È un momento importante – spiega la ricercatrice Paola Rivetti – Lavoratrici e lavoratori delle università e studenti dicono che non vogliono essere complici con chi sviluppa e mette a punto armi per la distruzione di territori e popolazioni e con il genocidio in corso». «Ad oggi – nota Rivetti – non esiste alcuna istituzione israeliana che si sia dissociata dalla linea governativa e che abbia criticato la continuazione dell’attacco militare contro Gaza. Le colleghe e i colleghi che hanno osato dissentire sono state punite dalle loro istituzioni con sospensioni, licenziamenti e, nel caso della collega Shalhoub-Kevorkian della Hebrew University, come è ormai noto, persino con la detenzione temporanea e la confisca temporanea del passaporto».

I DOCENTI e i ricercatori presenti ai presidi di tutta Italia, firmatari della lettera, insistono nello spiegare che non c’è nessuno ostracismo verso i colleghi israeliani ma che vogliono fare pressioni sulle istituzioni.
Anche Filippo Girardi, del collettivo Cambiare Rotta, difende i boicottaggi dei bandi per la ricarica dual use (che possono essere usati anche a scopo militare, ndr): «L’università è ormai l’inizio della catena della filiera bellica, e il governo vuole aumentare la spesa militare mentre taglia il diritto allo studio».

Allo sciopero universitario di ieri ha aderito anche il sindacato Usb, con una protesta partita dalle ore 12 a fine turno per il personale tecnico amministrativo, bibliotecario e docente delle università e per l’intera giornata per il personale delle università di Roma. Le proteste sono state pacifiche in tutta Italia, nonostante i manifestanti abbiano trovato le forze dell’ordine in tenuta antisommossa davanti a ogni ateneo. «La nostra lettera si è tradotta in mozioni rivolte ai senati degli atenei e ai cda degli enti di ricerca perché prendano posizione», dicono gli estensori.

LA SCUOLA Normale Superiore di Pisa, le università di Torino, Bologna e il Cnr si sono già espressi con delibere critiche del bando mentre a Bari il rettore si è dimesso dalla Fondazione Med-Or. «Sentiamo forte la responsabilità etica del nostro lavoro all’interno della società – dicono i docenti – Vediamo due pesi due misure con l’occupazione dell’Ucraina, ci chiediamo dunque se ci sia un principio dietro o questioni di interesse, nessuna delle iniziative che condividiamo con gli studenti è violenta, abbiamo solo il vizio della democrazia».

Massacro allo Shifa, sotto terra centinaia di corpi senza vita

STRISCIA DI SANGUE . L’ospedale di Gaza city è rimasto sotto assedio per due settimane. A Khan Yunis trovati i cadaveri di 46 persone tra cui 5 bambini. 33.207 vittime dal 7 ottobre.

Michele Giorgio, GERUSALEMME  10/04/2024

Sotto la sabbia e la terra ci sono ancora cadaveri. E carcasse di autoveicoli, persino ambulanze distrutte e schiacciate dal passaggio dei mezzi corazzati. Sono passati nove giorni dal ritiro delle truppe israeliane dall’ospedale Shifa e nella zona circostante e dalla terra le squadre della Protezione civile e della Mezzaluna rossa continuano a trovare i corpi dei tanti che sono stati uccisi durante il raid scattato il 18 marzo. Almeno 409 fino ad oggi, molti dei quali in decomposizione e di difficile identificazione. Numeri destinati a crescere ancora e che rappresentano una delle stragi più gravi subite dai palestinesi negli ultimi decenni.

Ci vorrà del tempo per avere il quadro completo delle conseguenze dell’assalto allo Shifa che il portavoce militare israeliano inizialmente aveva descritto come una «operazione limitata» contro elementi di Hamas e Jihad che non avrebbe coinvolto l’ospedale, il personale medico e i pazienti. Hanno detto qualcosa di ben diverso le immagini diffuse in rete il 1° aprile, al ritiro dei militari, che hanno mostrato lo Shifa gravemente danneggiato, annerito dalle fiamme, circondato da cumuli di terra. Intorno decine di edifici distrutti totalmente o in parte.

Hussein Mahassen, direttore del servizio di pronto intervento nella Striscia di Gaza, rispondendo alle domande del portale Middle East Eye, ha riferito delle difficoltà delle ricerche a causa della mancanza di ruspe e macchinari. «Abbiamo trovato i corpi di donne e bambini legati e ammanettati. Ci sono segni di tortura sulle braccia dei corpi che abbiamo recuperato. Verranno identificati dai parenti e poi sepolti», ha detto Mahassen. Amira al-Safadi, un medico, ha aggiunto che i corpi di alcune degli uccisi sono stati lasciati per giorni tra le persone assediate nell’ospedale prima che le forze israeliane permettessero di seppellirli. Safadi per due settimane è stata costretta a non lasciare la reception dell’ospedale.

«Tra i feriti che ci hanno portato dal reparto di terapia intensiva 16 sono morti – ha raccontato – e i loro corpi sono rimasti con noi per tre giorni. Abbiamo chiesto (agli israeliani) di seppellirli perché si sarebbero decomposti, la puzza era molto forte». I soldati avrebbero accettato con riluttanza. I corpi, su ordine dei militari, furono lasciati all’aperto per tutta la notte nel cortile – distrutto dalle ruspe – dell’importante struttura sanitaria di Gaza.

All’Ospedale Europeo di Khan Yunis riferiscono di aver ricevuto i corpi di 46 persone uccise nelle ultime settimane, tra cui cinque bambini, durante l’invasione dell’esercito israeliano che domenica è uscito dalla città. Altri cinque corpi sono giunti da Maghazi bersaglio ieri di un raid aereo che in cui è rimasto ucciso anche il sindaco Hatem Al-Ghamri. Il bilancio delle vittime nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre è di almeno 33.207 morti e 75.933 feriti, afferma il ministero della Sanità. A Gaza negli ultimi 6 mesi, denuncia Save the Children, ogni 15 minuti un bambino palestinese ha perso la vita. Ma Israele andrà avanti con la sua offensiva. Il premier Netanyahu parlando ieri a una cerimonia militare ha detto che le nuove reclute, contribuiranno al «completamento dell’obiettivo» di eliminare Hamas. «Nessuno al mondo ci può fermare» ha aggiunto.

I comandi militari confermano che la 98esima divisione è stata ritirata da Khan Younis per consentire alle truppe di prepararsi per ulteriori operazioni, inclusa un’offensiva a Rafah dove si trovano centinaia di migliaia di sfollati palestinesi. E sottolineano che un eventuale accordo con Hamas per una tregua lunga e uno scambio tra ostaggi israeliani a Gaza e prigionieri politici palestinesi, non impedirà la ripresa dei combattimenti. Nel frattempo, l’esercito ha acquistato 40mila tende destinate ad ospitare in zone centrali di Gaza gli sfollati ora a Rafah e che dovranno essere evacuati prima dell’offensiva israeliana.

Ieri sera si è riunito prima il gabinetto di guerra israeliano e poi quello, più largo, di sicurezza per valutare i risultati degli ultimi colloqui al Cairo per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Hamas ha respinto l’ultima offerta presentata da Israele e insiste per un accordo che porti alla tregua definitiva, all’uscita di tutti i soldati israeliani dalla Striscia e al ritorno dei civili palestinesi nel nord di Gaza. La base della trattativa si fonda su sei settimane di tregua in cambio della liberazione di 40 ostaggi e della scarcerazione di 900 detenuti palestinesi.

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